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RICORDI
INTORNO ALLE
INOUE GIORNA
rrm
DI MILANO
(18-22 Marzo 1848)
DI
LITIGI-I TORELLI
Senatore del Regno
SECONDA EDIZIONE
L'AGGIUNTA DELLA RITIRATA DELL'ESERCITO PIEMONTESE
DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA
E DELLA DESCRIZIONE DEL 5 AGOSTO 1848 IN MILANO.
MILANO
FRATELLI DUMOLARD
Co, -so Viti. F.man. r 21
1884.
RICORDI
INTORNO ALLE
CINQUE GIORNATE
MILANO.
RICORDI
INTORNO ALLE
CINQUE GIORNATE
DI MILANO
(18-22 Marzo 1848)
DI
LITIO-I TORELLI
Senatore del Regno
SECONDA EDIZIONE
con l'aggiunta della ritirata dell'esercito piemontese dopo la battaglia di Custoza
e della descrizione del 5 agosto 1848 in Milano*
MILANO
FRATELLI DUMOLARD
Corso Vitt. Eman., 21
Milano, 1885. — Tip. Golio, via S. Pietro all'Orto, 23.
OTlllllllllllllllllllllllllllllllllllllllHIP
INDICE
Prefazione alla seconda edizione Pag. i
Prefazione alla prima edizione » 5
Capitolo I. — Cenni intorno alle cause che prepararono la
rivoluzione — Cause generali comuni agli altri paesi d'Eu-
ropa, cause italiane e cause speciali locali .... » 17
Capitolo IL — Condizioni dell'autore — Sua indipendenza —
Suo viaggio politico in Italia nel 1841 — Sue relazioni
in Piemonte — Scrive i Pensieri sull'Italia di un anonimo
lombardo — Suo viaggio in Piemonte ai primi di mar-
zo 1 848 » 40
Capitolo III. — Annuncio delle concessioni del Governo
austriaco pubblicate la mattina del 18 marzo 1848 — Mi-
lano si agita — Grande dimostrazione per ottenere altre
concessioni — Invasione del palazzo di Governo — Primo
atto di ostilità — Milano si copre di barricate . . » 51
Capitolo IV. — Il mattino del 19 marzo — L'autore è seque-
strato in casa — Modo col quale si sottrae — Si reca alla
barricata di S. Babila — Combattimento e morte del gio-
vine Broggi — L' autore si reca alla provvisoria resi-
denza del Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli » 69
Capitolo V. — L'autore con Augusto Anfossi, capo dei com-
battenti, si recano al Comando Generale nella via di Brera
per intimare la resa ad un battaglione di Ungheresi, ma
senza frutto — Alla sera del 19 V autore è chiamato a
giudicare uno scritto del vice Presidente O' Donell, rite-
nuto prigioniero in casa Taverna, sede del Municipio —
Il 20 marzo i Tedeschi abbandonano la Polizia ed il
Duomo ; l' autore reca la prima bandiera tricolore sul
Duomo — Il Municipio si trasforma in Governo Prov-
visorio » 88
480899
VI INDICE.
Capitolo VI. — La sera del 20 marzo l'Anfossi coir autore
e con tre altri combattenti, si recano sul campanile di
S. Bartolomeo — È instituito un Comitato di difesa, e
l'autore è chiamato a farne parte come Capo delle pat-
tuglie ; sue osservazioni in contrario ; sua accettazione —
Avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo . -Pag. 106
Capitolo VII. — Proposta della sospensione delle ostilità,
fatta da Radetzki; si chiama a Consiglio il Comitato di
Guerra e quello di Difesa — Viene respinta — Spedi-
zione dell'autore per mettere a dovere la direttrice dello
stabilimento d'educazione di S. Filippo — Sua visita allo
stabilimento Castiglioni » 120
Capitolo Vili. — La presa del Genio — Morte d'Augusto
Anfossi — Nella notte il Genio è nuovamente ripreso
dai Tedeschi — Avvenimento nel Genio stesso; tenta-
tivo per riprenderlo — I Tedeschi lo abbandonano di
nuovo nella notte stessa — - Essi abbandonano anche il
Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome
del Governo » 130
Capitolo IX. — Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo —
Barricate mobili — Proposta di alcuni barabba di pren-
dere due cannoni, a patto che si dessero loro trentamila
lire; è rifiutata dall'autore — Altra proposta di un ne-
goziante di vino di far saltare il bastione di Porta Tosa
— Il depositario delle polveri rifiuta di somministrarne
per tale scopo. — • Progetto d'una sorpresa a S. Eustor-
gio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore
si avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella
Piazza de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese ; sua av-
ventura colà » 146
Capitolo X. — I Tedeschi abbandonano Milano nella notte
dal 22 al 23 marzo — Durante la giornata del 23 si
continua a far barricate — L'autore disapprova quel zelo
postumo. — Suo colloquio con un membro del Governo
Provvisorio — L'autore cade ammalato per lo strapazzo
dei giorni passati — Sua pronta guarigione — Viene spe-
dito in Valtellina per provvedere alla difesa dello Stelvio
e del Tonale. — Fatti di Como — Sua gita a Sondrio
ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano . ...» 160
Capitolo XI. — L' autore riferisce al Governo Provvisorio
T esito della sua missione — Grandi esequie pei morti
delle Cinque Giornate, celebrate nel Duomo il 3 aprile —
Il colonnello del Genio, Miani, fornisce all'autore lo schia-
rimento intorno ai Tedeschi che entrarono nel Genio
nella notte dal 21 al 22 marzo; si spiega allora quell'av-
venimento, che era sempre stato per lui un enigma » 177
INDICE. VII
Capitolo XII. — Narrazione particolareggiata dell'avveni-
mento nella Canonica di S. Bartolomeo nella mattina
del 21 marzo Pag. 188
Capitolo XIII. — L'autore entra in alcuni particolari in-
torno alle condizioni di Milano durante le Cinque Gior-
nate rapporto alla circolazione, al vitto, alla sicurezza,
non che intorno al contegno del bel sesso ...» 196
Capitolo XIV. — Tratta dei millantatori e di reduci dei vo-
lontari e forzati esigli, delle adulazioni al popolo ; cita il
preteso arrivo di un corpo ausiliare polacco. — Narra un
fatto avvenuto all'autore con un ciarlatano. — Tentativo
del 29 maggio contro lo stesso Governo Provvisorio » 209
Capitolo XV. — Dello spirito pubblico che dominò in Mi-
lano ed in tutta la Lombardia nei primi due mesi —
Esercito delle Alpi — La divisione lombarda e Luciano
Manara — Combattimento di Goito dell'8 aprile — En-
tusiasmo generale — La leva — Nuova missione nella
Valtellina data dai Governo Provvisorio all'autore — Ple-
biscito — Prove della prontezza delle popolazioni ad as-
soggettarsi a sacrifici » 219
Capitolo XVI. — L' orizzonte s' intorbida — Avvenimenti di
Napoli — Il Re delle due Sicilie ed il Papa ritirano le
truppe — L'autore va al campo ed entra nelP esercito
sardo — Descrizione intorno alla parte presa dal clero
lombardo negli avvenimenti del 1848 ed influenza eser-
citata da Pio IX 229
Capitolo XVII. Conclusione. — L'autore entrain alcuni par-
ticolari intorno all' andamento attuale della cosa pubblica
— Crede che il rimedio debba venire da una maggiore
attività da parte dei cittadini indipendenti per mezzi e
posizione sociale — Cita l'esempio dei grandi uomini che
contava Milano nella fine del secolo passato — Tocca
delle grandi questioni sociali che minacciano la civiltà e
chiude esortando gli uomini indipendenti a volersi occu-
pare un po' più degli affari pubblici » 246
AGGIUNTE ALLA SECONDA EDIZIONE
RITIRATA DELL'ESERCITO PIEMONTESE
DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA.
Capitolo XVIII. — Corrispondenze intercettate — Piano dei
nemici di dividere 1' esercito piemontese — Il quartier
generale viene trasferito a Marmirolo — Battaglia di
Vili INDICE.
Staffale — Battaglia di Custoza — Ritirata su Goito —
Ripresa di Volta — Nuovo abbandono — Deputazione
inviata al campo nemico — Proposte fatte dal generale
Hess Tag. 269-
Capitolo XIX. — Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si
riprende la ritirata «*- Sofferenze dei soldati — Buone
disposizioni dei Comitati — Episodio di Codogno — Fatto
d' armi di Cremona — Difesa della linea dell' Adda —
Il general Sommariva si ritira su Piacenza — Episodio
di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito sotto Milano —
Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale principale
viene stabilito in Casa Greppi — Il mattino del 5 agosto
l'autore si reca al quartier generale — Ostacoli che in-
contra presso il palazzo Greppi — Ivi apprende l'armi-
stizio conchiuso nella notte — Una deputazione di cit-
tadini si presenta al re Carlo Alberto — Sua deliberazione
di difendere Milano — . L'autore è incaricato di stendere
il Manifesto — Effetto che produce la sua pubblicazione —
Impossibilità della difesa dimostrata dai Capi di Corpo —
Il podestà Bassi viene per far presente i pericoli d' una
ripresa d'ostilità — Il re Carlo Alberto si rassegna e fa
riprendere le trattative per l'armistizio — Scene avanti
il palazzo Greppi — L'autore sorte a notte avanzata per
liberare il Re conducendo due battaglioni delle Guardie
accampate fuori Porta Romana — Il colonnello Alfonso
La Marmora sorte di sua spontanea volontà e conduce
da Porta Orientale un battaglione della Brigata Piemonte
ed una compagnia Bersaglieri e libera il Re — Pochi mi-
nuti dopo arriva l'autore coi due battaglioni — Ha ordine
di proteggere quanti ancora si trovano nel palazzo Greppi » 29 5.
ALLEGATI.
Allegato I. — La questione della bandiera — Lettera di Luigi
Torelli — Risposta del Commendator Fava
— Lettera di Achille Mauri . . .Tag. 335
» II. — Lettera al Comm. Maurizio Farina, ecc. » 34J
» III. — Vicende dell' originale del Manifesto 5 ago-
sto 1848 del re Carlo Alberto in Milano » 349
IIIIIIHiHIIIIIIItllllllllHllillllllllllllill
PREFAZIONE
ALLA SECONDA EDIZIONE
Questa seconda edizione (1) si presenta
aumentata di alcuni particolari intorno alla
ritirata deir esercito piemontese dopo la
battaglia di Custoza del 25 luglio 1848 ed
alla terribile giornata del 5 agosto suc-
cessivo in Milano.
Il periodo storico che comincia colla di-
chiarazione di guerra del 23 marzo 1848
del Re di Sardegna all'Imperatore d'Au-
stria e termina coir armistizio di Milano
-,(1) La prima data dal 1876. — Milano, Ulrico Hoepli.
Ricordi, ecc.
PREFAZIONE
del 6 agosto detto anno, è fra i più inte-
ressanti nella serie complessiva delle cam-
pagne per T indipendenza italiana i cui
estremi sono il già menzionato 23 marzo
1848 ed il 20 settembre 1870.
Il primo periodo si suddivide alla sua
volta, in due ben distinte fasi; l'una com-
prende i giorni fausti di successi e liete
speranze, l'altra, i giorni di sventura, i
giorni di scoraggiamento; di dolore.
I ricordi intorno alle Cinque Giornate
di Milano rischiarano, ossia tendono a ri-
schiarare l'avvenimento principale del pe-
riodo felice e quello che narrai, poco di
certo, quello è vero, non teme contraddi-
zione.
Queste aggiunte risguardano il periodo
di dolore.
Ciò che narro è avvenuto sotto i miei
occhi, e posso garantire con piena sicu-
rezza.
Limitato entro questi confini non può
esser molto, ma quello che è, sia pur poco
ALLA SECONDA EDIZIONE.
è scrupolosamente vero, il futuro storico
può prenderlo come buon materiale.
Ho voluto aggiungere una breve ap-
pendice che potrà sembrare a taluno forse
un po' troppo personale, relativa alle vi-
cende del Manifesto del 5 agosto del Re
Carlo Alberto, ma si conceda qualcosa
anche ad un uomo che in quella terribile
giornata, fu posto a durissime prove e
sentì grave il peso della pubblica sventura.
Torino, il 24 giugno 1883.
Luigi Torelli.
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PREFAZIONE
DELLA PRIMA EDIZIONE
La sollevazione di Milano del 1848, che
la storia ha consacrato sotto il nome delle
Cinque Giornate, fu uno degli avveni-
menti più importanti di quell'anno sì me-
morabile, tanto pel fatto in sé stesso,
quanto per le sue conseguenze. Ventisette
anni (,) sono decorsi da quello, e molti di
coloro che furono attori principali in quel
terribile dramma , sono scomparsi dalla
scena. Frattanto una generazione intera è
(1) Dall'epoca della prima edizione, ossia dal 1875. — I Ora
converrebbe dire 36 anni.
PREFAZIONE
sorta, la quale fu completamente estranea
a quei fatti e comprende quanti oggi non
hanno oltrepassato i 35 anni, poiché non
è certo ad 8 o 9 anni che si possa, non
che prendervi parte, nemmeno afferrare il
concetto di siffatti avvenimenti, in guisa
da potersene chiamare testimonii. Assai
più ristretto ancora è il numero di coloro
che furono non solo contemporanei ma
attori; Funa e l'altra di queste classi va
assottigliandosi ogni anno per far luogo
a coloro per i quali quel fatto non è più
che un ricordo storico, che apprendono dai
libri o dalla tradizione popolare.
L'avvenimento stesso poi soggiacque alla
legge generale dei grandi fatti storici; più
si allontana l'epoca nella quale ebbero luo-
go, più ne scompaiono i particolari e se
ne veggono solo i grandi contorni. Quindi
esso dovette cedere parte del posto che
occupava agli avvenimenti successivi , i
quali reclamarono alla loro volta dalla sto-
ria di essere collocati anch'essi nel suo gran
libro. Non pertanto se havvi avvenimento
che pure meriterebbe di essere conosciuto
anche ne' suoi particolari più minuti è quello
DELLA PRIMA EDIZIONE.
delle Cinque Giornate di Milano, il quale
fu così straordinario che conserverà sempre
un'attrattiva speciale per chiunque si diletta
di particolarità storiche, ma sopratutto pei
Milanesi. Or si può egli dire che esista
una storia genuina, scevra di esagerazioni
od errori? Non lo credo e non è difficile il
rintracciarne la causa. Un avvenimento è
tanto più facile ad essere alterato quanto
più colpisce T immaginazione e giunge inat-
teso ed inesplicabile. Tale fu per V Europa
intera l'annuncio della ritirata delle truppe
austriache dopo la sollevazione di Milano.
Il fatto non poteva rivocarsi in dubbio , ma
conveniva spiegarlo. Il generale che co-
mandava l'esercito austriaco era provetto
guerriero e godeva fama di valente; l'e-
sercito poteva ben essere inviso agli Ita-
liani come istromento di oppressione, ma
essi e molto meno gli estranei non l'ave-
vano in conto di poco animoso od inetto
a combattere; una spiegazione ci voleva
e pronta; e quindi col primo annuncio, col
primo spandersi della fama del grande av-
venimento alla narrazione dei fatti veri si
mescolarono fatti supposti ed esagerazioni
PREFAZIONE
che si ripeterono anche in buona fede e
spesso ancora nel ripetersi vennero ingran-
dite. Molti fra gli attori principali già nei
primi giorni dopo il fatto abbandonarono
Milano per recarsi a combattere la guerra
sia come volontari, sia come arruolati nel-
T esercito sardo e pur troppo molti più
non tornarono. All'opposto altri che del-
l' avvenimento volevano trarre vantaggi
personali magnificarono la parte da loro
presa, scrivendo o facendo scrivere ogni
genere di stravaganze. I fogli pubblici di
Europa erano ancor pieni di simili descri-
zioni quando sopravvennero i rovesci che
cambiarono totalmente la scena; i vinti si
dispersero ai quattro venti ed i vincitori
non si contentarono di mettere in evidenza
le esagerazioni, ma negarono anche i fatti
veri, li spiegarono a modo loro, sì che la
verità oscurata prima dagli uni, lo fu dap-
poi anche dagli altri. Per undici anni circa
il vincitore tenne ancora il campo, e ben
si comprende come in quel periodo di
tempo non potessero venir pubblicate sto-
rie genuine nel luogo stesso che fu teatro
dei fatti. Fuori di esso, e sopratutto là dove
DELLA PRIMA EDIZIONE.
stavano a rifugio gli emigrati, non si mancò
di rispondere a quelle menzognere pub-
blicazioni, né furono pochi gli scritti che
allora comparvero in Piemonte ed altrove ;
ma la passione domina quegli scritti ; essi
sono pieni di recriminazioni e di reciproche
accuse dei diversi partiti politici; la sere-
nità, la calma che vuole la storia, vi si
cerca invano. Allorquando poi la fortuna
delle armi arrise di nuovo alP Italia ed il
campo d'azione dei fatti del 1848 fu reso
libero, altri gravissimi avvenimenti occu-
parono l'attenzione pubblica, circondati dal-
l'aureola di più durevole vittoria.
È facile il comprendere da questo com-
plesso di circostanze come abbia dovuto
essere difficile che si trovasse uno storico,
il quale fosse in grado di tessere una ge-
nuina narrazione che ricordasse uomini e
fatti meritevoli di memoria ma scevra di
ogni esagerazione. Eppure, sia permesso
ripeterlo, l'opera sarebbe veramente me-
ritoria. Da queste premesse potrebbe forse
taluno dedurre la conseguenza che io mi
accinga a colmare la lacuna che ho segna-
lata ; ma sono ben lontano da tale preten-
IO PREFAZIONE
sione; già il titolo di questo mio scritto
indica che il mio intendimento è assai più
modesto; esso mira a somministrare ad
altri qualche elemento di storia. Io voglio
narrare que' fatti dei quali fui testimonio
oculare e ad alcuni dei quali ho preso
parte. Non ammettendo transazione alcuna
colla verità se dev'essere elemento di sto-
ria, non assumo la garanzia che di quanto
posso accertare io stesso. Il campo è molto
ristretto, ma io non mi sento in grado di
allargarlo; per quanto può esser accette-
vole un compenso, spero che se ne tro-
verà uno nella certezza che quanto qui si
narra è vero; e la verità ha tale potenza
che rende buoni anche gli scritti mediocri,
come la mancanza di tal qualità non re-
dime quelli che solo vogliono accreditarsi
colla ricercatezza delle frasi o le lusinghe
dello stile. Un fatto alterato non è più
che la caricatura del fatto e la storia se-
vera lo ha per un insulto. Come potrei
con tali principi assumere la garanzia di
narrazioni di fatti già esposti diversamente
dagli uni o dagli altri, mancandomi gli
elementi per esser giudice? Non volendo
DELLA PRIMA EDIZIONE. II
correre il pericolo di errare conviene che
mi restringa nel campo limitato di quanto
posso dire senza tema di fondata contrad-
dizione.
Ma perchè mai, si potrebbe chiedere,
avete aspettato ventisette anni a narrare
cotesti fatti? Non è egli possibile che sì
lungo spazio di tempo abbia affievolita
la vostra memoria intorno a taluno di
essi e che , anche non volendo , siate ca-
duto in errore?
La dimanda è così giusta e naturale
che volli prevenirla e rispondervi.
La parte che avevo preso nel predi-
sporre gli animi de' miei compaesani al
tentativo di liberarsi colla forza dalla do-
minazione straniera e quindi la parte presa
nella lotta stessa di Milano, mi obbliga-
rono ad emigrare e mi stabilii a Torino.
Libero da ogni vincolo obbligatorio non
fu il tempo che allora siami mancato ma
la spinta e la volontà. L'esito finale del 1848
era stato infelice ed io non poteva ram-
mentare quegli sforzi, quel sangue versato,
quei sacrifici d'ogni genere che la nazione
aveva sostenuto, senza un sentimento di
12 PREFAZIONE
dolore, perchè erano stati sostenuti in-
darno. Quando poi gli avvenimenti del 1859
riaccreditarono anche quelli del 1848, e
permisero che entrassero essi pure quali
fattori deir indipendenza d'Italia, allora non
fui più libero del mio tempo reclamato da
speciali doveri che mi vincolarono fino
al 1866. Ora avvenne che trovandomi io
a Milano nei primi mesi di detto anno,
volli rivedere i luoghi ove erano seguiti
alcuni fatti ai quali io avevo preso parte.
Non posso esprimere quale fu la mia sor-
presa nello scorgere con quanta fedeltà la
mia memoria aveva conservato quei ri-
cordi. Alcuni di quei luoghi li aveva ve-
duti in quell'occasione per la prima volta
e taluni solo di notte; or bene se in luogo
di 18 anni da quell'epoca fossero decorsi
solo 18 giorni, l'impressione non poteva
essere più viva, sì prontamente io lì rico-
nosceva. Fui tentato di ascriverlo ad una
felicità straordinaria di memoria; ma l'il-
lusione non durò a lungo, perchè recatomi,
fra gli altri luoghi sul campanile di S. Bar-
tolomeo, accompagnato da quel sagrestano
medesimo che in una certa notte delle cin-
DELLA PRIMA EDIZIONE. 1 3
que giornate mi aveva pure seguito co-
lassù, trovai che rammentava anch'esso
con tutta precisione ogni anche più mi-
nuta circostanza, di quanto allora era oc-
corso, mentre nel resto era proprio un
vero tipo di sagrestano. Da ciò mi venne
facile il convincermi che il fenomeno di sì
fedeli ricordi non deriva già da privile-
giata memoria, sibbene dalla circostanza
che gli avvenimenti straordinarii , assor-
bendo ogni facoltà dell'animo, si imprimono
con tal forza nella mente da conservar-
sene fedele e perenne la memoria. Non
pertanto quella prova era riescita rassi-
curante e concepii allora l'idea di scrivere
questi Ricordi. Se non che io non seppi
rimaner fedele alla determinazione di man-
tenermi libero da ogni pubblico incarico;
altro ne accettai che mi tenne vincolato
fino al 1872, quando finalmente, libero dav-
vero, diedi seguito alla mia determinazione
di sei anni addietro.
" Mi sia però concesso d'invocare il lungo
tempo decorso come prova del non essere
stato spinto da vanità. Certo la mia nar-
razione potrà venir qualificata un brano di
1 4 PREFAZIONE
autobiografia, ma se l'amor proprio avesse
avuto predominio su di me, avrei scritto
questi Ricordi molti anni prima e quando
il tempo era tutto a mia disposizione. Ben
comprendo come Tessermi esclusivamente
ristretto ai fatti dei quali posso dar gua-
rentigia sia il lato debole del mio lavoro;
ma ripeterò ancora, che non ho scritto la
storia delle Cinque Giornate, ma ho solo
somministrato alcuni elementi certi ai fu-
turi storici.
Non sarà forse inutile, per i pochi al-
meno che mi leggeranno, che faccia un
cenno anche del modo col quale io pro-
cedetti, nel mio lavoro; il che darà ra-
gione anche di qualche lacuna che vi si
trova.
L'ordine cronologico nel quale si sono
avverati i fatti è quello che io ho seguito,
ma nell'accertar questo io non ammisi al-
tro elemento, non volli altro soccorso che
quello della mia memoria. Una carta to-
pografica di Milano di quell'epoca, per ri-
chiamare i nomi di qualche via seconda-
ria, è tutto il corredo del quale mi sono
servito. Io avrei potuto interrogare non
DELLA PRIMA EDIZIONE. IJ
poche persone di mia conoscenza intorno
a determinati fatti che non mi parevano
ben chiari, ma il timore che aggiungen-
do essi nuove circostanze ch'io più non
poteva verificare, alterasse in me quella
norma indeclinabile di non dire che quanto
rammentava io stesso , fece sì che mi
astenni da ogni interpellanza, preferendo
o tacere , o dispensarmi dall' entrare in
maggiori particolarità. Lo stesso devo dire
dei nomi delle persone; di molte colle quali
mi sono incontrato non conobbi mai il nome,
e di quello d'altre allora conosciuto non
seppi più risovvenirmi. Ora io ho preferito
confessare la dimenticanza piuttosto che
voler tentare di indicare tai nomi dopo 27
anni, poiché se fossi caduto in errore in-
torno al nome della persona, potevasi du-
bitare anche del fatto; infine io ho subor-
dinato tutto alla condizione che deve cam-
peggiare nel mio scritto, la verità.
È più specialmente presso i giovani che
io vorrei trovar buona accoglienza. L'avi-
dità di apprendere alcuni particolari di
quelle memorabili giornate, dimostratami
da taluni di essi, l'ebbi quale buono au-
l6 PREFAZIONE DELLA PRIMA EDIZIONE.
gurio e forse contribuì a farmi risolvere
a scrivere questi Ricordi. Difficilmente si
ripetono gli stessi fatti ; ma le passioni
umane essendo sempre le medesime pos-
sono generare circostanze egualmente dif-
ficili; or siccome in quei giorni fu neces-
sario alla popolazione milanese spiegar
coraggio, sobbarcarsi a privazioni e sacri-
fici, e ne uscì con gloria ed onore, è pur
bene che i posteri abbiano avanti agli oc-
chi quell'esempio de' loro padri e lo se-
guano,
Milano, io novembre 1874.
L. T.
.,'.,
CAPITOLO PRIMO
Cenni intorno alle cause che prepararono la rivoluzione — Cause
venerali comuni agli altri paesi d'Europa, cause italiane e cause
speciali locali.
Il voler dare un' idea della sollevazione di Milano
del marzo 1848, senza premettere alcuni cenni intorno
alle cause che la generarono, sarebbe cosa irragione-
vole, anzi assurda. Un avvenimento così grande non
poteva aver luogo senza cause o spinte adeguate, ed
il conoscere queste è indispensabile anche per farsi ra-
gione dei fatti medesimi ; se non che questa investi-
gazione preliminare non è cosa facile, e tanto meno
poi l' assegnare alle diverse cause la parte che loro
spetta e determinare come s intrecciarono e come
l'uria reagì sull'altra. Non pertanto è giocoforza inco-
minciare con simile investigazione, ed io mi studierò
di venirne a capo colla maggior brevità possibile.
Credo sia difficile il solo annunciare tutte le cause
che hanno contribuito a produrre quell'avvenimento,
ma esaminando l'effetto di ciascuna, credo che si possa
Ricordi, ecc. 2
l8 CAPITOLO PRIMO.
dire che talune furono generali, ossia cause che con-
viene cercare nello spirito dominante del tempo, non
già solo in Italia, ma nell'Europa intera; altre possono
dirsi italiane, altre infine locali.
Coloro che hanno vissuto in quell'epoca non du-
reranno fatica a richiamare alla mente quello stato di
cose, quell' insieme veramente eccezionale, che presentò
non solo il 1848 ma già prima tutto il 1847. Ad un
periodo di apparente ristagnamento politico ed al pro-
gresso regolare ma senza scosse nello sviluppo delle
idee di libertà ed indipendenza, come nello sviluppo
delle industrie e del commercio dell' intera Europa,
che durò una generazione intera, ossia dal 18 15 al
1845-46, subentrava un altro periodo che doveva com-
prendere esso pure lo spazio di una generazione, ma
di un'attività e di un progresso straordinario che si
svolse su ben altra scala, e dal lato politico e dal ma-
teriale.
Per quanto vasto sia il campo della storia che si
misura a secoli, egli è indubitato che il trentennio
che passò dal 1843-44 al 1873-74 rimarrà, fra i più
memorabili nella storia per i grandi mutamenti sociali
in tutta l'Europa, che cambiarono non solo la sua
carta politica, ma le relazioni fra popolo e popolo, e
modificarono usi ed abitudini penetrando da per tutto,
influendo su tutto.
È in quel periodo che cade, non già l'invenzione,
sibbene l'esecuzione delle strade ferrate sopra scala
grandissima non mai sognata come possibile al prin-
cipio del periodo medesimo: lo stesso dicasi del tele-
grafo elettrico e di molte altre invenzioni che tendono
CAPITOLO PRIMO.
a ravvicinar gli uomini, e quindi riescono a moltipli-
cazione di forze morali nell' ideare, concretare ed ese-
guire piani ed opere comuni, nello scrutare e studiare
le leggi della natura. Alle scoperte della scienza ten-
nero dietro innumerevoli applicazioni pratiche nelle
arti e nelle industrie; un popolo reagì sull'altro; tutto
si mosse, si rimescolò con celerità ignota al passato.
Fu tutto pel meglio? È una grave questione. Nel
complesso parmi che non si debba dubitarne, ma meno
d'ogni altro dovrebbe dubitarne un Italiano, poiché in
questo periodo di tanti rivolgimenti politici e materiali,
il popolo che alla fine di esso si presenta sulla scena
coi successi più felici ed inattesi, è il popolo italiano.
— L'Italia indipendente ed una. — Che ciò potesse
essere, anzi che fosse nel desiderio di molti, ben si
comprende; ma che sul serio, or sono trent* anni, si
ritenesse fra le cose di probabile attuazione , non
havvi uomo di buona fede che possa ammetterlo. —
Che più? Questo stesso periodo così lungo nella vita
d'un uomo, così breve nella vita d'un popolo ci pre-
senta stranissimi contrasti. Chi mai nel 1853 quando
l'Austria dominava da Amburgo ad Ancona, quando
fallito il sublime tentativo del 1848 e morto in lon-
tano volontario esilio il suo attore principale, l'Italia
aveva veduto insediarsi di nuovo sui loro troni gli an-
tichi principi a nulla più intesi che a prevenire i casi
che li avevano balzati di seggio, o costretti a far con-
cessioni liberali ai loro popoli ; chi mai, ripeto, avrebbe
detto in quell'anno che, non sarebbe corso nemmeno
un decennio e que' principi sarebbero definitivamente
scomparsi, i loro troni rovesciati per sempre, ed i loro
20 CAPITOLO PRIMO.
Stati sarebbonsi fusi in un solo tranne una parte tenuta
dalla potentissima Austria e un' altra piccola per esten-
sione, ma grande per importanza, lasciata al Papa per un
pregiudizio secolare diviso da nazioni intere, della ne-
cessità, cioè, per la religione cattolica che il suo capo
sia anche principe temporale ? Stando a ciò che chia-
masi l'opinione pubblica, a quei giudizi che la molti-
tudine degli uomini suol pronunciare sull'appoggio dei
fatti dominanti, l'anno 1853 avrebbe dovuto presen-
tare minori probabilità per l'unificazione d'Italia, che
non avevano presentato gli anni 1843-44. Ma vi sona
leggi e forze morali che fanno il loro corso e direb-
besi perfino malgrado i propositi degli uomini. Se
fu mirabile la soluzione della questione italiana nel
1859-60, più sorprendenti ancora furono quelle del 1866
e del 1870, quando non per forza e virtù nostra, ma
per avvenimenti che si verificarono in terra straniera,
si potè compiere l'indipendenza o l'unità d'Italia,
quando così le vittorie come le sconfitte di due grandi
nazioni, ci furono egualmente utili, ed in conseguenza
di quelle si sciolse anche la secolare questione dei
potere temporale del Papa; fatto che a molti parve sì
grave che durarono fatica a credere nella sua stabilità
e ci vollero ancora quattro o cinque anni perchè non
fosse più lecito un ragionevole dubbio.
Ora è debito dell'Italia di mostrarsi degna di tanta
fortuna. Pur troppo, come spesso avviene che gli eredi
di ricchi patrimoni facilmente li sciupino, ignari delle
fatiche che costarono a chi li raccolse, può darsi pure
il caso di nazioni, che non sappiano valutare o peggio
anche scialacquino gli inapprezzabili beni dell'unità e
CAPITOLO PRIMO. 21-
dèlia libertà. Quanto maggior senno vi sarebbe se
ognuno che è chiamato a reggere la cosa pubblica in
grande o piccola sfera tenesse del continuo presente
lo stato antico dell'Italia e ripensasse che cosa fosse
la dipendenza dallo straniero e lo sconfinato arbitrio
di dominatori anche nazionali, la maggior parte ben
peggiori dello straniero! La storia è chiamata a tale
ufficio, e a ridestare quelle memorie, ma la storia im-
parziale difficilmente la scrivono i contemporanei; la
missione di questi più che altro è quella di prepararne
i materiali genuini sì che i posteri, quando saranno
scomparsi dalla scena tutti gli attori di ogni ordine,
possano scevri di passione giudicare freddamente degli
avvenimenti, e pesare i meriti di quelli che vi presero
parte attiva.
Forse parrà che io prenda le mosse troppo dall'alto ;
ma non che aspirare a far breccia, io vorrei solo mo-
strare chiaramente il nesso che lega anche il fatto
dell'insurrezione di Milano alla storia generale dell'e-
poca; esso fu un episodio della medesima e si può
descrivere parzialmente, ma non si comprenderebbe o
male assai, se staccare si volesse dall'insieme o spie-
gare con ragioni eccezionali che non trovano la loro
soluzione nello spirito del tempo. Fu un episodio che
conta pagine sublimi; episodio che i rovesci soprav-
venuti alle armi italiane del 1848 avevano relegato
fra i fatti degni piuttosto di scusa e di pietà che di
ammirazione, ma che poi la fortuna delle armi italo-
francesi ha rimesso in onore.
Il principio della nazionalità come base degli Stati
può dirsi aver fatto tanto più cammino quanto più si
22 CAPITOLO PRIMO.
allontanò F epoca del celebre congresso di Vienna
del 1815, che lo aveva non solo posto in non cale*
ma deriso come un'utopia. L'Europa alla caduta di
Napoleone I era troppo spossata per reagire contro i
principii messi innanzi e recati in atto dalla così detta
Santa Alleanza; essa aveva bisogno anzitutto di pace,,
e quanto a libertà, benché vivessero ancora molti fau-
tori delle idee proclamate dalla Repubblica francese ,.
erano queste state stranamente alterate nel concetto
dei popoli, prima dagli eccessi dell'epoca repubblicana
e poi dal regime napoleonico glorioso, ma despotico
in tal grado, che poco ebbero ad aggiungervi i nuovi
dominatori. Il Congresso di Lubiana del 1821, quello
di Verona del 1822, provocato dai moti d'Italia e di
Spagna , riconfermarono in modo solenne i principii
del 18 15 aggiungendovi la sanzione del fatto coli' in-
tervento in Italia ed in Spagna. Gli autori della Santa
Alleanza credettero sul serio d'aver trovato il mezzo
di frenare il corso degli avvenimenti; sognarono un
eterno stata quo, assumendo in comune la speciale mis-
sione di combattere le idee di libertà e nazionalità. Ma
colla forza materiale non si vincono le idee; qssq
hanno la loro forza espansiva, e quando sono perve-
nute a far le loro conquiste morali, allora si trova
anche la forza che le vuol effettuare, allora comincia
la lotta con tutte le sue conseguenze, colla vicenda
delle vittorie e delle sconfitte, delle tregue e delle ri-
scosse; ogni fase conta le sue vittime, ma l'idea cam-
mina e non si ferma finché non trovi una condizione
di cose che valga a tradurre le idee in fatti. Per quanto
formidabile potesse chiamarsi la forza materiale della
CAPITOLO PRIMO. 2}
quale disponevano i collegati nella Santa Alleanza, per
quanto severa si esercitasse la censura onde impedire
che gli scritti intorno ai diritti dei popoli, all'indipen-
denza ed alla libertà si spargessero, non fu possibile
l'impedire che quel tema divenisse dominante, allor-
quando scoppiò la rivoluzione greca pochi anni dopo
il congresso di Verona. Non furono certo i sovrani
collegati che le fecero il buon viso, ma già sì potente
era 1' opinione pubblica in Europa che non ardirono
affrontarla. Or che cosa voleva la Grecia se non la
propria indipendenza ? Da ogni parte d' Europa si man-
darono a quei sollevati soccorsi di uomini e di denari;
non havvi nazione che non conti i suoi morti nei vo-
lontari che accorsero su quella terra illustrata da sì
gloriosi ricordi, e non solo la pubblica opinione fece
scudo a quanti favorivano quell'insurrezione, ma co-
strinse i governi medesimi a prendervi parte e fra
questi il russo che pareva il giustiziere della Santa
Alleanza. La Grecia trionfò, ma lo stesso trionfo porta
P impronta della mala volontà de' governi predomi-
nati dall'idea del pericolo. Si costituì un nuovo Stato,
un regno di 800,000 abitanti con un debito enormis-
simo, fuori d'ogni proporzione colle sue entrate, sì che
la questione finanziaria, vitale in ogni Stato, non venne
colà mai risoluta, e fu l'ostacolo principale allo svi-
luppo che attendevasi da quella nazione.
Ma frattanto fu quella una gran vittoria del principio
di libertà ed indipendenza; poeti, prosatori, romanzieri
celebrarono la risurrezione della Grecia che veniva a
prendere posto fra le nazioni rette a governo libero
e costituzionale, talché consacravansi col fatto ad un
24 CAPITOLO PRIMO.
tempo i due principii di indipendenza e libertà. Pocc
dopo la casa dei Borboni, dominatrice di Francia, atfa
quale pareva che la libertà vi trasmodasse , si avvisò
di frenarla, e il tentativo bastò a far rovesciare ia tre
giorni dinastia e governo, senza che alcuno venisse in
loro soccorso. Né gli avvenimenti si fermarono k quel
punto, ma il Belgio, insorto poco dopo contro la do-
minazione dell'Olanda in nome della propria naziona-
lità, venne soccorso dalla Francia senza che i sovrani
che avversavano quel principio tentassero d'impedire
un sì grave fatto. Fra tutti i popoli d'Europa uno dei
più interessati al felice svolgimento d'ogni idea di na-
zionalità era il popolo italiano. Quantunque il regno
di Napoleone I fosse stato breve e despotico , non
pertanto era bastato per provare al mondo che la stoffa
per formar valenti soldati, e quella per formar buoni
amministratori non mancava all' Italia. Dopo il corso
di più secoli ne' quali il solo popolo piemontese che
costituiva non più di un quinto della famiglia italiana
durò sempre ad essere belligero, l' Europa vide truppe
italiane segnalarsi sui campi di battaglia in Germania,
in Spagna ed in Russia. L'Italia ebbe il sentimento
della propria forza e concepì la speranza d'una esi-
stenza autonoma. allorquando la pace del 1815 rovesciò
r opera napoleonica e rimise in trono gli antichi so-
vrani che tosto si accinsero ad annullare ogni ordine,
ogni provvedimento, che proveniva dal governo ai loro
occhi usurpatore ed illegittimo. Ma non fu in loro fa-
coltà d' estinguere il nuovo sentimento di libertà ed
indipendenza, che s'era acceso ne' petti italiani, e che
ben lungi dall' affievolirsi per le persecuzioni , più si
CAPITOLO PRIMO. 2$
rendeva tenace e vivo. I ricordi gloriosi d'un passato
non ancora lontano, i tanti attori del gran dramma
napoleonico che ancora vivevano, tennero desta un' a-
gitazione che mise capo ai moti del 182 1 e dopo la
loro repressione, indi a un decennio, esplose colla sol-
levazione delle Romagne del 183 1. Come venisse sof-
focato anche quel tentativo è troppo noto. Non sarà
però fuor di luogo il ricordare come fra i giovani ac-
corsi sotto la bandiera de' sollevati, si contassero due
giovani principi, figli di Luigi Bonaparte, già re d'O-
landa e della regina Ortensia; i fratelli Carlo Napo-
leone e Luigi Napoleone Bonaparte. Il primo soccom-
beva a un'infiammazione per eccesso di insolite fati-
che a Forlì il 17 marzo 183 1; il secondo era riser-
vato a ricomparir sulla scena non dell'Italia sola, ma
dell'Europa e ad essere spettacolo al mondo di straor-
dinaria fortuna e potenza e di non meno straordinaria
sventura.
Ai moti infelici del 183 1 subentrò una calma ap-
parente in rispetto a nuovi tentativi a mano armata,
ma più intenso invece e più generale divenne il la-
voro di diffusione delle idee di libertà e di indipen-
denza per mezzo della stampa, che assunse il carattere
d'una vera propaganda. Sotto tale rapporto non vuoisi
passar sotto silenzio un cambiamento essenziale che
potrebbesi chiamar di tattica e che, a mio avviso, con-
tribuì grandemente al trionfo di quelle idee. Il cam-
biamento fu l'abbandono della via delle congiure per
entrare in quella d'una lotta a viso aperto, dacché man
mano si procacciò d' infondere nelle masse il senti-
mento e il bisogno dell'indipendenza del proprio paese
2 6 CAPITOLO PRIMO.
dallo straniero, affinchè il giorno nel quale si dovesse
fare appello alla forza, il giorno nel quale si sarebbe
chiesto ai concittadini sangue e sostanze, li trovasse
ben informati e già caldi per la causa nazionale. Non
è mio scopo l'entrar qui in particolarità di citazioni,
ma parrebbemi ingiustizia grave il non far cenno di
Cesare Balbo che fra i primi tracciò ben chiaramente
quella via colla sua opera Le Sperante d'Italia. Quel
libro mostrò a tutti quelli che tenevano dietro alla
questione della redenzione dell'Italia, quanto cammino
essa aveva già fatto in poco più d'un decennio, ossia
dal 1831-32 al 1842-43. Una persona ben nota qual'era
già a quell'epoca il Balbo, appartenente all'alta aristo-
crazia del Piemonte, stampa nella capitale ( r ) di quello
Stato un' opera nella quale si discute pacatamente la
probabilità, o dirò meglio riferendomi a quei tempi,
la possibilità che l'Italia possa ricuperare la propria
indipendenza. Evidentemente una grande modificazione
doveva già essere avvenuta nello spirito dello stesso
governo, e siccome allora il governo si identificava colla
persona del sovrano, era impossibile che questi igno-
rasse quella pubblicazione ed il suo effetto. Ora quel
sovrano, benché solo di piccolo Stato, disponeva di un
esercito nazionale e sebbene le gloriose tradizioni mi-
litari risalissero al secolo, anzi ai secoli addietro, erano
tali e tante che circondavano pur sempre di un'aureola
di gloria l'esercito medesimo arruolato fra lo stesso
(1) La prima edizione dell'opera del Balbo Le Sperante d'Italia venne stampata a
Torino, ma senza che venisse indicata quella città; sul frontispizio eravi la parola
In Italia...
CAPITOLO PRIMO. 27
popolo e guidato allora, come per lo addietro, in gran
parte dall'aristocrazia del paese, l'unica in tutta Italia
che chiamar potevasi guerriera. Non è a dire quanto
ciò dovesse sorridere agli uomini positivi che dalla
storia avevano appreso come un governo potente non
abbandoni un paese soggetto che costretto dalla forza
e quindi sul campo di battaglia, ove hanno principio
e fine le dominazioni straniere. Le speranze non po-
tevano più dirsi aeree; non si trattava più di disegni
preparati da pochi nel silenzio che scoppiando ad un
tratto sorprendono le popolazioni le quali chiedono
attonite dove sta la forza organizzata per opporsi ad
eserciti organizzati; si trattava di disegni pubblica-
mente discussi fra tutte le classi dei cittadini, di di-
segni che conducevano per retta conseguenza alla
guerra fra Stato e Stato; guerra grossa, guerra com-
battuta con tutti gli espedienti della strategia e della
tattica. Ognuno sentiva la gravità dell'impresa, ma
come il coraggio genera coraggio, quella discussione
pubblica sì libera, sì nuova, portava ia sé qualcosa
della natura di un buon successo ed esaltava gli animi.
Ma se in Italia parlavasi allora anzitutto di indipen-
denza, perchè di là dovevasi pur cominciare per giun-
gere alla libertà, di questa con eguale franchezza par-
lavasi contemporaneamente presso le altre nazioni. Un
nuovo spirito aveva invaso 1' Europa. In Germania si
discuteva la necessità del governo costituzionale, più
tardi se ne discusse pubblicamente nell'Austria stessa;,
in Boemia, in Ungheria, si parlava di autonomia dei
singoli regni; si richiamavano alla memoria mercè
storie e racconti le epoche gloriose passate, in tempi,.
28 CAPITOLO PRIMO.
se non di libertà, almeno di indipendenza, e tutti que-
gli scritti spingevano verso una meta che non potevasi
raggiungere se non a traverso di conflitti sanguinosi.
Per quanto grande dovesse parere agli uomini del
freddo calcolo l'ostacolo dei potenti eserciti che sta-
vano a disposizione dei governi i quali non solo non
intendevano di accettare quelle mutazioni, ma aperta-
mente le combattevano; non pertanto lo spettacolo di
quella tendenza comune di tutti i popoli doveva aver
pure un gran peso nelle loro considerazioni. Alla fine
anche in Austria più d'un freddo ragionatore si trovò
ridotto a dire: quello che vogliono gli Italiani è quello
che vogliono pure i Boemi e gli Ungheresi, e la li-
bertà, la vuole la stessa popolazione austriaca, né al-
trimenti si pensa in Germania. In effetto un medesimo
spirito prevaleva nell'Europa intera; un paese incal-
zava l'altro; una nuova atmosfera involgeva tutti. Tale
era lo stato degli animi nel 1845-46, allorquando in
Italia avvenne un fatto importantissimo che diede al
corso degli avvenimenti un nuovo impulso, di guisa
che se prima poteva dirsi che s'andasse a passo acce-
lerato, questo si cambiò in un vero passo di carica.
Quel fiuto fu l'elezione di Pio IX al seggio pontifì-
cio e l'immediato cambiamento nella politica del suo
governo.
Poco meno d'una generazione intera ci separa ora
da quell'epoca memorabile; la gioventù d'oggi nella
massima parte non ha sentito parlare di Pio IX che
come di un nemico d'Italia e guarda con sospetto chi
lo difende; però non solo la storia conserva le più
irrefragabili prove eh' egli sulle prime non fu d' Italia
CAPITOLO PRIMO. 29
nemico, ma ad attestarlo sopravvivono ancora, benché
scemati assai di numero, quelli che erano giovani al-
lora e presero parte agli avvenimenti di que' giorni, e
si contano a migliaia fra le popolazioni italiane.
I primi atti di Pio IX sbalordirono tutti, tanto gli
amici quanto i nemici delle idee di indipendenza e di
libertà; nessuno si attendeva vederlo camminare così
risolutamente una via cotanto opposta a quella de' suoi
antecessori. La sua amnistia fu delle più generose, e
tosto eseguita provocò verso di lui un impeto di am-
mirazione e di entusiasmo che toccava al delirio. Non
vi è penna che sia capace di esprimere lo stato mo-
rale di quell'anno e mezzo che corse dal luglio 1846
a tutto il 1847. Un Papa liberale! Un Papa che desi-
derava T indipendenza d' Italia ! Ad aumentare l' entu-
siasmo contribuiva una specie di vaticinio contenuto
nell'opera del celebre Gioberti: II primato morale e ci-
vile degli Italiani, che voleva fare del Sommo Ponte-
fice il paciere universale, Pio IX comparso poco dopo
sulla scena parve avverare il vaticinio. Il clero, che
sopratutto nell'Alta Italia contò sempre caldi fautori
dell' idea dell' indipendenza, si vide fatto Segno di di-
mostrazioni di simpatia, sicché coloro che prima si
erano tenuti neutrali si decisero; i caldi divennero cal-
dissimi. Il clero posto nel mezzo fra la classe educata
ed agiata e le masse che vivono di lavoro, il clero col
libero accesso ai palazzi ed alle più umili abitazioni
del coltivatore e dell'operaio, fu istrumento efficace a
rendere popolare il concetto dell'Italia padrona di sé:
il che in Lombardia e nel Veneto si traduceva anche
per l'uomo il meno istrutto, ma pur dotato di senso
30 CAPITOLO PRIMO.
comune, nel concetto d'una lotta coli' Austria. Dell'en-
tusiasmo nelle altre parti dell'Italia non posso parlare
che riferendomi alle relazioni, agli scritti, agli indirizzi
d'ogni genere e d'ogni classe che venivano pubblicati,
e che tutti concordavano nel rappresentare il grado
sommo d'esaltamento nel quale si trovava l'intera Italia.
Egualmente intimo traspariva l'accordo col clero,
sopratutto col basso clero. Arrivare alla meta senza
scosse, per quanto riguarda le credenze religiose, senza
l'intralcio di quistioni eterogenee, era tale fortuna che
nessuno avrebbe osato sperare e quindi più che giu-
stificato era quell'entusiasmo anche agli occhi degli
nomini più serii e più pacati. Infine il nome di Pio IX
divenne sinonimo di libertà ed indipendenza ; il suo
ritratto sotto tutte le forme possibili fu sparso a cen-
tinaia di mille esemplari; si portava in foggia di spil-
lone sul petto dagli uomini e sui braccialetti dalle
•donne; ve n'erano di quelli contornati da diamanti
del valore di centinaia e migliaia di lire, e di quelli
del valore di pochi soldi per le infime classi. Il motto
Viva Pio IX si trovava scritto in tutti i luoghi; ogni
giorno si narrava un nuovo aneddoto per provare e
confermare i di lui sentimenti liberali, e siccome già
sape vasi che incontrava l'opposizione nelle alte sfere
del clero, si raccontavano i modi coi quali aveva vinta
questa o quella difficoltà, superato questo o quell'osta-
colo ; insomma Pio IX fu trasformato in un vero ente
simbolico, in un mito.
Se gli amici dell' indipendenza d' Italia erano stati
sorpresi nel senso del vedersi sorretti da un aiuto co-
tanto inaspettato, i nemici naturali di tutte le innova-
CAPITOLO PRIMO. 3*
zioni non erano stati sorpresi meno. li primo e più
potente fra questi era il governo austriaco, pel quale
il Papa veniva ad aggravare una condizione di cose già
complicata. Non poteva, esso chiamar nuovo lo spirito
-di libertà e le aspirazioni all'indipendenza de' suoi po-
poli italiani, ma il nembo non sorgeva solo da questa
parte, perchè contemporaneamente si addensava in Boe-
mia ed in Ungheria. Non era una forza materiale che
poteva aggiungere il Papa, ma una forza morale di
grande influenza, e quindi del di lui contegno l'Au-
stria rimase oltremodo indispettita e sgomenta. Il 1847
passò in mezzo ad una grande ansietà, sia da parte delle
popolazioni, sia da parte del governo ; la cui incer-
tezza si tradì più volte in ordini e contr' ordini fra
loro repugnanti. ■ Prevedendo vicino uno scoppio esso
pensò ad aumentare la forza materiale e chiamò i con-
tingenti sotto le armi; cercò opporre zelo a zelo, fa-
cendo dal suo canto appello alla solerzia dei propri
amici e dipendenti, annunciando provvedimenti rigorosi
contro i perturbatori e i riottosi, eh' erano le espres-
sioni con cui si qualificavano i novatori politici; ma
quelle disposizioni medesime non facevano che accen-
dere maggiormente il fuoco, tanto più che le minaccie
non erano seguite che eccezionalmente da fatti e la
titubanza era manifesta. Come avviene sempre in simili
casi, lo zelo di taluno degli esecutori andò oltre, ed
ecco sorgere autorità municipali che con linguaggio ri-
spettoso nella forma, ma nella sostanza affatto nuovo
ed insolito, denunciano apertamente gli abusi degli
agenti governativi ; indi corpi rispettabili, come le De-
putazioni Provinciali che esprimono il desiderio di ri-
3 2 CAPITOLO PRIMO.
forme liberali, e per ultimo la Congregazione Centrale
che in nome del paese invoca del pari liberali riforme.
Ma, non era solo la questione interna ossia quella
fra il governo ed i sudditi eh* aveva fatto cammino;
un progresso eguale e forse maggiore l'aveva fatto
una questione esterna, ossia una questione insorta fra
il governo austriaco ed il governo piemontese. Nel 1847
il re Carlo Alberto aveva promulgato riforme liberali
nella sua amministrazione, e già non faceva più mi-
stero che non si sarebbe fermato a quelle, ma si sa-
rebbe spinto sino a dare una costituzione, benché non
si illudesse sul pericolo dei conflitti che potevano sor-
gere col governo austriaco. Il conflitto non tardò a
verificarsi, e fu non un conflitto a mano armata, ma
di quelli che si possono chiamare i prodromi di guerra,
perchè incominciano con note diplomatiche per termi-
nare col tiro del cannone.
Nel 1846 il governo sardo concesse il transito per
i suoi Stati d'una determinata quantità di sale diretta
alla Svizzera; il governo austriaco al quale ne veniva
danno, poiché lo forniva esso colle sue saline del Ti-
rolo, ravvisò in quella concessione un atto a lui ostile
e per rappresaglia duplicò il dazio d' entrata dei vini
dello Stato sardo nella Lombardia, il che equivaleva
ad una proibizione.
Il re Carlo Alberto annunciò egli stesso il fatto ai
suoi popoli facendo comprendere quanto fosse ingiusto
il procedere dell'Austria, e menzionando quella deter-
minazione adoperò il termine di rappresaglia. E facile
l'immaginare quanto un linguaggio simile dovesse far
piacere a coloro che, cogli occhi rivolti a Carlo Al-
CAPITOLO PRIMO. 33
berto ed al suo esercito, speravano in essi. Le circo-
stanze volgevano tutte favorevoli, e per quanto spro-
porzionata fosse la lotta, per quanto dispari le forze,
le complicazioni degli avvenimenti che andavano svol-
gendosi a minaccia dell'antico ordine di cose, pote-
vano riuscir tali da contarvi sopra come su d'un po-
tente alleato.
Fu in tali condizioni interne ed esterne che si entrò
nel fatato anno 1848. Il governo austriaco, che più
non si illudeva sull' attitudine del re Carlo Alberto,
risolvette procedere con energia contro i fautori delle
idee di libertà ed indipendenza e farla finita con qual-
che prova di rigore che valesse a dimostrare l'impo-
tenza de' suoi nemici interni. Le popolazioni alla loro
volta erano invece sempre più risolute a provare quanto
accarezzassero le nuove speranze, ed accettavano con
avidità ogni pretesto per tradurre in atto quel loro
modo di sentire. Di ciò davano frequenti prove con di-
mostrazioni per sé stesse inconcludenti, ma che assu-
mevano importanza pel significato politico che loro si
annetteva. Segnalata per le sue conseguenze rimase la
dimostrazione in tutta la Lombardia di non voler più
fumare cominciando dal i° gennaio 1848, non tanto
nello scopo di far un danno all'erario, che ben me-
schino sarebbe riuscito, poiché nessuno poteva impedire
che si fumasse fra le domestiche pareti, ma nello scopo
di attestare il sentimento del paese con un atto pubblico,
generale, di pronto e facile eseguimento anche nei più
meschini villaggi. E lo scopo fu raggiunto. Che nel fatto
vi siano state alcune violenze parziali e perfino insulti
a chi voleva fumare, non può negarsi; ma si può asserire
Ricordi, ecc. 3
34 CAPITOLO PRIMO.
con certezza che furono rare eccezioni; la grandissima
massa dei cittadini fumatori cessò dal fumare in pubblico,
e, posto pure che taluni se ne astenessero solo per non
affrontare l'opinione pubblica, egli è certo che tanto
nelle città quanto nelle campagne si cqssò dal fumare
col i° gennaio 1848. Il centro dal quale partiva la pa-
rola d'ordine delle dimostrazioni era Milano, perciò
dal suo canto il governo deliberò di prendere argo-
mento da quella dimostrazione per dare una buona le-
zione ai Milanesi, e venne prescelto all'uopo il 3 gen-
naio. Verso la sera di quel giorno si videro soldati e
borghesi percorrere, fumando, la città in tutti i sensi, a
due, a tre, e dietro ad essi a poca distanza venivano
pattuglie di guardie di polizia. I cittadini non tarda-
rono a scoprire in alcuni fumatori borghesi, guardie di
polizia travestite e come era facile a prevedersi, si
diedero a fischiarle; di che tsst si corrucciarono ed
invelenirono, onde, com'era nei desidejii, si passò alle
vie di fatto. Ed ecco a un segnale dato irrompere i
soldati (sopratutto cavalleria) nelle strade principali
menando colpi di sciabola a destra e sinistra. Come
suol sempre avvenire, n'andarono di mezzo i più lenti
a fuggire e quelli che ignorando ogni cosa uscivano
in quel punto dalle loro case. Vi ebbero molti feriti e
non pochi morti e fra questi un vecchio consigliere
d'appello ed il cuoco del conte Fiquelmont. Era questi
un personaggio ragguardevole ch'era venuto a Milano
mandato da Vienna con missione non pubblica, ma di-
cevasi con quella di riferire fedelmente al governo cen-
trale lo stato delle cose in Lombardia. Grande fu l'ir-
ritazione prodotta da quell'atto di provocazione; ma
CAPITOLO PRIMO. 3 5
coloro che lo consigliarono ritennero che il suo effetto
lo avesse prodotto e si potesse chiamarlo una lezione
utile, poiché mentre i cittadini contavano tanti feriti
ed anche morti, non eravi un soldato solo che avesse
riportato una graffiatura. Anche gli stessi attinenti al
governo che avevano disapprovata quella misura, fu-
rono costretti al silenzio dinanzi al momentaneo buon
successo; dobbiamo anzi soggiungere, perchè anche
questo è vero, che circa quella provocazione in origine
censurata persino da generali, rimasero tutti d'accordo
a ritenerla ben riescita. Da qui venne nel governo
quella fatai sicurezza che si comunicò anche ai capi
militari, i quali si persuasero che Milano non avrebbe
osato insorgere contro di essi ed in ogni caso avrebbe
avuto la peggio. Il trarre una simile conseguenza dal
fatto del 3 gennaio era uno sragionare, dacché non
tenevasi calcolo della sorpresa; ma la passione già
dominava i governanti civili e militari, dei quali non
pochi ostentavano un disprezzo, di che i cittadini ogni
di più s'irritavano, onde in essi nacque una vera sete
di vendetta.
Eccoci al punto che possiamo chiamare culminante
e foriero dell'inevitabile crisi, quando tutte le cause di
qualsiasi natura hanno prodotto i loro effetti. Le rias-
sumerò in brevissimi termini. Le idee di maggiori li-
bertà pei popoli e dell' ingerenza loro nel maneggio
della cosa pubblica mediante il sistema rappresentativo
costituiscono le cause che chiamai generali, perchè co-
muni ad altri popoli, con questa differenza fra cotesti
e l'italiano, che mentre altrove erano le predominanti,
in Italia invece erano in seconda linea al confronto
36 CAPITALO PRIMO.
dell'idea dell' indipendenza nazionale, sopratutto nel-
l'Italia austriaca. In tutta la penisola ben si compren-
deva da ogni persona colta e intelligente di materie
politiche che la base vera, l'unica, stabile, anche della
libertà era l'indipendenza di diritto e di fatto da ogni
dominazione straniera; e quella causa poteva dirsi
l' italiana. Ben pronunciata in tutti i centri d'intelli-
genza lo era in grado massimo a Milano, uno dei più
segnalati. A queste cause comuni con tutti gli altri
paesi d'Italia, colà vennero a sovrapporsi le locali os-
sia le speciali per quella città. Poco prima dello scop-
pio della rivoluzione erano stati presi alcuni giovani
appartenenti a famiglie distinte e spediti in Austria per
misura di precauzione. E vero che non si torse loro
un capello e furono trattati con ogni riguardo, ma
questo non si seppe che dopo gli avvenimenti e frat-
tanto quell'atto contribuì ad indispettire la popolazione;
ma su ben altra scala ed in modo ben più risentito
aveva contribuito a quell'effetto la provocazione del
3 gennaio e quello scherno che non pochi dei più de-
voti al governo dimostravano per i cittadini, sui quali
credevano aver riportata una vittoria in quell'infausta
giornata. Così quali fuochi concentrici tutte quelle cause
si condensavano in Milano, e la lotta desiderata da
molti in ogni parte d' Italia, in nessun luogo lo era
con tanto ardore quanto in quella città. L'annuncio dei
massacri di Milano, come chiamaronsi, produsse come
era da attendersi un effetto gravissimo in tutta la Lom-
bardia; non è a dire poi quale partitone traessero co-
loro che tenevano al corrente d'ogni cosa il governo
piemontese scongiurandolo di prepararsi alla guerra.
CAPITOLO PRIMO. 37
Esso non istava inoperoso, e siccome già presentiva
inevitabile la lotta, aveva incominciato a chiamare più
classi sotto le armi; ma anche in Piemonte non tutti
la pensavano nello stesso modo, non già che vi fosse
un partito che chiamar si potesse austriaco, ma vi
erano persone spaventate dalla terribile lotta da impe-
gnarsi con armi tanto impari per numero, e perciò ad
una determinazione energica ne seguiva talvolta un'al-
tra che la temperava; nel complesso però prendeva
sempre più favore il partito risoluto.
Il giorno 8 febbraio il re Carlo Alberto promise so-
lennemente lo Statuto, altro nuovo importantissimo
passo che dalla sua data stessa trae grande impor-
tanza, poiché precedette lo scoppio della rivoluzione
francese.
Il governo austriaco alla sua volta era entrato in
una fase di lusinghevoli promesse, per la ragione dianzi
accennata, *che vedeva sorger nembi da tutte le parti
del vasto suo impero. Quindi si accavallavano ed av-
vicendavano partiti di prudenza e partiti di severità;
si ingiungeva la consegna delle armi e si faceva sen-
tire alle autorità municipali, che reclamavano contro
gli arbitri della polizia, che si sarebbero esaminati e
presi in considerazione i desidera delle popolazioni,
perchè tale era l'intenzione dello stesso governo; ma
le popolazioni, e sopratutto quelle delle città, compren-
devano benissimo quale fosse la causa del linguaggio
insolito e non vi prestavano fede.
In tale stato di tensione somma degli animi nel
quale si trovavano governanti e governati <lel grande
impero austriaco, avvenne la rivoluzione di Francia, o,
CAPITOLO PRIMO.
a dir meglio, di Parigi, del 28 febbraio, che rovesciò
il trono di Luigi Filippo e proclamò la repubblica.
Quel fatto presentò l'apice delle complicazioni, ma,
nello stesso tempo il principio del loro scioglimento
dappoiché si entrò allora in un nuovo periodo, in quello
dell'azione e della lotta. Se l'anno 1848 ebbe la qua-
lifica di fatato per i molti e strani avvenimenti che in.
esso seguirono, il mese che si segnalò sopra gli altri
nello stesso anno, fu il mese di marzo. Il re Carlo
Alberto promulgava nel giorno 4 di detto mese lo Sta-
tuto a' suoi popoli fra il tripudio del Piemonte e l'en-
tusiasmo di Torino. La chiamata di nuove classi sotto
le armi dimostrava come il neonato non si avesse a
festeggiare solo con canti ed inni di gioia, ma con
preparativi serii di guerra; se non che tale era Ten-.
tusiasmo, tale la convinzione già divenuta generale che
ormai la lotta era inevitabile che, ben lungi dal paven-
tarla, i più la desideravano. Il governo austriaco stesso
la credeva tanto vicina che aveva disposto a scaglioni
molta forza lungo la frontiera piemontese, aveva già
formato il suo piano d'attacco e designata la città nel
territorio del nemico ove divisava fissare il quartiere
generale; ma a Vienna in que' giorni stessi la popola-
zione instava per farla finita col regime assoluto e
chiedeva libere istituzioni.
Il vice-re del regno Lombardo-Veneto, l'arciduca
Raineri, non credendosi più sicuro in Milano, parti
con tutta la famiglia il 16 marzo per Verona, accom-
pagnato da un reggimento di granatieri italiani, che
non si avvisava prudente lasciar in quella città; prima
di lui era pure partito il conte Spaur, governatore
CAPITOLO PRIMO. 39
della Lombardia, sì che a capo del governo vi era ri-
masto il vice-presidente conte O'Donnell.
La risoluzione che avevano preso i cittadini di Vienna
di venire assolutamente ad una conclusione, l'avevano
presa anche alcuni cittadini di Milano; volevano essi
recarsi, il 18 marzo al palazzo di governo per fare la
dimanda della libertà di stampa, della guardia nazio-
nale, d'un freno all'arbitrio della polizia e d'altre simili
franchigie. Certo fu una coincidenza fortuita quella de-
gli stessi passi fatti nei medesimi giorni dalle popola-
zioni delle due città senza che l'una sapesse dell'altra,
ma era effetto di quella singolare atmosfera che tutti
avvolgeva desiderando la stessa cosa, trovando i me-
desimi ostacoli, di guisa che erano tutte due spinte
sulla medesima via, senza alcun speciale accordo.
Il mattino del 18 marzo un dispaccio governativo
affisso a tutti i canti di Milano annuncia ai cittadini
che sua Maestà aveva determinato di concedere ai suoi,
popoli institu^ioni liberali e convocava i rappresentanti dei
diversi paesi a Vienna pel 3 luglio prossimo futuro.
Quell'avviso fu la scintilla che diede il fuoco all'aere
pirico del quale era pregna l'atmosfera. Vienna, sì
disse, e in rivoluzione. Il popolo stesso, la moltitudine
dei cittadini, che due anni prima era ancor completa-
mente digiuna di politica, a forza di sentir a parlare
di statuti, di libertà, di garanzie, aveva fatto un po' di
educazione politica e comprese, come non era possibile
che la cosa fosse passata così linda a Vienna fra il po-
polo ed il governo. Ora, appena si ebbe sentore del
fatto, moltissimi sorsero a dire: Se tanto si fa dai Vien-
nesi, come staremo noi tranquilli?
CAPITOLO SECONDO
Condizioni dell' autore — Sua indipendenza — ' Suo viaggio poli-
tico in Italia nel 1841 — Sue relazioni in Piemonte — Scrive
i Pensieri siili' Italia di un anonimo lombardo — Suo viaggio in
Piemonte ai primi di marzo 1848.
Tale era lo stato di Milano poche ore prima dello
scoppio della famosa rivoluzione. Era necessario, anzi
dirò indispensabile, il premettere questi cenni poiché
essi danno la spiegazione dei fatti, e specialmente dei
come la popolazione in massa comprendesse la situa-
zione, talché poi ogni classe somministrò il suo con-
tingente nella lotta e contò le sue vittime nel grande
episodio di quel movimento generale di tutta Europa,
al quale si collega. Nulla panni più meschino della
narrazione dei nudi fatti senza che si comprenda come
si sprigionasse tanta forza latente fino a quel giorno ;
nulla abbassa più le famose Cinque Giornate che rap-
presentarle come un fatto isolato organizzato da Tizio
o Sempronio, quasicchè se quelli non si fossero ado-
perati nulla sarebbe avvenuto; ben più elevato appare
CAPITOLO SECONDO. 41
il concetto di quell'insurrezione considerandola come
la esplosione di materia preparata da lunga mano ,
accumulatasi quale effetto di molte cause operanti
sulla massa intera della popolazione. Sta in ciò la sua
vera natura, che affermar non si può senza provarne
un intimo compiacimento.
Prima però che, abbandonando queste considerazioni
generali , io entri nella narrazione dei fatti parziali ,
conviene che il lettore tolleri che gli faccia un cenno
della mia condizione speciale. Per quanto piccolo sia
un individuo a fronte di sì grandi avvenimenti, quando
esso si fa a narrarli, gli diviene indispensabile non solo
il somministrar la prova della veracità dei fatti che
possono essere sindacati da altri contemporanei , ma
ancora della sua competenza nel dare i giudizj in-
torno alle condizioni di quei tempi, allo stato morale
delle popolazioni, il che non potrebbe ammettersi in
uno che , rimasto estraneo ai fatti stessi , fosse stato
sorpreso dai medesimi senza che prima avesse rivolto
alcun pensiero alle loro cause. Non sarà difficile il
riconoscere come mi debba star a cuore di provare
che non intendo rivestire idee d'allora coll'abito d'oggi,
né indossare il facile manto del profeta ; ma non potrei
ottener questo se non toccassi almeno di volo la mia
vita antecedente a quel grande episodio.
Allorché avvennero i moti del 183 1 in Italia, io mi
trovava giovine studente a Vienna, amico di unghe-
resi e di polacchi coetanei e condiscepoli; cominciai
col vagheggiare l'idea dell'indipendenza nazionale come
r unica base possibile d' un sistema razionale che si
fonda non su avvenimenti dovuti alla forza od al ca«
42 CAPITOLO SECONDO.
priccio dell'uomo, ma su d'uà fatto che non è creato
da lui ma dalla natura e dalla storia , sul fatto della
nazionalità, e mi riscaldava non poco a quel concetto
divenuto anche il tema prediletto delle conversazioni
cogli amici non meno incaloriti di me. Compiti gli
studii venni in Italia ed entrai al servizio amministra-
tivo del governo austriaco, tale essendo il desiderio
de' miei genitori, ma vi rimasi ben poco, perchè, do-
minato sempre da quelle idee, non trovava cosa onesta
servire un governo ed adoperarsi per combatterlo.
Quindi cominciai collo svincolarmi da quell' impegno
senza aver fatto un solo atto, durante il tempo del
mio servigio , che fosse in opposizione al giuramento
che aveva prestato; ma, ricuperata la mia piena li-
bertà, mi proposi far tema dei miei sforzi l'avvera-
mento dell'idea dell'indipendenza d'Italia.
Due cose mi parevano emergere chiarissime dalla
storia : l'una che una grande potenza la quale dispone,
di un potente esercito,, non si combatte che con un
esercito egualmente potente; l'altra che di tutti i modi
per venire a capo di liberarsi dal dominio austriaco il
meno efficace era quello delle congiure. L'Italia con-
tava due eserciti nazionali; il piemontese ed il napo-
letano ; il primo stimato per fama tradizionale , il se-
condo forte per numero; trovar modo di agire su'quelli
che disponevano di quelle forze, far sì che afferrassero
il concetto della liberazione d'Italia, era la via più
retta per approssimarsi allo scopo. Quanto al pub-
blico conveniva educarlo a quelle idee, onde il giorno
della chiamata sapesse che cosa si voleva da lui e fosse
pronto ai sacrifici necessarii. Ben presto m' accorsi
CAPITOLO SECONDO. 43
quanto fosse vana la speranza di voler influire su d'un
sovrano come il re Ferdinando II di Napoli. Nel 1841
feci un viaggio d' esplorazione politica in tutta Italia
per convincermi delle sue condizioni reali; e a tal
uopo m'informava con prudenza dello spirito pubblico'
dominante nelle varie contrade ; pur troppo il livello
dello spirito pubblico mi parve basso e disuguale. A
Napoli mi fermai più che altrove ; vidi alcune manovre
di quelle truppe eseguite con maestria , ed una caval-
leria bellissima pel materiale ; la forza non mancava ,.,
ma che dire dell' animo dei padroni di quella forza ?
Avevo pochissime attinenze con persone del luogo, ma
ne feci con alcuni distinti stranieri , e fra questi con
inglesi, alcuni dei quali erano pienamente al fatto degli
aneddoti di Corte e dello spirito del governo. Si può
facilmente immaginare di qual natura fossero quei rac-
conti e qual concetto potessi io desumerne pel con-
corso di quella popolazione ad un'impresa che avesse
per iscopo l' indipendenza nazionale. In Toscana nes-
suno allora parlava male del governo; ma eravi già un»
nucleo di persone che si occupava di politica e che po-
neva per base del risorgimento italiano la cessazione
del dominio straniero ; di che vieppiù mi persuasi nel
1843 in occasione del Congresso di Lucca, al quale andai
non già come scienziato, ma come dilettante, e in realtà
come esploratore politico. Il numero dei benpensanti ,
termine che allora riassumeva l'idea dell'indipendenza,
si era notevolmente aumentato; se non che piccolo era
l'aiuto che la Toscana poteva dare, ammesso pure che
il Granduca arrivasse sino al punto di prendere le armi
contro l'Austria, cosa allora ben poco probabile. Il paese
4\ CAPITOLO SECONDO.
che solo mi pareva offrire una base solida, era il Pie-
monte ; io non aveva atteso sino allora ad andarvi.
Avendo fatto iti Lombardia la conoscenza col com-
mendatore Maurizio Farina, possidente nel Canavese, li-
berale di vecchia data, e stretta seco lui amicizia, lo
accompagnai, prima ancora che intraprendessi il viaggio
per tutta Italia , al suo ritorno in Piemonte , ove ap-
presi a conoscere Lorenzo Valerio ed altri, che pote-
vano chiamarsi i bersaglieri della futura falange che
doveva propugnare le idee d'indipendenza. Allora era
ancor piccola, ma in terreno propizio per svilupparsi;
il Piemonte solo presentava le condizioni serie per
concorrere ad un tentativo di tale portata; esso aveva
un esercito pieno del sentimento del proprio onore :
il Re, che ne disponeva, trovava uno scopo nella guerra
che avrebbe potuto procurargli il Lombardo-Veneto; la
cosa non era né facile, né allora tampoco probabile ,
ma bastava che si potesse chiamare possibile , perchè
non si riguardasse un'utopia il fermarsi su quell'idea.
Si parlava sempre in modo velato (1841-43) , ma si
tendeva a quel fine. Valerio fondava le Letture di fa-
miglia , e vi presi parte anch'io; poi fu costituita la
Società Agraria nel 1843 e fui fra i fondatori; era un
manto che ben presto divenne cosi trasparente , che
nessuno più si illudeva. Nel successivo 1844 apparve
l'opera Le Sperante d'Italia del Balbo, già da me men-
zionata. Io mi trovava in pieno accordo seco lui nei
modo di vedere , salvo nella questione intorno al po-
tere temporale del Papa, ch'ei voleva conservare. Quella
discrepanza nel modo di giudicare d'una delle questioni
principali per l'Italia, fu una delle ragioni che mi spin-
CAPITOLO SECONDO. 45,
sero ad entrare nell'arringo degli scrittori politici, che
presero per tema il modo di procurare l'indipendenza
all'Italia, e nel 1845 scrissi i Pensieri siili' Italia d'un
Anonimo lombardo, stampati poi a Losanna nel succes-
sivo 1846. Le circostanze di allora procurarono al mia
libro pronta e felice accoglienza , se è lecito arguirlo
dallo spaccio delle copie. (0 Io mi proponeva anzitutto
il quesito dell' indipendenza; non parlai d'unità, poiché
io partiva dal principio che tutto dovesse farsi coi
sangue italiano. Io pure capiva anche allora che l'Italia
una ed indipendente era un ideale ben più seducente;
ma come arrivarvi colle sole nostre forze ? L'esercito
piemontese e Carlo Alberto suo condottiero, potevano-
forse cimentarsi a una guerra contro 1' Austria e dire
in pari tempo agli altri sovrani d' Italia : « Vogliamo
cacciarvi dai vostri troni per fare un solo Stato? »
Un progetto simile era allora un delirio ; una solu-
zione in tal senso non si poteva ammettere, che ac-
cettando 1' aiuto straniero contro il quale io mi pro-
nunciava risolutamente, osservando che le nazioni non
si redimono che ribattezzandosi nel sangue proprio e
che per la redenzione d' Italia doveva scorrere solo
sangue italiano. Ora , posta simile condizione , non si
doveva complicare la questione e cominciare col divi-
derci, col farci dei nemici anziché degli alleati, nella
stessa Italia. Se la nazione, diceva io, si redimerà colle
(1) Si fecero due edizioni ; la prima nel 1846 e la seconda nel 1847. Essendosi
un mio correttore, che inclinava al rosso, permesso di far alterazioni nel testo, or-
dinai che si annullasse la prima edizione già stampata e si facesse la seconda ; que-
sta venne fatta, ma l'editore (Buonamico) trovò più comodo smerciarle entrambe e
pagarmi poi con un fallimento. Benché stampate a Losanna si datarono da Parigi-
46 CAPITOLO SECONDO.
sole sue forze, sarà stimata ed apprezzata anche dalle
altre potenze , dagli altri popoli , e noi stessi avremo
maggior fede nei nostri destini. Tuttavolta siccome in
fondo al cuore stava pur anche il desiderio di vedere
l'Italia indipendente, senza augurarlo solo ai nostri po-
steri, volli discutere anche il caso dell'intervento stra-
niero e quello specialmente della Francia che volevo
meno degli altri, ma che riconoscevo il più possibile
fra tutti, perchè dicevo allora: Alla Francia si può ce-
dere la Savoja non a sgravio di gratitudine, ma in com-
penso del prestato aiuto.
Vollero i destini d' Italia che quindici anni dopo si
verificasse precisamente quel caso; ma quando si pensa
che cosa fu la battaglia di Solferino e S. Martino , e
che ci vollero gli sforzi più tenaci dei due valorosis-
simi eserciti per vincere, si arriva facilmente alla con-
seguenza che l'Italia colle sole sue forze non sarebbe
riescita a conquistare , nelle condizioni di allora , la
propria indipendenza. Però, dacché l'aiuto straniero fu
indispensabile e venne precisamente dalla Francia, non
è più lecito il transigere colla riconoscenza. Così opi-
navo quando discutevo il quesito come un' ipotesi ;
così opino ora, dappoiché l'ipotesi d'allora, quantunque
non desiderata, fu invece precisamente quella che con-
dusse anzitutto al primo indispensabile passo, la base
di tutti gli altri, all'indipendenza verso lo straniero e
quindi all' unità. Mi si perdoni la piccola digressione;
ma, per verità, quando odo certi discorsi, quando leggo
certi scritti relativi all' aiuto prestato dalla Francia ,
chieggo se l'Italia non ha proprio altra scelta che fra
l'ingratitudine o la servilità, o se non ha invece quella
CAPITOLO SECONDO. 4J
della gratitudine senza servilità : della prima ha debito
verso la Francia, dell'altra verso sé stessa. Risparmio
al lettore ogni particolarità di piani e di passi fatti
cogli amici, d'un solo però mi credo autorizzato a far
un'eccezione, perchè ebbe una grande influenza per spin-
gere la mia attività. Nel 1846 io entrai in relazione
epistolare col conte di Castagneto, intendente [del re
Carlo Alberto. Fu causa una bellissima aquila che mi
permisi offrire allo stesso per il real parco; neh' of-
frirla lanciai una- frase sull'aquila, già glorioso emblema
d'Italia e di Casa Savoia. Pronta e gentile fu la ri-
sposta, con un cenno d'allusione anche all'augurio. Mi
bastò perchè , deposto ogni velo, ogni frasario meno
che chiarissimo, mi prendessi la libertà di chiamar sul
serio l'attenzione del signor Intendente generale del Re
sulla possibilità d'una guerra coli' Austria per l'indi-
pendenza del regno Lombardo-Veneto. Lo spirito dei
tempi era così esaltato, sopratutto dopo la nomina di
Pio IX , che i fatti non tardavano mai a confermare
le mie previsioni sull' espandersi dei sentimenti di li-
bertà ed indipendenza e sugl'imbarazzi sempre cre-
scenti dell'Austria. Il carteggio si fece sempre più vivo;
non lasciavo passar occasione per dimostrare come quella
doppia corrente rendesse sempre più possibile un ten-
tativo serio; però io mi guardava bene dall' esagerare
e dall'asserire cosa meno che esatta nell'uno o nell'altro
senso. Godendo di piena indipendenza, dimorando buona
parte dell'anno in Milano, andava e verificava io stesso,
m'informava minutamente, e siccome le mie relazioni
furono trovate esatte, si cominciò a prestar loro piena
fede. Una di quelle relazioni diretta all' amico Farina,
48 CAPITOLO SECONDO.
il medesimo che fu poi deputato in molte legislature/ 1 )
venne comunicata al Brofferio , che io non conosceva
che di nome; più tardi e senza dirmi nulla, anche
quando divenimmo colleghi nella Camera del Parla-
mento sardo , ei pubblicò fra i documenti della sua
Storia del Parlamento Sardo, quella lettera che più non
rammentavo , non essendo che una delle tante scritte
allora; ma, rivedutala, la riconobbi per mia; ed ora
la riprendo io stesso dalla sua opera e la cito qual
prova dello scrupolo che mettevo nel dare informa-
zioni. ( 2 ) Le mie speranze fondandosi precipuamente
sull'esercito piemontese, non mi ero curato molto di
stringer numerose relazioni in Lombardia, e si limita-
vano a quelle del conte Giulini e del conte Arese in
Milano, del marchese Valenti Gonzaga in Mantova, e
di pochi altri. I convegni sopratutto col primo, che mi
offriva anche i mezzi sicuri per mandar le mie rela-
zioni in Piemonte , si fecero sempre più frequenti , e
negli ultimi tempi erano giornalieri. Di promuovere
una insurrezione non si parlò mai se non a guerra di-
chiarata ; tuttavolta si prevedeva possibile uno scoppio
non solo in Milano, ma anche in altre città tanta era
l'animosità fra 5 cittadini e soldati, onde scene di sangue
erano avvenute a Padova ed a Pavia , non sì gravi
come a Milano, ma bastevoli ad infiammare gli animi
alla vendetta. Ai primi di marzo di queir anno la si-
tuazione parve cotanto rischievole a me ed agli amici,
che io temendo non la si giudicasse con piena cogni-
(i) Ora senatore del Regno.
(2) Vedi allegato N. 1.
CAPITOLO SECONDO. 49
zionc a Torino, mi decisi d'andarvi in persona per ri-
ferire esattamente lo stato delle cose, scongiurando che
si venisse alla dichiarazione di guerra, giacché tutto fa-
voriva quel passo per quanto arditissimo.
Essendomi già prima stato negato il passaporto pel
Piemonte, mi valsi d'uno per la Svizzera che avevo,
e mediante un giro un po' vizioso, ma fatto senza so-
star mai, giunsi a Torino il 4 marzo, per mera com-
binazione ignorando che per l'appunto in quel giorno
si proclamava lo Statuto. Fui quindi testimonio ocu-
lare dell' entusiasmo straordinario di quei giorni. Ap-
pena arrivato mi recai dal conte Castagneto, nel pa-
lazzo reale, e gli narrai lo stato della Lombardia e di
Milano in modo particolare, e come da un momento
all'altro potessero scoppiare ostilità. Ebbene sappia, mi
rispose egli , che noi abbiamo chiamato anche V ultima
classe sotto le armi: ben vede se siamo deliberati.
Le parole del conte di Castagneto (rispettabilissimo
personaggio, senator del Regno, uno dei pochi super-
stiti della prima nomina del 1848) mi rallegrarono; ma
avendo voluto informarmi in modo preciso anche della
distribuzione della forza , rimasi sorpreso come fosse
ancora tanto sperperata, si che sarebbero occorsi non
pochi giorni a concentrarla , mentre l' Austria conti-
nuava a mandar truppe verso il confine. Non mancai
di far presente a' miei amici quanto fosse pericolosa
quella situazione ed urgente il concentramento. Io non
dubitavo delle intenzioni , ma temevo che il partito
contrario tergiversasse la grande impresa più di quanto
mi si era fatto supporre ; epperò quel fatto mi addo-
lorò. Ritornato a Milano , narrai a pochi fidati amici
Ricordi, ecc. 4
50 CAPITOLO SECONDO.
quanto mi aveva detto il conte di Castagneto e quanto
aveva io stesso veduto ed udito circa allo spirito della
popolazione, ma non celai la mia inquietudine per la
lentezza del concentramento delle truppe.
I pochi giorni che ancora decorsero prima dello
scoppio della rivoluzione , li spesi a mandar lettere
pressanti col ragguaglio delle forze dell'Austria, e nel
fare continui calcoli del tempo che occorreva pel con-
centramento delle truppe piemontesi, allorquando il
mattino del 18 marzo esci , a meraviglia di tutti, la
strana notizia delle summentovate concessioni liberali
dell'Austria; notizia che valse, come già dissi, quanto
l'annuncio, che Vienna fosse insorta.
Spiegate così anche le mie condizioni personali, vengo
alla narrazione dei fatti.
IMIIIIIK
CAPITOLO TERZO
Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate la
mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande di-
mostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del palazzo
di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre di bar-
ricate.
Poco dopo l'affissione della notizia per la chiamata
a Vienna pei 3 luglio, Milano aveva assunto un insolito
aspetto; si formavano capannelli in ogni via e da ta-
luni escivano queste voci : Oggi si fa la dimostrazione
al Governo; si radunano al Broletto; da altri esclama-
zioni più risolute: Bisogna finirla, è insorta Vienna;
non è pili tempo a dimostrazioni, fatti ci vogliono !
Queste voci diverse accennavano alle due diverse cor-
renti, alle quali i cittadini eran proclivi: gli uni vole-
vano passar per la via legale, andar al Governo, chie-
dere le concessioni colle buone, ma altri non volevano
saperne di vie legali e parlavano d'armarsi. Verso le io
antimeridiane tutta Milano era in moto. Io che, come
dissi, non avevo speranza che nell'esercito piemontese,
52 CAPITOLO TERZO.
non desideravo un'insurrezione prima che rompesse Li
guerra, temendo non riuscisse che ad un sciupamento-
di forze. Però giudicando che il conflitto era inevita-
bile , pensai ad armarmi , ed andai da certo Colomba
armaiuolo, che aveva la bottega nella via Mercanti d'oro,
una di quelle che oggi fanno parte della via Torino, e
costituiva precisamente il primo ramo che dalla Piazza
del Duomo riesci va alla via della Palla, altra via com-
presa ora pure nella anzidetta nuova e grandiosa via.
Per una di quelle contraddizioni , che si spiegano
solo colla confusione che regnava anche fra i domina-
tori, mentre era stato proclamato il giudizio statario,
si erano lasciate aperte le botteghe degli armaiuoli.
Entrato in quella del Colombo , feci scelta di alcune
armi corte , che potessi nascondere sotto il pastrano ;
epperò presi due grandi pistoloni ed una sciabola da
guardie di finanza. Ed ecco , intanto che io stava pa-
gando , odesi un rumore insolito ; erano le botteghe
che si chiudevano , ma con tal furia e fretta che sa-
rebbesi detto che ognuno riponeva la sua salvezza nel
far presto quell'operazione. Il povero Colombo, che io
conosceva, perchè era il mio armaiuolo ed era un buon
uomo ed un operaio intelligente, comprese benissimo
che il nembo innocuo , per gli altri bottegai , poteva
non esserlo per lui, e smarrito e pallido mi chiese
consiglio.
Che volete? gli risposi io. Se voi chiudete vi sfondano
la bottega e vi portano via tutto ; fate a mio modo: met-
tete qui sai tavolo il vostro registro , e dite a chi entra
per prender armi che se non può pagar tosto, noti quello
che prende, e pagherà in appresso. Ei seguì il mio con-
CAPITOLO TERZO. 53
siglio, e credo che qualcosa ricuperò, ma non molto,
perchè ben presto irruppe la folla e la sua bottega
venne completamente svaligiata; né tal sorte toccò a
lui solo, ma a tutti gli armaiuoli e, col pretesto che
erano armi , fu invasa e dispersa anche una bella col-
lezione di armi antiche di casa Arnaboldi.
Tosto eh 5 ebbi fatto il mio acquisto , io uscii dalla
bottega, col pastrano tutto chiuso e come imbottito,
e, traversata la piazza del Duomo , mentre mi avvici-
nava al Coperto dei Figlili, W mi incontrai in un drap-
pello di artiglieri, che venivano a passo di carica dalla
piazza dei Mercanti diretti al palazzo di Corte, sicché
dovetti retrocedere un passo per non urtare in quei
soldati, e mi trovai in una posizione un po' critica.
Per quanto nascondessi le mie armi, si vedeva che
aveva qualcosa sotto l'abito, giacché doveva sostenerle
col braccio sinistro serrato al petto. Fermarsi era pe-
ricoloso , ma retrocedere era forse peggio ; preferii il
primo partito e rimasi , ostentando la più grande in-
differenza; per buona sorte il drappello era poco nu-
meroso, e la sua consegna era d'andare al palazzo di
Corte, e presto. Mi sfilarono avanti alla distanza d'un
metro senza occuparsi punto di me ; il che però non
tolse che, quando passò l'ultimo, mi sentissi sollevato,
perchè da quel giorno in poi , finché durò la lotta ,
quanti si trovavano colle armi alla mano venivano fu-
cilati.
(i) Era uà fabbricato con portici, che sorgeva sull'area dell'attuale piazza del
Duomo, a sinistra di chi si presenta avanti alla facciata, lungo quanto la piazza
una stretto assai.
54 CAPITOLO TERZO.
Come ebbi libero il passo, traversai il Coperto dei
Figini e la corsia de' Servi, ( J ) ed entrato nel corso
di Porta Orientale, < 2 ) andai dal conte Arese a nar-
rargli quanto aveva veduto. Sebbene fino a quel mo-
mento io non potessi parlare di ostilità , era evidente
che non potevano tardare a scoppiare; e quindi la
pregai a partire senza indugio di sorta per Torino,
affine di sollecitare l'entrata in campagna dell'esercito
piemontese, già pronto, nessuno potendo prevedere che
cosa sarebbe succeduto di Milano.
A quel punto non era più il caso di discutere se
quello scoppio fosse un bene od un male; conveniva
prendere il fatto com' era , ed assecondarlo. L' Arese
comprese benissimo la gravità della situazione e mi
disse che sarebbe partito senza porre tempo in mezzo.
All'uscire della sua casa vidi una gran folla presso
San Babila, avviata verso il borgo Monforte, dove eravi
il palazzo del Governo (ora della R. Prefettura) e la
seguii. Componevasi d'ogni classe di persone, uomini,
donne e fanciulli , e procedeva lentamente , poiché il
tratto di via dal Leoncino di Porta Renza fino al pa-
lazzo di Governo, era già, quanto è lungo, tutto gre-
mito di gente. Rivoltomi ad una persona che parlava
con grande concitazione ai suoi vicini, gli chiesi qual
(i) Cosi chiamavasi tutto il tratto che fiancheggia il Duomo venendo sino al così
detto Leoncino di Porta Renza , e la denominazione di corsia de' Servi gli veniva
dalla chiesa de' Servi, che sorgeva ove oggi trovasi la piazza S. Carlo. Ufficial-
mente dal 182 > in poi si chiamava corso Francesco , in onore dell' imperatore Fran-
cesco 1, ma, nel fatto, il popolo lo -chiamò sempre corsia de' Servi. E il medesimo-
tratto che'chiamasi ora corso Vittorio Emanuele , e quella simpatica denominazione
pose realmente in obblio l'antica secolare dei Servi.
(2) L'attuale corso di Porta Venezia.
CAPITOLO TERZO. 5 5
fosse lo scopo preciso che si aveva. Si fa, rispose, una
grande dimostrazione per appoggiare le dimande di con-
cessioni che si vogliono dal Governo, e quanto prima verrà
il Municipio ed il Delegato stesso ^ in persona. Colui cre-
deva nella possibilità di una soluzione pacifica, né egli
solo era di tale opinione, ma molti ; perchè rammento
ancora in modo preciso che, giunti noi a quella casa
alta che si incontra a sinistra sulla via di S. Romano
dopo la chiesa di S. Babila, esci da una bottega che,
se non erro, era allora d'un tappezziere, un giovane
con un ferro corto, ma acuto e forte, per cominciare
a smuovere il selciato e far una barricata; ma più d'uno
gridò: No, no: a che prò vuoi rovinare la strada? E il
giovane rientrò in bottega.
Giunto colla folla precisamente all' altura della via
della Passione , ossia a poche decine di metri dal pa-
lazzo del Governo , sento gridare : Sono qui, sono qui.
Era la Deputazione solenne che, tentando le vie legali,
veniva a chiedere le concessioni. Avanzava anch' essa
lentamente , perchè accerchiata da gran folla ; ma per
lo sforzo combinato delle persone che, piene di buona
volontà, le erano più vicine, di alcuni uscieri e d'un
drappello di pompieri, si manteneva un po' di spazio
libero nella sua strada. La deputazione era numerosa
e schierata sopra una sola linea, sì che occupava quasi
tutta la larghezza della via. Nel centro eravi il dele-
gato provinciale, Antonio Bellati; aveva alla sua destra
il podestà conte Gabrio Casati; quindi, dall'una e dal-
(i) 11 Delegato corrisponde al Prefetto, e copriva allora quella carica una disti ala
persona, il signor Antonio Bcilati.
56 CAPITOLO TERZO.
l'altra parte venivano assessori del Municipio ed altri.
Alcune fra quelle rispettabili persone erano di mia co-
noscenza , e fra gli altri il delegato Bellati, col quale
aveva avuto contatto nel breve tempo ch'io era stato
impiegato presso il Governo in quel medesimo palazzo
ove ora si recava con tanta solennità la Commissione,
della quale egli era il più alto personaggio.
Arrivata che fu la Deputazione alla porta del pa-
lazzo, si fece un grande sforzo da parte di quanti la
attorniavano perchè potesse entrare; ed io, che me le
era avvicinato , approfittai del momento per entrare
anch'io nel cortile. La Deputazione si recò difilata al
piano superiore, per lo scalone a destra, sotto il por-
tico dal lato d'oriente; io rimasi pel momento nel
cortile, attirato dallo spettacolo che presentava, impos-
sibile a descriversi. Il cortile, di non comune ampiezza,
tutto cinto da un porticato a colonne, era pieno zeppo
di gente d'ogni classe, d'ogni età e di ogni sesso, e
vi regnava un baccano tale che impediva di intendere
distintamente cosa alcuna; né tal baccano era cagio-
nato solo dalla folla che si trovava nel cortile, ma
pur da quella che si trovava ai piani superiori, so-
pratutto al primo piano. Gli uffici erano stati tutti in-
vasi, e tratto tratto si vedevano volar per aria carte,
fascicoli e libri, che cadevano sulla testa o sulle spalle
dei sottostanti ; quindi urli grandissimi, nuovo baccano
e nuovo accorrere di chi voleva conoscerne la causa.
Per qualche minuto io rimasi immobile vicino alla co-
lonna della prima arcata, affine di essere urtato un
po' meno, a contemplare quello spettacolo; ma poi,
fattosi momentaneamente sulla mia sinistra un po' di
CAPITOLO TERZO. 57
spazio libero , mi cadde lo sguardo su un materasso
in terra, presso la terza arcata. Mi avvicinai e vidi
che sporgevano fuori di sotto il materasso due piedi
colla calzatura propria dei soldati ungheresi, sì distanti
l'uno dall'altro, che ben comprendevasi ch'appartener
dovevano a due persone, evidentemente a due cada-
veri. Feci un atto di sorpresa, ed uno degli astanti
mi disse : Sono i due soldati ci/erano di sentinella al pa-
lalo. Allorché la folla irruppe , avendo que' soldati
fatto atto di voler difendere l'accesso, vennero uccisi
l'uno con una pistolettata, l'altro colla sua stessa ba-
ionetta, essendogli stato strappato di mano il fucile;
.così mi venne allora narrato. Allo scopo poi di sot-
trarre dalla vista del pubblico il sanguinoso spettacolo
di que' cadaveri si erano trascinati nel cortile, nel luogo
da me accennato , ed erano stati coperti da un mate-
rasso. Altro che dimostrazioni pacifiche e concessioni!
dissi io; ma ben presto, stanco di quelle grida incom-
poste, di quei dialoghi tronchi, di quelle continue on-
date di popolo, salii agli uffici per vedere che cosa
accadeva colà. La* folla vi era un po' meno fitta ed
era stata posta una sentinella alla porta che conduceva
alle stanze ove trovavasi la Deputazione col vice-presi-
dente del governo O' Donnei, il quale allora esercitava
le funzioni di governatore. La sentinella mi lasciò pas-
sare; molti altri erano però già passati, e se anche colà
non era fitta la folla come nel cortile, non si poteva andar
avanti che a grande fatica. Trovai parecchie persone
di mia conoscenza, le une impensierite ed altre piene
dell'allegria che suscitava lo spettacolo della sottoposta
corte, ch'era veramente qualcosa di singolare; anche
58 CAPITOLO TERZO.
colà, negli uffici, per esser intesi bisognava alzar la
voce. Dopo un quarto d'ora circa da che io mi trovava
in quel luogo, si sente annunciare, e non già da uscieri
o da poche voci, ma da centinaia di voci in tutti i
toni possibili: L'arcivescovo, l'arcivescovo l largo all' ar-
civescovo! Era infatti l'arcivescovo Romilli, che allora
godeva di grande popolarità. Succedeva esso all'arci-
vescovo cardinale Gaisruck, morto circa un anno e
mezzo prima , prelato riguardevole e di carattere fermo,,
che aveva avuto una particolare cura dell'educazione
del clero e che, dopo aver saviamente retto per lunghi
anni la vasta sua diocesi, lasciò di sé memoria ono-
rata. Il Romilli, che gli succedette, aveva fatto il sua
ingresso in Milano l'8 di settembre dell'anno antece-
dente, e da quella solennità si era còlto pretesto di
una dimostrazione a favore di Pio IX, che ripetutasi
la sera in piazza Fontana, su cui prospetta la tacciata
del palazzo arcivescovile, aveva dato occasione d' infie-
rire alla polizia, la quale per impedirla aveva provo-
cata una lotta , in cui fa sparso sangue e v'ebbe perfino-
una vittima in un certo Abate, negoziante di mobili.
Il nuovo arcivescovo era disceso in piazza, aveva con-
tribuito a sedare il tafferuglio , e per quell'atto , ma
più ancora perchè rappresentava moralmente il Papa,
era divenuto popolare. All'udire l'esclamazione: E qui
l'arcivescovo, largo all'arcivescovo, noi, quanti eravamo
nella stanza, ci affrettammo a far largo, ed a serrarci
per formar spalliera. Era egli accompagnato da un altra
sacerdote, e forse da più d'uno; ma siccome lo assie-
pava un codazzo di curiosi, i quali probabilmente ave-
vano afferrata quell'occasione per entrare, così non
CAPITOLO TERZO. 59
posso asserire con certezza se non d'aver veduto un
sacerdote che gli stava al fianco. Il Romilli cercava
mostrar coraggio, salutava a destra e sinistra, sorri-
dendo, ma si scorgeva ch'era molto agitato. Quella
che più mi colpì si fu il vedere che portava una coc-
carda tricolore all'abito. Veniva ei pure ad unire i suoi
sforzi a quelli della Deputazione, affine d'ottenere le
concessioni; ma il dabben uomo, che ben presto do-
veva dar prova di una debolezza estrema, mostrava di
già, colla sua coccarda tricolore, quanto poco fosse
padrone di sé. Andare dal rappresentante del Governo-
per trovare il modo di scongiurare pacificamente il
nembo che sovrastava, ed andarvi coll'emblema ch'era,
la negazione di quel Governo, poteva dirsi una puerile
incongruenza; ma quella coccarda era stata a lui ap-
piccicata mentre che saliva le scale, ed egli non aveva
avuto il coraggio di levarsela, almeno pel tempo che
trattava col rappresentante del Governo che pur vole-
vasi ancor mantenere.
Il baccano nel cortile continuava sempre, perchè
quelli che escivano venivano surrogati da nuovi cu-
riosi. Osservata dall' alto queir onda continua di po-
polo che agitavasi in modo sì rumoroso, e quella ra-
pida vicenda d'indistinti colloqui della gente che era.
nella corte con quella già salita al primo ed anche ai
secondo piano, formava uno di quei spettacoli che più
non si dimenticano. Ma non andò guari che si apri
l'uscio della stanza ove si trattava e ne uscì il conte
Carlo Taverna colla notizia della prima concessione.
Ecco ora che cos'era avvenuto in quella specie di
sancta sanctorum; io lo riferisco sulla fede dello stesso-
ÓO CAPITOLO TERZO.
conte Taverna che fu mio carissimo amico e più d'una
volta mi narrò i particolari di quel fatto.
Il vicepresidente conte O'Donnell non aveva ceduto
tosto alle istanze della deputazione, la quale chiedeva
che si accordasse la guardia nazionale e ad essa si
affidasse la polizia, per di più instava per 1' immediata
libertà di stampa.
L' O'Donnell aveva cercato di far le sue rimostranze
intorno alla gravità delle domande, osservando pure,
che quand'anche egli avesse ceduto, le sue concessioni
potevano venir disdette; ma i membri di quella Com-
missione insistevano sull'impossibilità di poter altri-
menti frenare quel moto popolare che già aveva preso
il disopra. Or siccome egli era solo, né alcuno veniva
in suo aiuto, finì per cedere, accordando le domande
anzidette una dopo l'altra.
Appena ottenutasi la prima, venne, come dissi, ad
annunciarla il conte Carlo Taverna.
Immediatamente uno degli astanti che aveva una
voce stentorea s'avvicinò ad una finestra che dava
sulla corte e si fece a gridare con quanta voce aveva
in petto: Signori: il Governo ha fatta la concessione
di . ■ Ma per quanto forte gri-
dasse, non veniva inteso; il chiasso era tale che supe-
rava la sua voce, e indarno si cercò di ottenere si-
lenzio. Allora si ricorse ad un espediente che raggiunse
lo scopo, ma ebbe la sua parte comica. Scriviamo la
concessione, disse taluno, e poi gettiamo il foglio nel cor-
tile. Si cerca penna, carta e calamaio, ma non si trova
nulla; finalmente a forza di frugare si rinviene un ca-
lamaio, ma non carta, non penne. La caria la troverò
CAPITOLO TERZO. 6f
io, grida uno, probabilmente un impiegato. Qui ci sono
dei bollettini (delle leggi) che hanno sempre qualche foglio
in bianco. Detto, fatto: si prendono i primi bollettini
che capitano sotto la mano , e si estraggono quanti
fogli bianchi contengono. Penne non se ne hanno, ma
si supplisce alla meglio; e più d'uno dei presenti ed
io stesso intingiamo il nostro indice nel calamaio e
scriviamo sul foglio la prima concessione. Si pensi che
calligrafia, che caratteri; ma erano leggibili. Gettiamo
i fogli nel cortile da più finestre, affinchè si sparges-
sero meglio fra la gente sottostante. Si può immagi-
nare la curiosità; i fogli si leggono ad alta voce: chi
capisce, chi non capisce; ma le parole: Il Governo ha
conceduto colle quali cominciava il testo, fecero capire
all'ingrosso che le cose andavano bene: quindi molte
voci si alzavano più forti delle altri gridando : Evviva
la concessione — evviva il municipio.
Questa scena si ripetè tutte tre le volte , ossia per
ogni singola concessione W, Il chiasso divenuto mag-
giore aveva attirato nuova gente, e tutti gli spazi n'e-
rano letteralmente stipati , non nel cortile solo , ma
per le scale e per gli uffici stessi ov' eravamo noi a
fronte della sentinella ch'era stata impotente a tratte-
nere 1' onda del popolo. Miste agli evviva si udivano
le esclamazioni: Vogliamo armi. Vogliamo armi! Si toc-
cava proprio 1' apice del caos e del chiasso , quando
una gravissima notizia viene a metter fine a quella
singolare scena, a quel misto di serio e di comico, a
(1) Guardia Nazionale — Libertà di stampa — Garanzie personali.
/
62 CAPITOLO TERZO.
quelle trattative per un ravvicinamento divenuto im-
possibile dopo l'uccisione delle sentinelle. La notizia
era che a passo di corsa s'avanzava non poca truppa
dal bastione di Porta Romana* / Tedeschi... i Tedeschi!
sì udì presto ripetere , ed allora cominciò la folla a
fuggire d'ogni parte perchè in quella moltitudine non
ve n'era uno su cento che fosse armato. Per buona
sorte , oltre 1' uscita principale , il palazzo comunica
con una corte vicina che ha pure uno sbocco sulla via,
tanto che in poco tempo, cortile, portici, uffici furono
sgombri. La deputazione eh' era intenta a completare
la famosa opera di conciliazione, se n'andò ben presto
anch' essa , conducendo seco quale ostaggio lo stesso
vicepresidente; sì rapido era stato il cammino della
rivoluzione che volevasi prevenire.
Uscito da quel palazzo, il municipio col suo prigio-
niero andò dapprima in casa Vidiserti al Monte Na-
poleone, e più tardi si trasferì in casa del conte Carlo
Taverna nella contrada dei Bigli ove rimase per tutto
il tempo della lotta. Il Delegato con alcuni assessori
andò al Broletto dove sedeva allora la Delegazione ed
il Municipio stesso.
Allorché cominciò quel fuggi fuggi, alcuni cittadini
per calmare lo spavento, che avrebbe avuto per effetto
il precipitoso rovesciarsi degli uni sugli altri, gridarono
ad alta voce che vi era tutto il tempo, poiché i Tede-
schi non erano che a un tal luogo che nominarono,
ma ora non rammento. Io prestai loro fede , tanto più
che rimasero anch'essi, sicché partimmo fra gli ultimi,
sgombre che furono le scale.
Traversando il cortile considerai un istante la biz-
CAPITOLO TERZO. 63
zarra scena che presentava, coperto com'era tutto di
carta stracciata, di atti d'ufficio, di fascicoli tutti pesti,
e di libri conciati nello stesso modo. Ma, cosa ancor
più singolare, vi scorsi altresì alcuni mobili e fra questi
una bella culla di ferro, la quale posso ancora dire
in modo esatto che si trovava presso l'angolo ove
giacevano sotto il materasso le sventurate due senti-
nelle. D'onde venisse quella culla e come si trovasse
in quel luogo , non saprei dirlo di certo ; ma strana
spettatrice di quel tramestìo , essa fu veduta da mille
e mille , moltissimi de' quali certo vivranno ancora e
rammenteranno, con quella fedeltà con che posso ram-
mentarlo io, così curioso ed imponente spettacolo.
Il Delegato coi membri del Municipio e col sèguito,
erano venuti a piedi come accennai; ma l'arcivescovo
era venuto in carrozza; ora nel tempo che durarono
le famose trattative pel pacifico scioglimento, erano
già accaduti conflitti colla truppa in diversi punti della
città; il grido barricate! barricate! aveva risuonato, e
come per incanto già ne erano sorte in gran numero.
Fra le strade che vennero chiuse per le prime vi
ebbe precisamente quella di S. Romano che mette al
ponte di S. Damiano ove comincia la via di Monforte.
Il ponte stesso poi era asserragliato ed erasi chiuso
principalmente con un gran carro carico di botti vuote
che a caso passava di là, cui erano state tolte le ruote:
indi con panche, usci, legnami, era stato formato un
ammasso con grande studio intrecciato, lasciando solo
da un lato un piccolo passaggio per i pedoni. L'arci-
vescovo non potendo più passare colla carrozza, entrò
in casa Mantegazza che è la penultima che trovasi a
6 4 CAPITOLO TERZO.
mano sinistra prima d' arrivare al ponte venendo dal
palazzo di Governo, e rimase colà nascosto per quattro
giorni, essendone uscito, a quanto mi si disse, solo
alla fine del quarto. Ma per quanto sollecita fosse
stata la gente a fuggire dal palazzo di Governo, non
pertanto la via immediata e i suoi accessi non erano
ancora affatto sgombri allorché arrivò la truppa.
Taluni, o perchè fossero stati troppo lenti o perchè
venendo da vie laterali, ch'ivi sboccano come quella
detta della Passione, ignoravano il pericolo, si lascia-
rono sorprendere nello spazio ancor libero prima di
arrivar alle barricate.
I soldati, visti i due compagni uccisi, divennero furi-
bondi e cominciarono a dar la caccia a quanti vede-
vano e ne cadde più d'uno; ma sventuratissimi sopra
tutti furono due giovani di civil condizione che, fug-
gendo, credettero salvarsi entrando in quella casa bassa
che sta di fronte alla soppressa chiesa di S. Damiano
e nella quale eravi allora un negozio di cartoleria. La
porta era stata levata per formar la barricata sul ponte
e l'accesso era quindi libero a tutti. I cacciatori tede-
schi videro i fuggenti entrar in quella casa e li segui-
rono. Allora i due giovani salirono su quante scale tro-
varono e finirono per arrivare al tetto sul quale pure
s'arrampicarono; ma colà vennero raggiunti dai soldati,
e sia che trascinati dalla corsa sul piano inclinato del
tetto cadessero, sia che prima venissero uccisi e poi
gettati nella strada, certo è che caddero entrambi l'uno
presso l'altro avanti la bottega del cartolaio. Colà ri-
masero tutto il tempo che durò la lotta, ed erano tal-
mente sfigurati che non fu possibile l'accertare chi
CAPITOLO TERZO. 65
fossero ; solo dal modo di vestire , dalla calzatura ri-
cercata e dagli orologi che portavano, si dedusse che
appartenevano alla classe civile. Breve tempo era corso
dall'uccisione delle sentinelle e già erano qssq state
vendicate ad usura, ed innocenti al pari di loro erano
le vittime designate dalla sorte, che ha tanta parte in
siffatti avvenimenti, ad espiare il loro inopinato eccidio.
Divulgatasi la notizia delle uccisioni del Borgo di Mon-
forte, il popolo cominciò la sua volta a dar la caccia
ai soldati, e ciò che prova che gli stessi ufficiali non
credevano che potesse scoppiare un moto di tal por-
tata, si è che quattro di essi vennero fatti prigionieri
mentre si trovavano in città, ignari di quanto era av-
venuto.
Allorché io mi ritirai dal palazzo di Governo, avendo
sempre i miei due gran pistoloni e la sciabola, mi ero
affrettato ad andare a casa ove aveva munizioni na-
scoste. Io abitava nel palazzo Ciani, sul corso di Porta
Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini , palazzo
allora di recente costruzione e notabile per la sua ar-
chitettura. Tolte le munizioni dal nascondiglio , caricai
in fretta e alla meglio i pistoloni e uscii di nuovo.
Frattanto aveva principiato a piovere; il rumore delle
fucilate era cessato; pareva subentrata una sosta nel
combattimento; non pertanto io volli discendere nella
via e vedere che cosa avveniva e che cosa potevo fare.
Vuoto completamente era il corso; le porte presso la
barriera, alla quale fa capo il corso stesso , erano già
occupate da truppa numerosa, ond'io m'avanzai verso
l'interno della città con precauzione. Giunto al ponte,
scòrsi in poca distanza } a circa metà del tratto che
Ricordi, ecc. 5
66 CAPITOLO TERZO.
corre fra esso e la via della Spiga, un cadavere presso
il marciapiede a destra di chi discende. Mi avvicinai
e ravvisai in esso un uomo piuttosto avanzato d'età,
ch'era stato colpito da una palla nel mezzo della fronte
ed era caduto supino, una striscia di sangue diluito
dall'acqua stendevasi lungo il corso per non breve
tratto. Non mi parve umano lasciar così esposto quel
cadavere all'intemperie, e curvatomi, lo afferrai pel
vestito affine di trascinarlo sotto qualche tetto; allora
dalle botteghe o case vicine mi vennero in aiuto tre
persone, e sollevatolo di peso, lo trasportammo entro
quello strettissimo vicolo, che primo si incontra pas-
sato il ponte a destra e chiamasi il vicolo de' Mulini,
perchè conduce realmente ad uno dei mulini che si
trovano nella città, posto in moto dalla caduta d'acqua
d'uno dei tanti sostegni che i Milanesi chiamano conche
del naviglio; molino che deve contar più secoli d'esi-
stenza. In fondo al vicolo sta un gran portone, e noi
ci avanzammo fino a quello e bussammo perchè apris-
sero. Sulle prime non ci si volle aprire, e, deposto il
cadavere, dovemmo parlamentare a lungo, spiegare chi
fossimo, che cosa volessimo , assicurare che tutto il
corso era libero di soldati, che non chiedevamo asso-
lutamente altro se non che si desse ricovero a quel
cadavere , affine di non lasciarlo in una strada sotto
l'acqua. Mentre si perdeva il tempo parlamentando in
quel modo, una delle persone che mi avevano dato
mano a trasportarlo, credette riconoscerlo e disse che
era un povero cuoco , la persona più innocua che ci
fosse, caduto vittima esso pure del triste suo fato. Fi-
nalmente aprirono , e , deposto il cadavere nel primo
CAPITOLO TERZO. 6j
luogo coperto che si incontrò, ci disponemmo a tor-
nare ciascuno ai fatti nostri. Io precedeva gli altri,
ma giunto allo sbocco del vicolo , vidi avanzarsi da
Porta Orientale una numerosa pattuglia; laonde feci
cenno ai compagni di fermarsi e ne spiegai loro la
causa. Retrocedettero essi andando giù verso il mo-
lino, fuori della linea retta del vicolo; ma io mi fer-
mai in quello strettissimo luogo, ove potevo rimanere
inosservato, tanto più che il giorno cominciava già a
declinare. Dal fondo del vicolo, come da un cannoc-
chiale , stava attendendo d' un momento all' altro che
passasse quella pattuglia. Trascorso più d' un quarto
d' ora , mi avvicinai di nuovo allo sbocco e vidi che
essa si era fermata un po' più addietro del palazzo
Serbelloni-Busca al di là del ponte e che se ne stac-
cava in quel punto un soldato che s'avanzava sulla si-
nistra, ossia dal lato opposto a quello ove mi trovava.
Indietreggiai di alcuni passi, mi posi ben ritto al muro,
impugnai il mio pistolone per qualsiasi caso e stetti
osservando. Quel soldato era un granatiere , avvolto
nel suo mantello grigio; s'avanzò con passo lento, ma
sicuro, sino a casa Castiglione , che è quella colle fi-
nestre ad ornamenti di terra cotta nello stile della
fine del Quattrocento, e quivi si fermò osservando fisso
verso il principio del corso presso San Babila ov' era
una barricata. Indi sollevò a poco a poco il fucile per
tirare in quella direzione, ma poi lo abbassò di nuovo
tenendolo però sempre orizzontale; tre volte fece quel-
l'atto e tre volte abbassò il fucile senza sparare; si
vedeva chiaro che volta per volta gli sfuggiva la mira
e che da buon soldato non voleva sciupare il colpo;
68 CAPITOLO TERZO.
finalmente desistette ed a passo misurato retrocedette
andando a raggiungere i compagni che tutti, fatto un
dietro-fronte , s' avviarono verso la barriera di Porta
Orientale. Io andai allora ad annunciare agli altri che
la via era assolutamente sgombra e che potevano uscire
da quel luogo con tutta sicurezza, come feci io pure.
Allora decisi di rientrare a casa mia per meglio or-
dinare il piccolo mio armamento. Le mie palle erano
d'un calibro troppo piccolo per quei pistoloni, ed io
conoscevo troppo il maneggio delle armi per non ri-
maner persuaso della pochissima efficacia che avreb-
bero avuto i miei tiri con palla malferma. S'avvici-
nava la notte, e sebbene la fucilata fosse cessata, era
evidente che i Tedeschi si preparavano; l'insurrezione
ardita, inattesa, generale, li aveva sbalorditi. I rintocchi
delle campane a martello risuonavano da ogni parte,
e davano segno che si voleva dai cittadini continuare
la lotta. Era indispensabile anche pei nostri nemici il
formar un piano preciso, perchè era chiaro che il do-
mani si sarebbero riprese le ostilità su vasta scala. I
Tedeschi infatti si erano ritirati anche da Porta Orien-
tale, lasciandovi solo tanti soldati quanti bastassero per
custodire la porta. Incoraggiati da ciò, i cittadini fe-
cero una barricata anche presso il ponte fra casa Ser-
belloni-Busca e l'altra che gli sta di fronte. Rientrato
a casa mia, passai buona parte della notte a far car-
tuccie, ingrossando con tela le palle sì che entrassero
forzate e si avesse un colpo meno incerto.
"
CAPITOLO QUARTO
Il mattino del 19 marzo — L'autore è sequestrato in casa — Modo
col quale si sottrae — Si reca alla barricata di S. Babila —
Combattimento e morte del giovine Broggi. — L'autore si reca
al Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli.
Prima ancora che albeggiasse io era in piedi, riso-
luto a recarmi nell'interno della città. Or qual fu la
mia sorpresa allorché seppi dal portinaio che la casa
era tutta circondata da Tedeschi. Per quanto l'acqua
fosse caduta a diluvio, erano venuti durante la notte,
avevano spazzato quella barricata che si era eretta verso
sera presso il ponte e si erano appostati in assai nu-
mero e con cannoni, a poca distanza da quello. Dal-
l'altro lato della casa Ciani havvi il così detto Boschetto
che fa parte del Giardino pubblico ed era pieno esso
pure di soldati, sì che 1' uscire era assolutamente im-
possibile; anzi era pure occupato un piccolo atrio aperto
al pubblico dal lato del corso, ove si erano ricoverati
nella notte quei pochi che avevano avuto la fortuna
di potervi entrare e ripararsi dall'acqua. Siffatta rico-
70 CAPITOLO QUARTO.
gnizione mi contrariò molto, poiché sentivo la fucilata
lontana che cominciò prima ancora che albeggiasse,
ma mi fu giuocoforza il rassegnarmi ad attendere il
giorno per verificar meglio la possibilità di uscire, l'at-
titudine della truppa, il suo numero e tutto ciò che
potesse darmi lume sulla condizione delle cose. Io abi-
tava un primo piano del palazzo, ma interno e senza
finestre sul corso; m'era quindi necessità recarmi da
qualche vicino il cui alloggio desse sulla pubblica via,
ma non potevo far ciò prima di giorno. All'alba si udì
anche il cannone e precisamente lungo il corso di Porta
Orientale (ora Porla Venezia). Abitava nella stessa casa
al terzo piano, ma con appartamento sul corso, il di-
stinto pittore Carlo Bossoli, mio amico; deliberai re-
carmi da lui e far la mia ricognizione dall'alto al basso.
Era già levato anch'esso, ed espostogli il mio desiderio,
mi condusse su d'un piccolo terrazzino che dominava
sui circostanti tetti per lungo tratto, non essendo ancora
eretta quella gran mole di caseggiato rosso, alla fine
di quell'isolato di case, che più tardi venne costrutta
dallo stesso barone Ciani. Da quel terrazzino vidi tutta
la scena e potei giudicare del combattimento in quelle
parti. Uno dei punti ove lo schioppettìo più spesseg-
giava, era a S. Babila, ove vi era lotta colla truppa,
padrona della strada di S. Damiano, non che con quella
padrona del corso di Porta Orientale, la quale compo-
nevasi di più battaglioni comandati da un colonnello che
avanzatasi con cannoni sin presso al ponte tirava a mi-
traglia ed a palla. Era già chiaro giorno; il cielo era
sempre nuvolo, sebbene la pioggia fosse cessata. L'ispe-
zione mia fu completa, e la feci con un buon cannoc-
CAPITOLO QUARTO. 71
chiale, ma tenendomi al più possibile nascosto, poiché
appena i soldati vedevano una persona od anche soltanto
a muoversi una persiana, subito tiravano, ed erano stesi
in catena lungo il corso dall'una e dall'altra parte col
fucile sempre montato. Per quanto non pensassi anch'io
che al modo di combatterli, tuttavia quei poveri sol-
dati mi facevano compassione; le loro tracolle di pelle
eransi accartocciate come funi sotto il diluvio d'acqua
caduto durante la notte; gli aiutanti andavano e veni-
vano di gran carriera. Di quando in quando si vede-
vano soldati portar indietro un ferito, appartenente a
quelle pattuglie che spingevansi avanti a far fuoco con-
tro le barricate di S. Babila. I cittadini si difendevano
bene dacché erano al coperto; ma dallo scarso numero
dei feriti austriaci, giudicai che avessero ben poche
buone armi, come poi ebbi ad accertarmene, poiché se
anche la distanza non era piccola, pure i Tedeschi com-
battevano colà allo scoperto. Verso i bastioni vedevasi
un grande andirivieni di truppe; le porte della città
erano chiuse, ma lo stradone detto di Loreto, che da
quell'altura si dominava per lungo tratto, appariva pieno
zeppo di gente, ma disarmata, erano curiosi attirati
da quello spettacolo. Di quando in quando udivasi uno
schioppettìo che veniva da lontani e diversi punti della
città, onde era evidente che si eseguiva un piano con-
certato la sera innanzi e preparato nella notte. Dopo
esser rimasto là qualche tempo ed avere esaminata ogni
cosa, discesi sconfortato, riconoscendo l' impossibilità
di poter uscir di casa da quel lato. Mi recai allora al-
l'opposto, ossia da quella parte di casa Ciani che guarda
sul Boschetto. Ivi non aveva bisogno di scomodar nes-
72 CAPITOLO QUARTO.
suno poiché poteva fare ogni esame dal mio apparta-
mento. I soldati avevano abbandonato il Boschetto, ma
non già per lasciarlo libero, sibbene per dominarlo
meglio stando al coperto; eransi cioè ritirati nel giar-
dino del palazzo reale detto la villa Bonaparte. Tutto
il fianco sinistro di quel giardino dà sul Boschetto,
dal quale è diviso per mezzo d'un fosso ove scorre
acqua perenne che viene dalla Zecca; al di là del fosso
havvi il muro di cinta del giardino stesso che era tutto
guarnito di soldati appiattati dietro e che, vedendo una
persona, tiravano immediatamente, e così contro ogni
finestra o persiana che desse segno di movimento. Ri-
conosciuto impossibile 1' uscire anche da quella parte
non mi rimaneva che rassegnarmi e sperare che le
sorti volgendo favorevoli ai nostri, si dovessero i ne-
mici ritirare dall'uno o dall'altro di quei luoghi. Verso
le dieci antimeridiane infatti il colonnello ordinò che
la fronte de' cannoni si ritirasse, e venne a schierarsi
poco avanti a casa Ciani, sicché col suo aiutante fini
col trovarsi sulla linea dell'ultima finestra di quella
casa andando verso il Da^io, come chiamansi da' Mi-
lanesi le porte della città. Io che non poteva star
quieto, era asceso una seconda volta dall'amico Bos-
soli ed avevo veduto il colonnello parlare con molto
calore al suo aiutante. Erano essi a cavallo ed i mez-
zanini di casa Ciani essendo piuttosto bassi, col loro
capo si trovavano ben poco al disotto dalle finestre,
distanti soltanto la larghezza del marciapiede. Perciò
pensai che entrato nel mezzanino, avrei potuto udire
quanto dicevano. Fatto il mio piccolo piano, discesi
per eseguirlo. I mezzanini da quel lato erano allora
CAPITOLO QUARTO. 73
tenuti a pigione da un belga, ottimo uomo, ma un
po' originale. Borghese fattosi ricco col negoziar di li-
bri, era venuto a godersi tranquillamente la sua pace
in Milano ; era grande e grosso, non parlava mai e fu-
mava sempre: la sua famiglia si componeva della mo-
glie e d'una figlia, ed essendo amatore spasimato dei
cani, non ne possedeva mai meno di tre. Io non aveva
mai stretta relazione con lui, ma avendo un piccolo
tratto di scala in comune, ci incontravamo di frequente
e ci salutavamo da buoni vicini. Ciò bastò perchè, in
que' momenti nei quali non si fanno complimenti, io
mi rivolgessi senz'altro a lui ch'era nella corte a pas-
seggiare e fumare, e lo pregassi di volermi permettere
ch'entrassi nell'ultima sua stanza verso il corso per il
motivo che il lettore già conosce. Ben voloniieri, mi
rispose. Ma allora abbia la bontà, ripresi io, di chiù- '
dere i cani in altro luogo ove non mi possano vedere.
Giusto, rispose, giusto, e precedendomi andò a racco-
gliere quei suoi fidi, li condusse non so dove e poi
venne a dirmi : La camera è a sua disposizione. Siccome
però io non era stato mai in que' mezzanini, lo pregai
di nuovo di voler essermi guida sino alla stanza, an-
che perchè desiderava che vedesse qual fondamento
aveva la mia speranza. Annuì ancora e, deposta quella
volta la pipa, andò avanti con gran precauzione onde
non far rumore di sorta e mi condusse ad una stanza
che aveva una finestra a mezzo tondo e trovavasi sotto
un terrazzino del piano superiore. Le persiane, inter-
nate nel muro, erano chiuse e chiusi erano anche i
vetri. Questi bisogna aprirli, dissi al belga, ed egli che
li aveva iti pratica, con mirabile pazienza li aprì senza
74 CAPITOLO QUARTO.
fare il benché minimo rumore. A traverso delle griglie
vedevamo i due uffiziali a cavallo a quattro o cinque
metri da noi distanti. Per qualche tempo stettero si-
lenziosi e poi il colonnello rivolto all'aiutante : Fediamo
un po\ disse, che for^a abbiamo ancor disponibile. Io spa-
lancai, come suol dirsi, le orecchie e rimasi maravi-
gliato all'udire il loro colloquio come se fossero stati
nella stanza. Il belga, benché non conoscesse il tede-
sco, distingueva perfettamente i suoni e riconobbe che
io aveva avuto ragione di far quel tentativo. Mi die'
un saluto colla mano, e non potendo più reggere senza
fumare, si riprese la sua pipa e tornò nella corte, la-
sciandomi padrone della stanza. Il colloquio fra il co-
lonnello ed il suo aiutante non fu lungo, ma rammento
in modo esattissimo che l'aiutante disse : Di compagnie
abbiamo la tale, più me^u compagnia: ed indicò anche
i luoghi che ora non rammento; in qual senso egli
parlasse, non seppi ben comprendere, ma interpretai
quel discorso in senso a noi favorevole, massime che
lo stesso suono della voce mi pareva che indicasse più
sconforto che confidenza. Evidentemente, dissi fra me
e me, la truppa è stanca, questo colonnello non ha
più che una compagnia e mezza ancor fresca, ossia
che non è stata al fuoco, che non ha fatto alcun ten-
tativo; che buona notizia da dare, se potessi entrare
in città! E lì torno a fare il giro, su dal Bossoli poi
giù nella corte: guardo fuori da ogni buco, ma invano:
i soldati erano sempre schierati dietro il muro della
Villa e qua e là si vedeva spuntar su un fucile o la
cima d'un kepi; né solo era cosa impossibile l'uscire,
ma il lasciarsi vedere perfino a traverso di un'apertura
CAPITOLO QUARTO. 75
qualunque, come era pericoloso il solo muovere una
persiana come già dissi, e lo provò lo stesso mio pa-
drone di casa che in quei giorni era gravemente am-
malato. Una donna che si trovava nella sua stanza che
dava sui corso in un appartamento del primo piano,
volle soddisfarsi della curiosità di veder meglio i sol-
dati e si arrischiò di allargare di qualche centimetro
le persiane; immediatamente ebbe un saluto di due o
tre palle che, perforate le persiane, fecero la loro pa-
rabola entro la stanza, con grande spavento dell'am-
malato che non si lasciò pregare a proibire quegli inu-
tili atti di curiosità. Offendere non si poteva da luogo
non difeso, poiché se fosse partito un colpo da una
casa, essa era immediatamente invasa con pericolo di
vita per tutti; epperò non si tirava che da quelle che
avevano gli accessi protetti.
Allorché mesto e scoraggiato ritornavo dalla mia
ispezione verso la parte del Boschetto, il pacifico belga,
che vedeva la mia impazienza, mi si avvicina e con
tutta calma fra un buffo e l'altro di fumo mi annuncia
che i Tedeschi si erano ritirati ancor di più lungo il
corso di Porta Orientale verso i Giardini pubblici.
L'avrei baciato per la buona nuova, ma mi limitai a
dirgli tnergi, grand merfi, e su di volo da Bossoli dal
quale mi feci dar di nuovo il cannocchiale e riconobbi
ben bene le posizioni. Si erano ritirati al di là della
porta grande d'ingresso nei Giardini pubblici, né si ve-
devano più pattuglie andar avanti indietro; i canno-
nieri, benché fossero sempre presso i loro pezzi colle
miccie accese, non tiravano più, e da quel punto non
si colpiva già più la barricata di S. Babila sempre la
7 6 CAPITOLO QUARTO.
prima che si incontrava da quella parte, per la ragione
che dalla detta barricata al punto ove era la truppa
non corre più la linea retta; la truppa aveva Tarme al
piede. A quella vista mi decisi di sottrarmi alla mia
prigione. Due vie mi stavano innanzi coi loro vantaggi
e pericoli; l'una, quella di andar di casa in casa lungo
i tetti guadagnando tutto lo spazio fra il palazzo Ciani
ed il vicolo che conduce al Boschetto ; l'altra, di uscire
senz' altro dalla porta maestra a fronte dei Tedeschi
che però erano già a 400 metri di distanza. Il primo
partito aveva il vantaggio di allontanarmi ancora quella
distanza di oltre 100 metri, ma lo svantaggio, per la
disuguaglianza dei tetti, di espormi al rischio d' esser
visto, preso di mira e colpito, non potendosi dubitare
delle intenzioni di un uomo che prendeva quella via.
Il secondo partito era più franco e più risoluto, ma
mi metteva in maggior pericolo almeno nei primi tre
o quattro minuti. Fatti tutti i miei calcoli mi decisi
per questo secondo partito; montai nel mio apparta-
mento, non dissi nulla a mia moglie alla quale non
spiaceva che mi fosse impossibile di abbandonar la casa ;
in questa sicurezza, essa con una certa signora Chiesa,
era andata a tener un po' di compagnia al barone Ciani,
dopo quella famosa paura, ed ambedue si alternavano
nell'opera pietosa con una signora Greppi-Carcano che
abitava pure in quella casa. Io presi i miei pistoloni e
la munizione e mi legai tutto fortemente al petto con
un buon fazzoletto, e chiuso bene l'abito e indossato
su di esso il paletot, discesi risolutamente alla porta.
Ivi sotto quel piccolo elegante atrio concertai meco
stesso il piano definitivo e feci gli ultimi calcoli; con
CAPITOLO QUARTO. JJ
un piccolo cannocchialino misurai di nuovo la distanza
delle truppe e mi riconfermai nell'idea che non doveva
esser minore di 400 metri, e forse più che meno. Il
tiro, mi dissi, è incerto, ed hanno le armi al piede;
prima che si pongano in misura di tirare io avrò già
fiuto una diecina almeno di passi. Non sono cacciatori,
e quindi non è probabile che abbiano armi di preci-
sione. E vero che hanno i cannoni ma, se sono ca-
richi a palla, non vorranno tirare perchè sarebbe uno
strano caso se mi pigliassero; se sono carichi a mitra-
glia, a quella distanza la così detta rosa è già sì grande
che se quella specie di proiettile può colpire una mol-
titudine, non è probabile che colpisca un uomo solo.
Così andava meco ragionando, ma nel medesimo tempo
non lasciava d'impensierirmi un fatto del mattino stesso;
un disgraziato che usciva da non so qual casa, aveva
voluto traversare il vicolo di S. Primo poco lungi
dalla mia casa, ed era stato steso morto: però il po-
veretto s' era dato a correre e con ciò naturalmente
destò subito maggior sospetto ai Tedeschi che erano
allora assai più vicini.
Io decisi di uscire a passo ordinario. Mi prenderanno,
pensai, per una persona che ha un affare di somma
importanza, forse per un medico che non può a meno
di far le sue visite anche con pericolo, e forse non si
cureranno tampoco di me vedendomi così tranquillo.
Del resto scoprii in quest' ultimo istante una nuova
difesa alla quale fino allora non aveva fatto attenzione,
quella dei fanali a gas colle loro colonne che poste
in linea come sono, benché a distanza di circa 25 me-
tri l'uno dall'altro, formano una fronte di difesa non
78 CAPITOLO QUARTO.
ispregevole. Fatto un ultimo appello a me stesso, stac-
cate bene le braccia dal petto e colle mani sciolte
onde si vedesse che non recavo nulla, uscii a passo
ordinario, tenendomi nel mezzo del marciapiede fra le
case ed i fanali. Io aveva troppa pratica del maneggio
di armi per non sapere che non sarebbe stato mai il
colpo che poteva udire, quello che mi avrebbe offeso ;
ma supposto poco probabile il caso di venir colpito
tosto, avrebbe pur sempre preceduto il fischio dei colpi
falliti; epperò io mi aspettava quel segnale dopo i
primi dieci o dodici passi, poiché tanti e non meno io
calcolava di poterne fare prima che i Tedeschi fossero
in grado di tirare.
Non udii nulla e il cuore mi si allargò; l'istinto
mi spingeva ad affrettare il passo, ma la ragione mi
diceva adagio, ed io ascoltai la ragione e non solo pro-
seguii con passo ordinario , ma , oltre il contento di
aver superato il primo grave pericolo, ebbi quello di
veder confermato il mio giudizio intorno alla difesa
che potevano offrire i fanali, poiché da casa Ciani al
ponte tre ne contai ch'erano stati schiantati dalle palle
di cannone e giacevano fracassati a terra. Giunto al
ponte sul naviglio e gettatovi uno sguardo mi si pre-
sentò una scena stranissima.
Il naviglio da quel punto e per circa 150 metri, e
non meno, era tutto pieno di mobili gettati alla rin-
fusa , e nel bacino stesso non si scorgeva che poca
acqua sporchissima. La conca ivi presso era aperta e
fra gli oggetti, ammonticchiati gli uni sugli altri, si no-
tavano più vetture di quelle dette cittadine , una delle
quali per caso singolare era caduta, direbbesi, in piedi,
CAPITOLO QUARTO. 79
ossia trova vasi nel naviglio nella sua posizione nor-
male. Ora, siccome era piovuto tutta la notte, un sottil
velo d'acqua copriva la vernice del cielo della cittadina,
e faceva l'effetto d'uno specchio lucidissimo, il che
aveva attirato la mia attenzione. Le altre vetture meno
fortunate erano colle gambe per aria in mezzo a panche,
scranne, usci, legnami, travi e travicelli d'ogni dimen-
sione. Insomma tale e sì strano era quello spettacolo,
che quantunque io non fossi ancor fuori di pericolo,
poiché era sempre sotto il tiro dei Tedeschi, pure mi
fermai un istante a contemplarlo; e dico un istante,
poiché il passar quel limite sarebbe stata stoltezza e
quasi un voler tentare la fortuna ; ma bastò quel mo-
mento perchè la scena mi rimanesse vivamente im-
pressa nella memoria. Però se quello spettacolo mi
dovette colpire per le bizzarre combinazioni che of-
friva quell' ammasso di tanti oggetti diversi , non tar-
dai a riconoscere la causa che l'aveva prodotto, giacché
ravvisai subito che quello non era altro che il mate-
riale della- barricata che gli abitanti di Porta Orientale
avevano eretta il giorno innanzi in prima sera a tra-
verso il corso. Ma altro è costruire una barricata ed
altro poterla difendere, e se ciò è difficile in qualsiasi
luogo, quando si abbia avanti un nemico risoluto, assai
più lo era in quel luogo sì largo. I Tedeschi l'avevano
presa durante la notte ed avevano gettato tutto nel
naviglio; la cosa che allora non sapeva spiegarmi era
la mancanza di acqua, ma seppi poi che precisamente
in quei giorni era stata tolta , affine di procedere a
quelle annue ordinarie riparazioni, ed agli espurghi
che richiede quel canale artificiale , e l' acqua gialla e
80 CAPITOLO QUARTO.
sporca che aveva veduto, era la poca limacciosa del
fondo mista a quella caduta nella notte.
Soddisfatta la momentanea curiosità, io continuai il
mio cammino, ma non più sul medesimo lato, bensì
piegando a sinistra sul ponte stesso mi recai al lato
opposto; e la ragione ne fu che a partire da quel
punto, andando sino a S. Babila, tutta quella linea
rimane al coperto, difesa dal gran palazzo Serbelloni-
Busca, da qualsiasi colpo diretto che venga dalla parte
superiore del corso. Nel traversare il ponte diedi una
occhiata alle truppe che mi parvero lontane, lontane,
e non è a dire con quanta compiacenza, dopo pochi
minuti secondi, m'accorgessi ch'erano fuori di vista. Il
pericolo era allora pienamente superato; il primo passo
adunque è fatto, mi dissi; or pensiamo a far bene
anche il secondo, il quale consisteva, non già nell'an-
dare da quel luogo a S. Babila, ma sibbene nel pene-
trare nella barricata, affine d' avervi riparo dai colpi
dei Tedeschi padroni della via di S. Damiano.
Io doveva avvicinarmi al punto più vicino -della bar-
ricata non ancora esposto e poi, approfittando d'un
momento in cui non si sparasse, darvi la scalata colla
massima celerità possibile. Non mi pareva che il pe-
ricolo dovesse esser grande perchè non sentiva colpi,
e pochi secondi potevano bastare per mettermi in
salvo, mentre se i Tedeschi non erano già pronti a
tirare, difficilmente mi avrebbero colpito tirando di
furia. Del resto avevo già quella baldanza che suol
dare il buon successo ed il sentimento di aver pro-
pizia la fortuna.
Avviatomi pertanto con passo accelerato, non aveva
CAPITQLO QUARTO.
forse fatto un centinaio di metri allorché, oltrepassata
di poco la porta di ca6a Castiglione , precisamente la
stessa già descritta a proposito del granatiere tedesco
che il giorno innanzi si era inoltrato sino a quel
punto prendendo di mira la barricata di S. Babila,
ecco presentarmisi dal lato opposto del corso un nuovo
interessante spettacolo. Di fronte a quel luogo havvi
il Seminario grande, o per meglio dire si vede la porta
barocca ma colossale , che dà accesso al vasto cortile
interno in fondo al quale poi sta il Seminario. Il por-
tone era spalancato ed il cortile pieno di chierici e di
mucchi di materassi, cuscini e pagliaricci; erano i ma-
teriali d'una barricata che i chierici stavano combinando
per attraversare con essa il corso, ed erano tutti affac-
cendati nell'opera patriottica: chi andava di qua, chi
andava di là; alcuni erano perfino in manica di ca-
micia. Era impossibile il non fermarsi a quello spetta-
colo ; non dirò d'essermi fermalo molto, ma certo assai
più che avanti quello del naviglio, dacché potevo farlo
impunemente. Del resto non era solo la singolarità di
quello spettacolo che lo rendeva caro a' miei occhi ,
ma anche la considerazione della parte che già pren-
deva il clero al nazionale movimento. Se coloro che
tanto si affacendavano erano i giovani chierici del Se-
minario, era evidente però che non agivano senz'essere
di pieno accordo coi loro superiori.
Continuando il mio cammino passai avanti a casa
Arese, e veduto un servitore sulla porta, mi fermai e
lo richiesi se il padrone era partito: mi rispose di sì
e che era partito il giorno innanzi uscendo dalla città
pochi minuti prima che venissero chiuse le porte. Que-
Ricordi, ecc. ^
CAPITOLO QUARTO.
sto mi fece gran piacere, poiché nessuno in quel mo-
mento poteva dire come sarebbe finita la sollevazione ;
certa invece era la guerra ed a' miei occhi ogni giorno
che si fosse potuta anticiparla era un gran guadagno.
Da casa Arese si giunge ben presto a San Babila, e
mano mano che mi avvicinava, riconosceva che il sup-
posto pericolo andava sempre più diminuendo per causa
della configurazione del terreno e della disposizione
della barricata. Questa era stata costrutta in modo op-
portunissimo: partendo dalla prima casa sulla linea che
volge a S. Damiano, andava in isbieco a raggiungere
l'angolo del caffè delle Colonne, includendo la via Ba-
gutta, il qual punto era interamente coperto dalla
chiesa di S. Babila e dalla colonna detta del Leoncino
di Porta Ren^a, mentre la parte esposta era soltanto
quella che si trovava di fronte alla via di S. Romano.
Il mio ingresso fra i combattenti venne quindi fatto
senza che incontrassi alcun pericolo. Non 'pertanto fui
accolto festevolmente; era indubbiamente il primo che
dal mattino di quel giorno aveva attraversato il corso
nella sua lunghezza. Fino al ponte tutte le porte e le
finestre erano chiuse; dal ponte in giù dal lato destro
ancora esposto, benché in via di sola possibilità, tutto
del pari era chiuso; dal lato sinistro vedevasi aperta
qualche finestra e taluno si affacciava , ma sulla via
non un'anima. I compagni futuri di combattimento
mi avevano scorto da lungi allorché era arrivato al
ponte, e si erano rallegrati vedendomelo traversare, e
riconoscendo che era fuori di pericolo. Si fece subito
un cerchio attorno a me e cominciarono le dimande
a furia : d'onde veniva e che cosa sapeva. Io dissi loro
CAPITOLO QUARTO. 83
tutto ciò che il lettore già conosce intorno alla forza
e posizione de 5 Tedeschi e narrai l'affare dei chierici
che fece molto piacere. Alla mia volta chiesi conto dei
combattimenti in città e se il fuoco era cessato da
molto : mi risposero ch'era da oltre un'ora che stavano
tranquilli; di quanto avveniva nelle altre parti non
sapevano se non che si combatteva di certo a Porta
Nuova ed a S. Vicenzino. Chiesi ov'era il podestà e
se eravi un capo che dirigesse la sollevazione. Mi ri-
sposero che il podestà e i membri del municipio, an-
dati dapprima in casa Vidiserti, eransi trasferiti in casa
del conte Carlo Taverna nella contrada de' Bigli, come
ho già accennato, e che a capo militare era stato scelto
un certo Anfossi, emigrato piemontese che veniva dal-
l' Egitto, uomo arditissimo.
Dopo che reciprocamente avemmo soddisfatta la no-
stra curiosità , io volli visitare minutamente la barri-
cata , della quale ora è difficile il farsi un concetto
esatto per i molti cambiamenti seguiti in quella loca-
lità. In luogo di quella casa alta con architettura ve-
neziana, che sta ora sull'angolo fra il corso e la via
di S. Damiano, eravi allora una casa ben più modesta
ma che sporgeva assai, restringendo il corso, tanto che
a chi veniva dalla via del Durino non si affacciava
la colonna del Leoncino se non dopo oltrepassata quella
stessa casa d'angolo. La via in quel punto era d'un
terzo almeno più stretta dell'attuale, e la barricata che
ho già descritto, e che partendo da quell'angolo an-
dava per isbieco ad appoggiarsi alla casa dove havvi
il caffè delle Colonne, era molto solida, poiché oltre
le travature era rivestita d'un rialzo di terra e ciottoli.
84 CAPITOLO QUARTO.
Durante il mattino del 19 essa sostenne l'urto de' pro-
iettili che venivano da Porta Orientale, finché le truppe
coll'artiglieria rimasero nelle vicinanze del palazzo Ser-
belloni-Busca. Per dare un' idea della forza che avevano
taluni proiettili, mi basterà l'accennare un fatto solo.
Sull'angolo di quella casa, ora scomparsa per far luogo
all'allargamento, eravi un negozio di vino con ispaccio
al minuto, cioè una bettola che era aperta anche in
quel giorno. Or bene una palla da cannone attraversò
netta tutta la parete, ma all'altezza di due metri e cadde
nell'interno; di guisa che gli avventori si affrettarono
a sgomberar la bottega.
Dopo aver ben visitato tutto, stimai opportuno di
recarmi al municipio per comunicare quanto io aveva
veduto, ed anche udito, dagli stessi Tedeschi a loro
non saputa. Ben presto arrivai a casa Taverna e venni
tosto introdotto dal conte Casati che trovavasi con
altri assessori in una stanza del primo piano. Narrai
quanto aveva veduto dal mattino in poi, e mi fermai
sulle parole testuali del colonnello che fecero un gran
senso. Assai domande mi vennero dirette da parecchi,
i quali in ispecie volevano sapere se la moltitudine
che avevo veduto era armata, è se potevasi sperar da
essa un qualche aiuto. Risposi che la massa era grande
di certo , ma che per quanto io avessi guardato col
cannocchiale non aveva potuto scoprir armi e che la
maggior parte mi erano sembrati curiosi. Seppi dap-
poi che il colonnello annoiato da quella massa di
gente, allorché sul tardi della giornata si era ritirato
fin presso alle porte, le fece aprire d'un tratto e or-
dinò una cannonata a mitraglia. Fuggirono tutti d'ogni
CAPITOLO QUARTO. 85
parte; alcuni rimasero feriti, e per quel giorno non
si lasciò più veder nessuno.
Fra i presenti in casa Taverna la persona colla quale
avevo maggior confidenza era il Giulini, quello che
mandava per mezzi sicuri le mie lettere in Piemonte
e che allora fu de' più insistenti ad assediarmi d'in-
terrogazioni. Compiuto quell'atto di dovere, io tornai
alla barricata di S. Babila deliberato di rimanervi. Il
numero dei difensori non era grande potendo salire
a quindici soli e male armati, taluni avendo fucili da
caccia ed altri alcune delle armi tolte ai corpi di guardia
disarmati che erano le migliori. Durava tuttavia una
specie di sospensione di ostilità, onde vi erano fram-
misti a combattenti molti curiosi, quand'ecco odesi ad
un tratto di nuovo il cannone da Porta Orientale. I
curiosi disparvero, i combattenti si avvicinarono alla
barricata, ed io scelsi il mio posto mettendo in ordine
gli enormi miei pistoloni , arma più sicura dei fucili
da caccia. Qual fosse la causa precisa , per cui dopo
una lunga sosta venissero allora riprese le ostilità, non
saprei dirlo in modo esatto , ma è probabile che sia
stata la molestia che veniva alla truppa da un famoso
tiratore che armato d'ottima carabina svizzera era an-
dato sino a casa Serbelloni seguendo precisamente quel
cammino sicuro che aveva fatto io venendo, ossia ri-
montando a destra il corso da S. Babila sino al ponte.
Quella casa, che merita nome di grandioso palazzo, fa
angolo fra il corso di Porta Orientale sul quale ha la
fronte principale e la via lungo il naviglio; ma quella
fronte non si unisce alla prima ad angolo retto, bensì
l'angolo stesso è tagliato, evidentemente a lasciare un
86 CAPITOLO QUARTO.
maggiore spazio per accedere alla via lungo il naviglio ;
onde resulta una piccola terza fronte e tale che in
essa si praticarono due finestre. Colà erasi posto quel
bravo tiratore per nome Broggi. Egli era al sicuro di
ogni colpo diretto ; caricava la sua carabina e poi avan-
zandosi verso la fronte del palazzo e sporgendo solo
quanto era necessario per prendere la sua mira , tirava
sulla truppa , per quanto lontana. Convien dire che
non lo facesse sempre indarno , perchè fu allora che
venne ripreso il fuoco che non poteva esser diretto
alla barricata, la quale più non vedevasi dal punto ove
si erano collocati i Tedeschi. Essi tiravano a palla e
le palle battendo, sul selciato facevano scherzi stranis-
simi deviando a destra ed a sinistra, infrangendo sti-
piti ed arrivando coi loro salti sino ai secondi piani.
Ma dopo qualche tempo si avanzarono sino a che due
cannoni si trovarono sulla linea retta dalla parte della
barricata che si appoggiava all'angolo della via Bagutta.
Noi rispondemmo alla meglio col nostro fuoco, che
però era innocuo per la troppa distanza, ma anche il
loro non ci cagionò danno alcuno essendo noi difesi
dalla barricata. Però un risultato funesto lo ebbe pur
troppo, e fu la caduta del povero Broggi. Dopo un'ora
circa il fuoco cessò, e noi eravamo ancora al nostro
posto, quando seguendo quella via coperta già da me
descritta, arrivò un giovane piuttosto alto e che, se
non erro, udii chiamare col nome di Rusca. Io non
lo conosceva, né dopo quel giorno più lo vidi; egli
teneva in mano una carabina tutta intrisa di sangue.
Che c'è? chiesi io che era tra i primi da quel lato:
// povero Broggi è morto, mi rispose: una palla di can-
CAPITOLO QUARTO. 87
tiunc di rimbalzo deviando a sinistra lo colse in quel
luogo ove si credeva sicuro e lo tagliò netto in due. Il
Rusca ch'era poco lontano accorse, ma per vedere
quello spettacolo e per raccogliere la carabina. Grande
fu in tutti il dispiacere per quella morte, il Broggi
valeva solo ben più di molti assieme, pieni di buona
volontà ma inespert il Municipio stesso. Quantunque non potesse uscire
era vigilato anche colà da una guardia e questa aven-
dolo veduto a scrivere, mise il campo a rumore e pro-
vocò osservazioni e consulte. Tosto taluno propose di
impadronirsi dello scritto ; altri reputava il passo troppo
duro, dacché qualunque cosa avesse scritto, non ne po-
teva sorger guaio non comunicando egli con nes-
suno. Si insisteva da una parte e dall'altra; finalmente
si venne ad una specie di compromesso e fu questo,
che si mostrasse lo scritto a persona di confidenza del
Municipio, e se questa assicurava che nulla conteneva
da tornare a nostro danno, si restituisse senza chieder
conto dell'argomento. Lo scritto era in tedesco, e fu
giuocoforza andar in cerca di qualcuno che conoscesse
tal lingua. Io arrivai a caso in quell'istante e veduto
dal Giulini, gli diedi causa di uscire in quell'esclama-
zione che al momento doveva essermi inesplicabile. Io
era così lontano dall'attendermi quell'incarico, che sino
a quel punto ignorava completamente che V ostaggio
fosse colà e per di più non aveva veduto mai quel
personaggio. Accettai però l'incarico, che infine era la
mitigazione di un atto veramente duro, quale sarebbe
CAPITOLO QUINTO. 95
stato quello di togliergli senz'altro lo scritto. La stanza
assegnata al prigioniero era prossima ad un gabinetto
stretto stretto che serviva da studio air ottimo Carlo
Taverna, diviso solo per una scala interna, da quella.
Il prigioniero che il giorno innanzi era ancora il capo
del Governo di tutta la Lombardia e di diritto lo era
ancora, fu fatto passare in quel gabinetto ov' ebbe
luogo il mio incontro con lui; egli era accompagnato
dal conte Casati che doveva presentarmi. In quali ter-
mini fosse prima stata annunciata all'O' Donell quella
determinazione, io lo ignoro; ma rammento in modo
preciso che entrando nel gabinetto disse al Casati queste
parole: Veggo che mi trattano proprio da prigioniero. Il
buon Casati gli rispose protestando ed insinuandogli
che volesse far ragione alle circostanze ed alle diffi-
coltà della sua posizione; poi, molto commosso, se-
dette su un piccolo sofà. Io ed il prigioniero ci avvi-
cinammo ad un tavolino presso la finestra sul quale
eravi una lampada, ed egli estrasse il manoscritto che
cominciò a leggere: ma io lo interruppi dicendo: Non
permetto ch'ella si scomodi; la scrittura è chiara; voglia
favorirmela. Il tono col quale pronunciai quelle parole,
esprimeva spiccatamente il rispetto alla sventura e lo
rincorò; sicché a sua volta mi consegnò lo scritto
con tale atto che significava: Vi ringrazio del vostro
contegno. Lo scritto era una narrazione degli avveni-
menti, un rapporto diretto al Ministero di Vienna; ma
in esso non era cosa alcuna in aggravio del Municipio
e dei cittadini, e invece ei si lagnava amaramente della
polizia, asserendo che essa non aveva mai conosciuto
lo spirito pubblico, correndo dietro a dicerie su tali e
96 CAPITOLO QUINTO.
tali persone ed a pettegolezzi. Il racconto giungeva
sino al momento dell'abbandono forzato del palazzo
di Governo , e faceva precisamente menzione anche
dell'arrivo dell' arcivescovo, notando come avesse una
coccarda tricolore sul cappello (io l'aveva veduta alla
bottoniera, ma 1' O' Donnell diceva positivamente sul
cappello: credo che l'avesse in entrambi i luoghi). Letta
che ebbi quella relazione, dichiarai che conteneva as-
solutamente nulla che potesse comprometterci ; al mo-
mento non volli però dar conto a nessuno del conte-
nuto; lo narrai più tardi, finita la lotta, non essendovi
più ragione alcuna di farne un segreto. La soluzione
venne comunicata all' O' Donnell , al quale fu resti-
tuito il manoscritto me presente, e parve esilararsi ;
era una bella persona e sopportava con dignità la sua
sventura. Uscito di nuovo coll'Anfossi, facemmo una
ispezione; poi, essendo già la notte molto avanzata,
rientrammo e ci coricammo nell'angolo di una sala e
prendemmo alcune ore di riposo. Il domani (20) era-
vamo in piedi prima dell'alba; io andai ai Portoni di
Porta Nuova ed a S. Babila, diedi alcune disposizioni
e ritornai a casa Taverna sempre di buon'ora. Al mio
arrivo vidi un agitarsi insolito nell'atrio e nel cortile,
ove si udivano le parole polizia, duomo: affrettatomi
a salir le scale trovai la prima sala piena ed appresi
che i Tedeschi durante la notte avevano abbandonato
la Polizia ed il Duomo; tutti però non vi prestavano
fede, e molti la credevano una finzione, un'astuzia per
attirare i cittadini e farne poi man bassa. La Polizia
ed il Duomo erano due punti essenzialissimi. Qui è
d'uopo però spiegare la parola Polizia. La gioventù e
CAPITOLO QUINTO. 97
le persone in genere che non hanno oltrepassato i 40
anni W non possono averne un' idea esatta. Chiamavasi
Polizia tutto il complesso dei fabbricati nella via Santa
Margherita ove si trovavano gli uffici che in oggi si
chiamano di Sicure^a pubblica, non che le carceri pre-
ventive e correzionali; ma il concetto che il popolo
aveva di quell'insieme, le idee che destava il nome di
polizia erano ben diverse da quelle che desta la mo-
derna denominazione. Oggi tutti sanno che nelle car-
ceri ovunque siano, non si conducono che quelli i
quali attentano alla vostra proprietà ed alla vostra vita;
ma allora!! Si figuri il giovine lettore che la frase:
L'hanno condotto in Santa Margherita, equivaleva a dire :
Per un pe^o quell'uomo non vede più luce, — è scom-
parso, — starà a Milano, verrà condotto lontano, nessuno
lo sa. Prima del 1848 non si andava però sino a te-
mere della vita : nessuno venne ucciso, come direbbesi,
alla sordina, ad uso del medio evo. L' Austria aveva
fatto processi politici più o meno regolari, prima d'al-
lora; vi erano state condanne a morte, ma nessuna
esecuzione; più tardi vennero anche queste, ma fino
al 1848 il patibolo non era stato asceso di fatto da
nessuno; non pertanto l'essere messo in prigione per
ragioni politiche, l'esser condotto a Santa Margherita
era cosa che faceva spavento. Fra gli agenti di polizia
i più detestati erano gli Italiani. Il popolo col suo buon
senso comprendeva ch'era impossibile che i Tedeschi
ci potessero amare o potessero ammettere il nostro
diritto di voler comandar noi a casa nostra; ma non
(1) S'intende a partire dal 1876 quando io scriveva.
Ricordi, ecc.
->cS CAPITOLO QUINTO.
poteva tollerare che gli Italiani fossero più zelanti perse-
cutori de 5 Tedeschi stessi. Vi erano commissari di po-
lizia che avevano accumulato sul loro capo un odio
indescrivibile; i nomi del Bolza e del De Betta erano
popolarmente esecrati, né ci aveva classe di persone
che non li conoscesse. Era allora capo della polizia
il barone Torresani Lanzenfeld, tirolese. Non credo che
personalmente fosse un cattivo uomo ; ma aveva usur-
pata la fama di uomo molto abile, non essendolo punto,
come osservò lo stesso O' Donell. Il caseggiato ma-
teriale di Santa Margherita si estendeva molto addentro
dalla parte ove erano le carceri; non eravi una divi-
sione precisa fra carceri comuni e politiche; nella
prima che si trovava esser libera si metteva 1' uno o
l'altro arrestato, senza però mescolare i detenuti, al-
meno per norma generale. Comunque sia, in tutte le
sfere della società il nome di Santa Margherita era co-
nosciuto e temuto. Allo scoppiar della rivoluzione quel
locale, già sempre ben munito, era stato rinforzato con
truppe e si era difeso con danno non piccolo dei cit-
tadini; all'udire che lo avevano abbandonato volonta-
riamente durante la notte, sorse quel dubbio d'un tra-
nello, diviso dalla grande maggioranza degli accorsi a
dare la notizia. Quanto al Duomo era la stessa cosa.
Il Duomo, quella meravigliosa cattedrale, che è il vanto
secolare di Milano, e s'identifica talmente con tutto il
suo essere passato e presente, che volendosi rappresentar
la città per mezzo d'un monumento, si sceglie sempre
quella mole marmorea cotanto caratteristica perchè gi-
gantesca e gentile ad un tempo; il Duomo, dico, ebbe
una larga parte nella rivoluzione del 1848. Allorché
CAPITOLO QUINTO. 99
scoppiarono i primi moti, il posto del Palazzo reale ai
fianco sinistro del Duomo, venne rinforzato con truppa
ed artiglieria. Vicino al Palazzo reale havvi l'Arcive-
scovado, che i Tedeschi occupavano del pari, tenendosi
così padroni del vasto tratto compreso fra la via dei
Restelli, la via Larga, Piazza Fontana ed il fianco si-
nistro del Duomo. Dall'Arcivescovado si entra in Duomo
per mezzo di un passaggio sotterraneo comodissimo,
aperto, se non sempre, in molte occasioni festive al
pubblico ; i Tedeschi entrarono per quel passaggio nella
chiesa e sbarrarono le porte, con che trasformarono il
Duomo in una vera fortezza. La parte superiore, che
forma un seguito di vie, di piazze, di androni di marmo
lavorato con l'arte più squisita, divenne la loro rócca,
il loro campo principale, il centro del loro fuoco. Le
innumerevoli guglie erano le loro barricate, e giammai,
dacché si combattè dietro barricate, ve n'ebbero di così
preziose. Non si ha che a gettare uno sguardo su quel
gigante che domina Milano, per comprendere che cosa
si poteva fare essendo padroni di quell'altura, ove si
può circolare con tutta sicurezza e che si presta egual-
mente all'offesa ed alla difesa. Vi salirono cacciatori e
fecero molto male, sopratutto il primo giorno. Nella
notte dal 19 al 20 abbandonarono non solo quella po-
sizione ch'era fortissima, ma tutto il circuito in loro
possesso, ossia il Palazzo reale e l'Arcivescovado. Se
non che per la stessa ragione adotta per la Polizia
non si voleva credere alla sincerità dell'abbandono. Si
discuteva in casa Taverna sul da farsi: taluno voleva
che si accertasse subito il fatto; altri consigliava la
prudenza, dacché presto la cosa si sarebbe chiarita senza
100 CAPITOLO QUINTO.
sacrificar nessuno; ma l'Anfiossi, perduta la pazienza :
Finiamola, disse, io vado alla Polizia e Torelli andrà al
Duomo. Detto fatto ci poniamo in cammino. Ei volge
a destra per la via S. Vittore 40 martiri W ed io prendo
la via S. Pietro all'Orto, perchè era la meno ingombra
di barricate. Essa sbocca sul Corso, che legalmente al-
lora doveva chiamarsi Corso Francesco, ma che il pub-
blico chiamava sempre, come dissi, col nome antico
e storico di Corsia de' Servi. Durante la traversata della
via di S. Pietro all'Orto, pensai che sarebbe stato utile
il munirmi d'una bandiera, onde arrivando sulla grande
guglia ove aveva deliberato di salire , potessi dar con
quella un segnale anche ai lontani, che i cittadini erano
padroni del Duomo. Allorché sboccai sulla detta Corsia
mi si presentò una scena molto animata; quasi tutti i
terrazzini, e non havvi casa che colà non ne abbia,
erano pieni di gente, uomini, donne, giovani, vecchi;
parlavano forte, gesticolavano, mostravano il loro tri-
pudio; la notizia dell'abbandono del Duomo era corsa
ma congiunta ancora al sospetto che l'abbandono fosse
simulato ; chi credeva, chi non credeva. Nella via vi
era pochissima gente. Recatomi sotto uno dei terraz-
zini, tappezzato di bandiere tricolori e credo in vici-
nanza dell'Uomo di Pietra, pregai che mi si desse una
bandiera annunciando che voleva portarla sul Duomo.
Subito , mi rispose una signora molto gentile, e mi
porse una bandiera. Era di discreta grandezza con la
sua asta proporzionata. Allorché mi avviava sempre
solo, incontrai un giovine che aveva conosciuto alla
(1) Ora via Pietro Vtrri.
CAPITOLO QUINTO. 101
barricata di San Babila: gli dissi che andava sul Duomo
e se voleva accompagnarmi. Accetto, rispose, e conti-
nuammo assieme; il Duomo ci era sempre in vista e
già divorava cogli occhi la cupola, quando arrivato allo
sbocco della via di S. Radegonda sentii alcuni a dire:
Ma dove va? — Sul Duomo , risposi io. — Ma badi
che ci sono ancora i Tedeschi. A quel punto noi eravamo
arrivati al fianco stesso del Duomo, ed io studiava il
passo perchè ero impazientissimo; ma giunto a poca
distanza dal Coperto dei Figini alcuni cittadini, accor-
tisi ch'ero risoluto ad entrar in Duomo mi gridarono:
No, no, per carità, vi i tradimento... vi e tradimento !
Badi alla mina. — Frattanto io aveva percorso tutto
il fianco e, giunto alla fronte, vidi aperta la porta della
chiesa e qualcuno sulla soglia. Ebbene, dissi ai cittadini
che dal portico dei Figini mi gridavano di non andare,
io dico che sul Duomo non vi è più nessuno. Era evidente
che chiunque vi fosse stato poteva dirsi un uomo per-
duto; ora i Tedeschi sapevano far troppo bene la guerra
per commettere simili errori. Pienamente persuaso che
nessuno più non vi fosse, e pressato dall'ansia di dare
il famoso segnale, salii di corsa la gradinata ed entrai
in Duomo per la seconda porta.
A quel punto eramisi aggiunto un terzo compagno,
precisamente al momento che girato il fianco del Duomo
giudicai ch'esso era libero; ed era un mio fratello per
nome Giovanni Battista, il quale dimorava nel borgo
Monforte, e avendo preso parte al combattimento, ve-
niva a veder che cosa accadeva nel centro della città.
Vieni anche tu, gli dissi, e venne. Io precedeva i com-
pagni colla bandiera e salii il primo la stretta scala
102 CAPITOLO QUINTO.
granitica che riesce al vertice del Duomo con intermi-
nabili piccoli ripiani ove a stento possono darsi il cambio
due persone. Non so quanto tempo impiegassi, ma di
fermo ben poco. Io aveva una certa famigliarità col
Duomo, perchè non passava mai anno che in qualche
limpida giornata non mi recassi sulla maggior guglia
a contemplare il bellissimo panorama che da quella si
gode; il che mi tornò utile assai, poiché chi non ha
pratica, può perdere ben molto tempo prima di trovar
la via a superare tutti quei piani che si incontrano
dopo che dalla stretta scala interna si arriva al primo
ripiano.
Oltre l'ansia ben naturale di recare quel famoso se-
gnale, aveva in mira di persuadere al più presto pos-
sibile del loro errore i gridatori al tradimento; alla mina.
Giunto sul primo ripiano accennato, traversai di corsa
quella specie di corridoio o galleria marmorea che si
estende da un capo all'altro quanto è lungo il fianco
verso la Piazza Reale, e salii la lunghissima scala sco-
perta che conduce al piano superiore. Siccome eravi
chi stava all' erta se mi vedevano arrivare, così non
aveva ancor finito di traversar la galleria che comin-
ciarono gli evviva; io non mi fermai un istante, ma per-
venuto alla sommità della vòlta, andai ritto alla guglia,
e salito per quelle scale a chiocciola, quasi aeree, ar-
rivai ben presto all'ultimo ballatoio fin dove era pos-
sibile di giungere. Quivi feci il giro sventolando la
bandiera, fermandomi poi dalla parte verso la Corsia
de' Servi, ove molti, conoscendo lo scopo della mia
missione, stavano sull'avviso. Uno scoppio prolungato
xli evviva salutò l'apparire della bandiera. Io avevo pre-
CAPITOLO QUINTO. IOJ
ceduto di qualche poco i miei compagni che tosto mi
raggiunsero su quel pinacolo, e insieme assicurammo
a quell'altura la bandiera come meglio si potè dal lato
della Corsia menzionata. Dopo breve riposo discen-
demmo, ma con calma, perchè eravamo stanchi. Al-
lorché dopo rifatto il cammino "allo scoperto, stavamo
per discendere per la scala incassata nello spessor del
muro, osservai, a poca distanza dalla porta, frantumi
di bottiglie e tizzoni spenti. Di questi la provenienza
era chiara; i soldati avendo freddo si erano evidente-
mente riscaldati accendendo fuoco, al che le molti travi
d'ogni dimensione usate per i ponti de' vari lavori in
costruzione avevano loro somministrato il materiale;
non così chiara mi riusciva la presenza di quelle bot-
tiglie, ma seppi poi la provenienza anche di quelle. Io
conosceva certo signor Angelo Tavola, il quale, im-
piegato di Corte, avendogli io narrato quel fatto, mi
disse, che il giorno 19 i soldati mandarono a dire che
avevano sete e si inviasse loro da bere. Per far questa
mandarono loro delle bottiglie di Bordò, non ram-
mento bene in qual numero, ma non poche. Disceso
dal Duomo andai a far la mia relazione, ben s'intende,
verbale. Seppi all'Ufficio che anche all'Anfiossi era av-
venuto la stessa cosa ; si gridò anche a lui di non av-
venturarsi, ma non diede ascolto, e trovò il fabbricato
interamente sgombro dai Tedeschi. Frattanto in quello
stesso giorno la Congregazione Municipale , che fino,
allora non aveva mai parlato che come tale, fece il
passo ardito di trasformarsi in Governo Provvisorio
di fatto, benché nella sua notificazione non adoperasse
ancora quel termine, ma dicesse solo che viste le tir-
104 CAPITOLO QUINTO.
costante.... assumeva in via interinale la direzione di ogni
potere allo scopo della pubblica sicurezza. Ai membri or-
dinari della Congregazione, dei quali rammento aver
visti in casa Taverna, oltre il conte Gabrio Casati,
podestà, gli assessori Antonio Beretta e conte Cesare
Giulini, aggiunse in via provvisoria i signori Vitaliano
Borromeo; Franco Borgia, Alessandro Porro, Teodoro
Lecchi, Giuseppe Durini, Anselmo Guerrieri, Enrico
Guicciardi e Gaetano Strigelli.
Il Governo Provvisorio aveva creduto bene di no-
minare un Comitato di guerra per coadiuvarlo, e l'in-
domani ne nominò altri , uno di difesa , uno di pub-
blica sicurezza, uno di finanza, uno di sanità e per ul-
timo uno di sussistenza.
Fra i primi atti del Comitato di guerra vi ebbe quello
della pubblicazione d'un ordine del giorno annunciante
come il signor Luigi Torelli di Valtellina ed il signor
Scipione Baraggi di Treviso avessero recato la prima
bandiera tricolore sul Duomo. Non posso dire di certo
che la cosa mi spiacesse ; ma sino d'allora e dal primo
momento dichiarai che non dava nessuna importanza
a quel fatto, non essendo persuaso che vi fosse a com-
pierlo alcun pericolo ; epperò lo ritenni, più che altro,
un favore della fortuna che volle far cadere su di me
quella missione che era stata certo utile, ma non pe-
ricolosa e tale da meritar tanto premio. La sua utilità
poi era stata di far noto anche ai lontani come i cit-
tadini fossero padroni del Duomo. Io credo che quanti
cannocchiali esistevano nella cerchia di molte e molte
miglia intorno a Milano , tutti erano rivolti verso la
città ove da due giorni tuonava il cannone, ove nes-
CAPITOLO QUINTO. IO 5
Simo poteva né penetrare, né uscirne. Allorché videro
quella bandiera, dovettero concludere naturalmente che
la fortuna piegava in favor dei cittadini, poiché se mai
vi ebbe fuoco visibile anche da lontano dovette esser
quello fatto dai cacciatori dall'alto del Duomo.
Ma alla gioia della popolazione per i due fatti ac-
cennati dello sgombro della Polizia e del Duomo, onde
€ra avvenuto che già cominciassero a popolarsi le vie,
sottentrò presto un grande sgomento, allorché comin-
ciarono a piovere bombe e granate. Di nuovo si videro
le strade deserte. Il piano dei Tedeschi era chiaro ; essi
si erano ritirati appunto perchè volevano bombardare
la città; ma o fosse che la polvere avesse sofferto o
per qualsiasi altra causa, il fatto è che poche granate
scoppiavano, talché lo spavento non durò a lungo. Fatti
speciali degni di menzione non avvennero nella cerchia
ove io mi trovava, solo a notte avanzata l'Anfiossi mi
propose una spedizione che merita essere ricordata.
il iiliillliilÉita iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiifiiiiiiiiìiiiiHiiiiiiuninii il
CAPITOLO SESTO
La sera del 20 marzo l'Anfossi coli' autore e con tre altri com-
battenti, si recano sui campanile di S. Bartolomeo — È insti-
tuito un Comitato di difesa, e l'autore è chiamato a farne parte
come Capo delle pattuglie; sue osservazioni in contrario; sua
accettazione — Avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo.
I
Al di fuori de' Portoni di Porta Nuova eravi una
chiesa detta di S. Bartolomeo con un campanile non
molto alto, ma sì perfettamente isolato che dominava
a grande distanza; era di forma quadrata e piuttosta
stretto, il che gli dava una certa eleganza. Su quel
campanile eravi un corpo di guardia di quattro indi-
vidui, la cui posizione era ottima per esplorare, ma pe-
ricolosa perchè non erano protetti dalle barricate che
finivano ai Portoni. Quel posto era anche dei più in-
stancabili per il continuo suonare delle campane a stormo,
che dava ai nervi ai Tedeschi in modo insopportabile.
L/ Anfossi volle dimostrare anche il conto che faceva
di quei giovani andando a trovarli sul posto. M'invitò
ad andar con lui, il che accettai di buon grado, e di-
CAPITOLO SESTO. IO7
scendemmo nel cortile di casa Taverna; quivi eranvi
molti giovani, gli uni per riposarsi, altri venuti a sen-
tire le notizie della giornata. Vedendoci uscire con quel
passo risoluto di chi deve andar diritto ad uno scopo,
venne ad alcuni la curiosità di unirsi a noi. Io chiesi
all' Anfossi se poteva dir loro dove andavamo ; ei ri-
spose di no, perchè un bisogno non vi era e chi vo-
leva venire avrebbe visto dove si andava. Benché ri-
spondessi in questo senso a quanti mi domandavano,
alcuni vollero unirsi e ci trovammo in dieci o dodici
alla fine della contrada de' Bigli; ma allorquando colà
giunti si piegò . a destra e si prese la via del Corso di
Porta Nuova lungo il palazzo d' Adda, e cominciò a
chiarirsi dove si andava , cioè che trattavasi di uscire
dai Portoni fuori dalle barricate, il numero andò di-
minuendo sì che giunti all' ultima di queste ci tro-
vammo in cinque. I Portoni conquistati il giorno in-
nanzi non avevano ancora che una barricata provvi-
soria, fatta in fretta e in furia, che passammo senza
stento, e presso alla quale mi cadde sotto lo sguardo
un oggetto che mi fece allora una dolorosa sensa-
zione.
Gli attuali Portoni sono bensì gli stessi di allora,
ma il loro contorno è affatto diverso; non esistevano
allora le due porte per i pedoni; le case a destra e
sinistra si avanzavano assai più, e pedoni e vetture
escivano ed entravano dai soli due archi centrali divisi
dal largo pilastrone coevo alla loro costruzione. Ora,
precisamente al centro di quel pilastrone eravi una
panca sulla quale stava disteso il cadavere di un un-
gherese. Io che sognava sempre insurrezioni in Un-
I08 CAPITOLO SESTO.
gheria e calcolava sull'aiuto reciproco d'un movimento
contemporaneo, non poteva vedere un ungherese morto,
senza che mi contristasse l'animo, e tuttavolta al pa-
lazzo di Governo i primi cadaveri che aveva veduti
erano d'Ungheresi; altri ne aveva veduti il 19, ed al-
lora tornava ancora a veder nuove vittime di quella
nazione, cadute combattendo contro una causa che pur
era vagheggiata nello stesso loro paese.
La chiesa di S. Bartolomeo era il primo fabbricato
clie incontravasi a sinistra uscendo dai Portoni. Era
costrutta non parallela ai medesimi ed al naviglio, ma
in isbieco, in linea che piegava verso il nord-est. Aveva
una fronte stracarica di ornati e con colonne ognuna
delle quali portava una statua; era barocca assai, ma
non senza una certa grandiosità; attigua alla stessa
eravi la canonica che presentava una linea in senso
opposto, talché ove si univano le due linee, formavano
un angolo acuto con un piccolo piazzaletto quasi na-
scosto, opportunissimo per proteggerci, poiché, come
già dissi, noi eravamo allo scoperto, fuori delle barri-
cate. In un istante fummo tutti riuniti in quel luogo,
ed uno de' giovani che si erano uniti a noi andò a
battere con precauzione , ma tanto da farsi sentire, al
portone della canonica. Poco dopo si udì una voce
che chiedeva chi si fosse e che cosa si volesse. Rispose
il giovane in pretto milanese, ch'era il naturai passa-
porto fra ignoti , esserci il capo dei combattenti che
voleva visitare il posto sul campanile; aprisse pure
senza paura e facesse presto. Il sagrestano che era la
persona che parlamentava, aprì allora e noi entrammo
nella canonica. Chiedemmo del signor parroco avanti
CAPITOLO SESTO. I0 9
al quale tosto ci condusse; trovammo un buon sacer-
dote che ci accolse con gran gentilezza, ed a cui spie-
gammo lo scopo della visita. Ordinò tosto al sagre-
stano di accendere la lanterna , ma poi rivolto a noi :
Ma e impossibile, disse, che ci stiano in tanti; il campa-
nile non offre che un piccolo spazio già in parte occupato
dai giovani che stanno sopra. Mi pare che basterebbe che
vi andassero due. Siccome in realtà non eravi ragione
alcuna per andare in cinque: Ebbene, rispose l'Anfossi,
anderemo noi due , rivolgendosi a me. La casa del cu-
rato communicava colla sagristia, e questa col campa-
nile. Salivasi sul medesimo dapprima per una scala
stretta ma in vivo, e ciò sino all'altezza della chiesa,
ma poi conveniva passare per una scala a piuoli non
molto lunga ma ertissima; superata quella si trovava
di nuovo una scala eguale alla prima, ma coi gradini
in legno e tanti piccoli ripiani, ove la scala faceva il
giro, e ciò sino in cima ov' era il castello delle cam-
pane. Precedeva il sagrestano col lume. Sì tosto la vi-
gile sentinella udì del rumore , gridò dall' alto il Chi
va là? Il sagrestano da loro ben conosciuto, anche
alla voce, rispose: Amici, amici, e poi aggiunse in mi-
lanese : Sono io con due signori.
Sia per effetto di grande stanchezza o perchè si do-
veva andar cauti e dietro quello scarso lume, il fatto
sta che quella salita ci parve interminabile. Finalmente
si arrivò in cima. Io precedeva l'Anfossi, ed annunciai
a que' bravi giovani la sua visita. Essi cercarono su-
bito di far un po' di posto. I finestroni del castello
delle campane dove si trovavano , erano attraversati
per il largo da due sbarre di ferro; si accollarono
HO CAPITOLO SESTO.
stretti stretti a quelli ed anzi uno di essi per fare an-
cora un po' più di posto, si pose a cavallo d'una di
quelle sbarre. L'Anfossi li lodò, li incoraggiò, e ben lo
meritavano , perchè in realtà erano', come dissi, i più
esposti , e ben volentieri registrerei i loro nomi se li
conoscessi. Io non dimenticherò mai lo spettacolo di
quella notte da quel punto elevato; il cielo era bensì
nuvoloso ma rotto, e siccome splendeva la luna, quel
misto d'ombre e di luce era d'un effetto sorprendente.
Da quell' altezza si vedeva nell' interno dei cortili del
Castello, ove ardevano fuochi che l'immaginazione tro-
vava di luce sinistra, perchè erano corse voci di cru-
deltà commesse sino dal primo giorno. Un cupo si-
lenzio dominava in quel momento sopra tutta la città.
Volli romperlo, e siccome era vicino ad una delle cam-
pane, preso il batacchio, diedi quattro o cinque colpi
concitati ad uso di campana a martello; immediata-
mente non saprei dire da quanti altri campanili venne
risposto con egual segno per dimostrare che si vigilava.
Poco dopo prendemmo congedo da que' bravi gio-
vani e discendemmo. Precedeva il sagrestano colla pic-
cola sua lanterna; veniva quindi l'Anfossi, ed io per ul-
timo; il sagrestano era di già arrivato in fondo alla
scala in legno che ho descritto con tanti piccoli ripiani,
allorquando io ch'era ancora indietro di una ventina
circa di gradini, essendomi curvato di troppo, lasciai
cadere il gran pistolone che portava sempre nella sac-
coccia del petto per minor incomodo, atteso il suo gran
peso. Povero me, esclamai, perchè essendo carico a palla,
poteva esplodere cadendo, e ferir l'uno dei due che mi
precedevano; il pistolone batte e ribatte con gran fra-
CAPITOLO SESTO.
casso , cadendo da un gradino all' altro , e finisce in
fondo presso al sagrestano con suo grande spavento ;
ma fortunatamente tutto finì lì. Ritornati nel salottino
a piano terreno, dove ci aspettava il parroco cogli altri
nostri compagni, trovammo che il buon uomo ci aveva
apparecchiato dello zibibbo e del vino , e con cortese
semplicità : Siamo in quaresima, ci disse, non posso offrir
di più. Noi lo ringraziammo, ma non accettammo. Egli
ci accompagnò nel tratto dalla sala alla porta di strada.
E qui voglio rammentare una particolarità per sé di
nessuna importanza , ma che dà un' idea delle fatiche
di quei giorni; l'Anfossi qscì il penultimo ed io dopo
di lui; l'Anfossi barcollava, per effetto della gran stan-
chezza, aumentata probabilmente dalla discesa del cam-
panile con tanti piccoli giri sulla stessa linea; il par-
roco si fermò alla, prima idea che suol presentarsi
quando si vede un uomo a barcollare, e mi guardò
senza proferir verbo ? ma coli' espressione chiara della
sua meraviglia. Io risposi alla sua idea: Oh no, dissi,
e la gran stancherà ed il gran sonno. — Oh povero uomo,
esclamò allora il parroco a mezza voce , ma con ac-
cento ed atto tale del capo che voleva dire: Che giu-
dizio fu il mio ! come si può essere ingiusti ! Ed avvici-
natosi all'Anfossi nel piccolo tragitto dal punto ove
eravamo alla porta per cui si doveya traversare un
cortile, gli disse molte gentilezze e s'accomiatò da lui
con profondo inchino come per emendare l'erroneo suo
giudizio avanti a sé stesso ed avanti a me ch'era l'unico
che lo conosceva. Rientrati in città, i tre compagni
giunti presso la Croce Rossa si divisero da noi, io vo-
leva che andassimo a casa Taverna, ma l'Anfossi mi
112 CAPITOLO SESTO.
chiese di condurlo in piazza del Duomo; cercai di per-
suaderlo ch'era inutile, ma, insistendo egli, dovetti an-
dare, e discendemmo lungo il Monte Napoleone e la
corsia dei Servi. Arrivato al Duomo non fu ancora
contento : E di là dove si va ? mi richiese, accennando
alla via del Cappello : Verso il centro, risposi. Vediamo
anche quella strada, soggiunse; indi volle andare ancor
più in là, finché arrivammo all'osteria del Falcone.
A quel punto gli dissi risolutamente: Non vado più
avanti; non vi è scopo alcuno; voi siete stanco e lo sono
anch'io, ritorniamo. — Avete ragione, mi rispose, e ri-
tornammo. Si noti che anche quelle vie erano più o
meno irte di barricate. Al ritorno, nello sboccar sulla
piazza del Palazzo Reale, venendo dalla via del Cap-
pello, ci si presentò il fianco sinistro del Duomo in
tutta la sua maestà, illuminato dalla luna, essendo in
quel momento, ed in quel punto, il cielo limpidissimo.
Ci fermammo un istante. — Oh, è proprio imponente,
esclamò. — Andammo quindi difilati a casa Taverna.
Era già passata la mezza notte : al nostro arrivo tro-
vammo la prima sala tutta coperta di dormenti stesi
a terra su materassi. Si alzò uno di essi e ci fece pas-
sare nella seconda sala, ove ci indicò un posto capace
per due persone. L'Anfossi giunto avanti quello, si la-
sciò cadere pressamente come fosse colpito da una
palla, e come cadde si addormentò immediatamente. Io
mi coricai vicino a lui. All'alba eravamo di nuovo in
piedi. Uscimmo assieme , ma poi ci dividemmo; io
andai a far un' ispezione verso Porta Tosa W 9 non
(i) Ora Porta Vittoria.
CAPITOLO SESTO. II3
rammento ove andasse l'Anfiossi, ma ci demmo appun-
tamento verso le io in casa Vidiserti , che già prima
era un luogo di convegno dei combattenti.
Nulla di essenziale in quel mattino avvenne nel cer-
chio ove trn trovai io, ben s'intende, dacché non parlo
che di avvenimenti dei quali sono stato testimonio
oculare.
All'ora convenuta io mi recai in casa Vidiserti. Poco
dopo viene un signore da parte del Governo Provvi-
sorio e mi annuncia che io sono nominato membro
del Comitato di Difesa, colla missione speciale di Di-
rettore delle pattuglie e delle ronde. Ci penso un istante
e poi dico che mi è impossibile accettare quell'incarico.
Per farsi obbedire, dissi, conviene esser conosciuto od aver
tali distintivi esterni già noti, che indichino il grado, l'au-
torità, sen^a di che ognuno ha diritto di dire : Chi è lei ?
Con qual diritto comanda? In questi momenti bisogna pren-
dere persone note alle masse delle popolazioni, sicché non
sia necessario spiegare anzitutto la propria individualità.
L' altro insisteva ed io teneva fermo , quando arriva
l'Anfiossi puntuale al suo convegno. Io gli espongo la
richiesta di quel signore e come io non accettassi.
Dapprima l'Anfossi: Fate bene, disse, state con me; pa-
role che mi rallegrarono, ma poi rimasto un poco sopra
pensiero, soggiunse : No, dovete accettare. Allora io ri-
presi i miei ragionamenti; Credetemi, io sarò nell'im-
possibilità di agire ; ma come volete che io sia conosciuto?
Credete voi possibile chi la notizia di questa nomina si
spanda tosto per Milano, che la gente ci badi? E poi qual
distintivo indica tale autorità? Come ordinerò io ad un
combattente di venir con me? L'incaricato del Governo,
Ricordi, ecc. 8
114 CAPITOLO SESTO.
incoraggiato dall' aiuto dell' Anfossi , insistette , e sog-
giunse, che trattandosi appunto di fare l'organizzazione,
il Governo si doveva rivolgere a quelli che aveva im-
parato a conoscere. L'Anfiossi troncò la questione con
uno di quelli argomenti che sono irresistibili: Voi do-
vete accettare, disse, perchè infine e ano dei posti più pe-
ricolosi. Quella ragione non cambiava punto la sostanza
delle mie obbiezioni, ma, come ripeto, metteva innanzi
un argomento irresistibile. Vedrete, dissi, che non potrò
far di più M quello che faccio ora, ma dovetti accettare.
L'Anfossi venne chiamato dal Governo Provvisorio, e
partì. Io meditai tosto sulla possibilità di pur organiz-
zare qualche cosa anche per le pattuglie , ma toccai
subito con mano, quanto fosse cosa difficile. Le vie
che facevano capo ai luoghi occupati dai Tedeschi erano
tutte coperte di barricate; la lotta era ridotta alle fu-
cilate e cannonate ; avveniva in punti lontanissimi l'uno
dall'altro, a Porta Tosa, a S. Vicenzino, a Porta Ti-
cinese; tutte le vie di communicazione erano chiuse dalle
barricate, sì che bisognavano ore e molte per andare
dall'uno all'altro luogo; la lotta generale nei primi
giorni si era resa locale, come richiedeva la stessa sua
natura. Non pertanto io ravvisava indispensabile un
centro, e l'avere a disposizione un nucleo d'armati, una
specie di riserva certa, che non esisteva e che non si
poteva improvvisare. Tuttavolta mi tracciai un abbozzo
di ciò che si sarebbe dovuto fare; ma che? Il messo
del Governo, sì tosto eh' ebbe avuta la risposta affer-
mativa, se ne era andato. Era colà un altro membro
del Comitato, certo signor Ceroni, che fu poi uffiziale
superiore nell'esercito, ed anzi era stato nominato di-
CAPITOLO SESTO. 1 1 5
rettore in capo , ed eravi pure un altro membro del
nuovo Comitato. Io avrei voluto che fra noi ci inten-
dessimo, ma fu impossibile. L'uno fu subito chiamato
per una ragione , 1' altro aveva da trovarsi in un tal
luogo per un'altra; si che nulla si potè concertare, e
la cosa sola che fu possibile combinare fu di far capo
sempre lì in quella stanza , e se non ci veniva fatto
d'ivi incontrarci, scrivere. Andai quindi a casa Taverna
che è vicinissima, poiché la casa Vidiserti ha una fronte
sul Monte Napoleone e un'altra sulla via de' Bigli, la
medesima dove si trovava la ''casa Taverna ove sedeva
il Governo Provvisorio.
Ivi appresi una notizia importante, quella che l'eser-
cito piemontese si metteva in moto. Questa notizia era
stata portata dal conte Enrico Martini che veniva da
Torino ed era penetrato in Milano coli' aiuto di un
impiegato di dogana (come mi narrò più tardi egli
stesso) che lo fece passare per un varco fra i più
bassi del bastione di Porta Ticinese. Quale effetto do-
vesse fare su di me quella notizia è facile l' indovi-
narlo. Io era stato sorpreso dalla rivoluzione di Milano,
che non entravo punto in tutto quel complesso di pro-
getti, di scritti, di concerti intorno a cui mi affaccen-
davo da sì gran tempo, non risparmiando spese, fati-
che , viaggi. Certo al punto al quale eravamo allora
arrivati, la rivoluzione si appalesava come un sublime
episodio, ma non cambiava le mie convinzioni che solo
sul campo di battaglia si sarebbero decise le sorti del
paese e nulla di serio poteva conchiudersi senza un
esercito regolare.
Il 5 marzo, prima di abbandonar Torino, io aveva
Il6 CAPITOLO SESTO.
avuta l'assicurazione dal conte di Castangeto che Carlo
Alberto era risoluto a far la guerra; io dunque non
sognava, non sospirava che la calata dell'esercito pie-
montese : ma per quanto mi facessi a sollecitar quel
passo, non ignorava le difficoltà che si incontrano nel
riunire un esercito, nel determinare bene tutte quelle
disposizioni che precedono l'entrata in campagna e la
formale dichiarazione di guerra. Il piccolo Piemonte
doveva sfidar la potentissima Austria; il che oggi an-
cora sembra un ardimepto sì sconfinato da toccare alla
follìa. Infatti un giovine d'oggigiorno che non cono-
scesse per tradizione, e per gli studi fatti, lo stato degli
animi d'allora, le condizioni strane, inattese, nelle quali
si trovò quel potente impero minacciato non già solo
in Italia, ma in Boemia, in Ungheria e nella stessa
Austria, anzi, nel suo cuore, a Vienna; quel giovine,
dico, pel quale que' tempi sono già lontani, durerebbe
fatica a spiegarsi il fatto, considerandolo isolato. Ma
que' periodi nella vita de' popoli durante i quali tutto
si sposta o minaccia spostarsi, non durano a lungo, e
fortunati coloro che sanno approfittarne volgendoli a
benefizio di una grande causa! Noi eravamo allora in
uno di que' periodi; le autorità supreme a Vienna
erano incerte e smarrite; la disciplina delle milizie era
scossa, e se forse lo era meno di quello che si credeva,
ad ogni modo, quella persuasione contribuiva a dar co-
raggio. Dall'altro lato, ossia dal canto nostro, tutto pa-
reva che accennasse a concordia ed abnegazione: non
si parlava che di pace e fratellanza, e le popolazioni
parevano pronte a sacrifici d'ogni maniera; da ogni
ordine di persone si voleva contribuire alle necessità
CAPITOLO SESTO. I17
della patria. Con queste ragioni, che altro non sono se
non uno dei raggi della luce che rischiara quel periodo,
si spiegano que' moti arditi e quelle infuocate speranze.
Dal momento che ebbi la certezza dell'arrivo dell'eser-
cito piemontese, io non titubai un istante a credere che
gli Austriaci si sarebbero ritirati verso la base naturale
delle loro operazioni , verso le fortezze , nel famoso
quadrilatero. Come italiano non amava certo il Radetzky,
ma avevo stima de' suoi talenti militari, e sopratutto
della sua fredda calma; come giudicassi lo Schònhals,
ch'era il suo capo di stato maggiore, lo prova la mia
lettera anteriore allo scoppio della rivoluzione; io era
dunque persuaso che uomini simili non si sarebbero
lasciati cogliere a Milano da un esercito regolare. La
certezza del fatto m'aveva infuso nuovo ardore, andai
a più d'una barricata annunciando la buona nuova e
commentandola. Quand'ecco spandersi per la città la
notizia di stragi seguite nella canonica di S. Bartolomeo
precisamente dov'ero stato la sera innanzi coll'Anfossi.
Io vado al mio ufficio e sento che quel luogo era
stato invaso, e vi si era ucciso un sacerdote. Ma del
posto sul campanile che avvenne ? chiesi tosto. Crediamo
siasi salvato per i tetti, mi risposero. Pensai allora che
al Governo dovevano aver notizie più esatte, ed andai
a casa Taverna. Seppi colà che i Tedeschi stanziati alla
Zecca, erano venuti in numero di cinquanta circa, gui-
dati da un ufficiale, fino alla canonica di S. Bartolomeo,
non già per la pubblica via , ma attraverso i giardini
ed orti che occupavano grande parte di quello spazio
che stendevasi aa quella chiesa alla Zecca dietro la
linea dei caseggiati della contrada allora chiamata la
Il8 CAPITOLO SESTO.
Cavalchina CO. Giunti inosservati alla canonica, annesse
alla quale erano altre abitazioni di privati, fecero pri-
gionieri quante persone trovarono, e le condussero
in chiesa quali ostaggi; lo scopo principale della spe-
dizione era il posto sul campanile, per far cessare quel
continuo scampanìo a stormo. Ma fortunatamente i
giovani da quella sommità avevano veduto i soldati
allorché davano la scalata all'ultimo muro divisorio ed
erano stati in tempo per salvarsi passando, dicevasi
allora, sui tetti delle case che si collegavano al cam-
panile. Gli ostaggi, dopo essere stati tenuti in chiesa
qualche tempo, erano stati messi in libertà; ma intanto
alcuni soldati sì erano introdotti nelle case , ed uno
d'essi aveva ucciso un povero prete, il predicatore qua-
resimale a S. Bartolomeo. Il fatto era poi stato ingran-
dito, come avviene, e si parlava di eccidii di più per-
sone e di minacele speciali ai preti , ma in realtà si
limitò a quell'invadimento e a quell'uccisione. La storia
non finiva con quell' avvenimento, e si parlava anche
d'un soldato ferito portato ih chiesa ma in modo cosi
confuso da non poterne cavare alcun costrutto. La sorte
del povero predicatore era certo deplorevole, e quel-
l'aggressione ebbe un carattere veramente selvaggio. Io
mi consolai che l'ucciso non fosse il parroco, e che i
giovani del posto sul campanile avessero potuto sot-
trarsi. I Tedeschi erano ritornati per la stessa via al
loro posto della Zecca, né potevano andarvi altrimenti
perchè la via della Cavalchina era dominata dal corpo
dei tiratori posto sopra i Portoni, che rimase sempre
(i) Oggi via Manin.
CAPITOLO SESTO.
ben guarnito. Io mi trovava precisamente in casa Ta-
verna allorché arrivò il maggiore croato, latore della
famosa proposta di Radetzky di sospendere per tre
giorni l'ostilità. Egli ignorava il fatto di S. Bartolomeo
venendo da tutt* altra parte, ma si può facilmente im-
maginarsi come venne ricevuto. Il presidente Casati si
lamentò di quelle barbarie: l'ufficiale cercò di scusare
la cosa come meglio potè , assicurando che sarebbero
dati ordini severi perchè non si rinnovassero simili
scene.
iiin..::::;;:;!:;;!:!::!::!;;:;!;:;::!:;:!:::!!, 1 ::!!;^
CAPITOLO SETTIMO
Proposta della sospensione delle ostilità, fatta da Radetzki; si
chiami a Consiglio il Comitato di Guerra e quello di Difesa —
Viene respinta — Spedizione dell'autore per mettere a dovere
la direttrice dello stabilimento d'educazione di S. Filippo —
Sua visita allo stabilimento Castiglione.
Il fatto della sospensione delle ostilità proposto da
Radetzky fu uno dei fatti più notevoli in quella me-
morabile lotta di cinque giorni, come fu uno di quelli
intorno ai quali più si occupò la stampa per la cir-
costanza che un uomo ragguardevole e certo di ingje-
gno non comune, il noto pubblicista Carlo Cattaneo,
volle appropriarsi il merito d'aver esso provocato il
rifiuto. Per quanto un fatto che si verificò alla pre-
senza di molti testimoni, non pochi dei quali vivono
ancora, non possa annoverarsi fra quelli che sia diffi-
cile l'appurare, non pertanto io confesso che mi sen-
tirei imbarazzato nel narrarlo per la ripugnanza che
provo nel combattere chi più non è in grado di di-
fendersi. Tutti, ma sopratutto gli amici d' un defunto,
CAPITOLO SETTIMO. 121
possono sempre dire: Scrivereste voi queste cose se vi-
vesse ancora? Quand'anche si volesse rispondere: le
scriverei tali e quali, a nulla servirebbe, essendo impos-
sibile la prova; ma io volendo restringermi alla par*
sostanziale di quel fiuto posso dire che non mi trovo
in tale imbarazzo. Per una combinazione meramente
fortuita avvenne che io fossi di passaggio in Milano
nel 1867, precisamente all'epoca delle elezioni politiche
di quell'anno. Fra i candidati del primo collegio eravi
il Cattaneo e si venne al ballottaggio fra esso e l'egregio
•cav. Giovanni Visconti-Venosta. La lotta fu viva ; i
fautori della candidatura del Cattaneo per mettere sempre
più in evidenza i suoi meriti, non si peritarono di nar-
rare quel fatto nel senso accennato, come fosse la cosa
più certa e che nessuno potesse avere l'ardire di porre
in dubbio. Quel linguaggio provocante m'irritò, e ri-
chiesto dal direttore della Perseveranza se non avevo
difficoltà di narrare come la cosa andò realmente, ri-
sposi non aver difficoltà di sorta , e gli diressi la let-
tera che ora ricopio da quel foglio &). Nulla aggiungo
a quanto allora scrissi lui vivente, e credo sia il modo
più delicato di rispettare la sua memoria, senza celare
la verità.
Sono obbligato a citare un periodo di quel giornale
•che precede la lettera stessa perchè i due scritti si
collegano.
« Quanto all'altro vanto che s'è attribuito il Cat-
taneo da sé, e tanti altri gli danno, d'aver egli impe-
dito l'accettazione dell'armistizio proposto da Radetzky,
(1) Perseveranza del 17 marzo 1867.
122 CAPITOLO SETTIMO.
nella -terza delle Cinque Giornate, abbiamo voluto in-
terrogare una persona che era presente, il signor To-
relli , quel medesimo che portò il primo la bandiera
sufi Duomo, e venne posto all'ordine del giórno du-
rante le Cinque Giornate stesse.
Egli ci ha risposto colla seguente lettera:
ce Essendo presente anch'io a quel Consiglio, posso
« darne qualche ragguaglio. Riuniti in numero non
«minore al certo di 14 o 15, poiché oltre il Governo
ce Provvisorio, vi era il Comitato di guerra ed il Comi-
« tato di difesa W, il presidente Casati espose la domanda
ce di sospensione d'armi del generale Radetzky. Chi pren-
ce desse primo la parola non rammento; certo, il signor
ce Cattaneo fu uno di quelli che parlarono contro, ma su
« quel numero di presenti tre soli opinarono per l'accet-
« tazione, gli altri, senza aver d'uopo di sforzi di retto-
« rica di nessuno, la ripudiarono risolutamente, perchè
« era evidente che, in ogni modo, era più utile a Radetzky
ce che a noi. Quando venne il mio turno, senza ripetere
« le ragioni degli altri, aggiunsi solo : che nella mia qua-
cc lità di capo delle pattuglie, doveva poi dire che si an-
ce dava ben errati, se mai si credeva che quand'anche si
« avesse accettata la sospensione, i combattenti l'avreb-
« bero rispettata; di disciplina non vi era nemmen l'oni-
ce bra. Inoltfe potrei anche appellarmi ai molti che spero
« ancora esistano, per rammentar loro come, durante il
ce breve tragitto da casa Vidiserti a casa Taverna, si gri-
(1) Del quale io faceva parte.
CAPITOLO SETTIMO. 12}
<( dasse ad alta voce, no, no, non accettiamo sospensione, e
« questo fu ripetuto perfino nella sala maggiore di casa
« Taverna, che precede quella dove si tenne il Consiglio.
a Voi vedete dunque che senza nulla detrarre al merito
« reale del signor Cattaneo, non è quella circostanza che
« si può addurre come di gran servizio reso al paese.
« Tutto vostro
« Luigi Torelli. »
Ritornato a casa Vidiserti dopo aver assistito a quel
Consiglio, trovai un signore che veniva a chiedere mano
forte contro la direttrice di uno stabilimento d'educa-
zione, certa madama Enrichetta Smith , superiora del
collegio detto di S. Filippo , dove venivano educate
giovinette d'ogni parte della Lombardia, appartenenti
a famiglie distinte ; il Governo vi aveva ingerenza nella
nomina della superiora, dei professori e delle fanciulle
ammesse ai posti gratuiti ; passava per aristocratico, ma
avevt credito di buon istituto di femminile educazione.
Ora quel signore era venuto ad avvertire che il col-
legio era esposto ad una possibile invasione de' Tede-
schi accampati a poca distanza sul bastione , ma che
essendosi fatta la proposta alla direttrice d'allontanarsi,
essa erasi rifiutata non ravvisando il supposto pericolo.
La cosa non garbava per nulla ad alcuni parenti di
alunne di quel collegio , i quali insistevano per lo
sgombro di esso; e già era la seconda volta che ve-
niva quel signore a tal uopo, dacché la prima volta
non aveva trovato nessuno che avesse voluto ascoltarlo.
Il fatto di S. Bartolomeo può dirsi che venisse in suo
124 CAPITOLO SETTIMO.
aiuto; e come la città era piena di racconti di inva-
sioni, io al quale quel signore si era rivolto, non potei
a meno di riconoscere che se quell'istituto era real-
mente così esposto, la cosa meritava seria attenzione.
Venga lei, venga lei, mi disse allora quel signore. Dav-
vero è una spedizione ben poco marciale , risposi scher-
zando; tuttavolta mettendomi nei panni dei genitori
lontani, mi determinai ad andar io, anche per vedere
se ci fosse tanta facilità per entrare in città da quella
parte che veniva notata come molto esposta. La per-
sona ch'era venuta a chiedere un atto di autorità contro
madama Smith , partì tosto che ebbe la mia risposta ,
per communicare la notizia ai parenti che lo avevano
spedito. Io conosceva bensì l'esistenza di quel collegio,
ma ignorava il luogo preciso dove si trovava; epperò
recatomi nel vicino ampio corritoio e visti alcuni gio-
vani, chiesi chi di loro poteva condurmi a S. Filippo
ove voleva recarmi per quella missione. Si presenta-
rono subito due giovanotti e si partì senza indugio.
Strada facendo combinammo il piccolo nostro piano.
Anzitutto io inviterò la direttrice, dissi a quei giovani,
col maggior garbo possibile, a voler accontentar i pa-
renti che hanno diritto di essere ascoltati, tanto più
che essa non ci perde nulla, né vorrà darci ad inten-
dere che le fanciulle studiano. Se poi non si arrende,
l'arresteremo, e le ragazze si condurranno altrove, per-
chè in queste circostanze non si possono fare compli-
menti e bisogna sbrigarsi presto. I due giovani eran o
contentissimi; quella spedizione si presentava loro come
una piccola avventura lieta in mezzo a tanti fotti serii.
Il collegio di S. Filippo si trovava allora giù del
CAPITOLO SETTIMO. 12 £
ponte di Porta Tosa, passato il palazzo Sorniani presso
l'istituto della Guastalla, ma per arrivare alla fronte del
collegio conveniva passare innanzi a queir istituto e
piegar a sinistra, e dopo breve tratto si trovava il fab-
bricato, oggetto della spedizione nostra. Noi eravamo
già nella via della Guastalla, ma non ancora allo sbocco,
quando uno de' miei giovinotti : Ma eccole, esclamò,
escono di già, e lo disse quasi con rammarico, perchè
tutta l'avventura andava evidentemente in fumo.
Sulla sinistra della via della Guastalla, andando dal
centro , e precisamente quasi di contro alla chiesa di
quell'istituto, si apre una via interna rinserrata fra muri,
che direbbesi un viale piuttosto lungo che riesce al lo-
cale di S. Filippo, ma al lato opposto della fronte. Era
probabilmente l'accesso pei carri e per tutti i servizi
che richiede un grande stabilimento; la porta che mette
sulla via era spalancata, e quel viale presentava la scena
la più allegra ed animata , dacché stavano ivi racco-
gliendosi le giovinette alunne saltellanti e giulive che
abbandonavano allora allora il collegio. Ci fermammo
sui due piedi a contemplare quello spettacolo. A me,
che tutto il giorno era stato sempre compreso d'idee
gravi, torbide, tristi, parve d'essere trasportato in un'oasi
tranquilla e gioconda; trovava anzitutto naturale quel-
l'allegria nelle giovinette. Per qssq la prima buona con-
seguenza di quel grande trambusto era la sospensione
d'ogni studio e lavoro, non potendosi pretendere che
in simili occasioni si abbia lena e calma per attendere
alle occupazioni consuete.
Del timore di un'invasione quelle non se ne davano
pensiero, sicure che se pericolo vi fosse, altri avrebbe
126 CAPITOLO SETTIMO.
provveduto: sentivano invece la propria importanza.
Come poi fosse avvenuta la conversione della direttrice
non saprei dirlo, poiché quando io vidi che lo scopo
era ottenuto, non mi diedi il pensiero di voler cono-
scere madama Smith. Evidentemente o essa, senza at-
tender altro, erasi impaurita del pericolo ed aveva dato
l'ordine della partenza anche prima di sapere che ve-
niva uno del Comitato a metterla al dovere, o si era
affrettata a darlo appena lo seppe. Il primo caso è più
probabile, atteso il poco tempo che io aveva posto fra
la determinazione di andare e la sua esecuzione. Erano
lì presso il conte Luigi Belgiojoso e la contessa sua
moglie , e credo che per opera loro fossero condotte
quelle fanciulle nel centro della città. Se taluna di
quelle giovinette, che ora saranno mamme di altre con-
simili giovinette, avesse per avventura a leggere questo
scritto , non durerà fatica a richiamarsi alla memoria
quella scena di tripudio che allora tanto mi esilarò.
Ma l'allegria doveva durare ben poco.
Mentre stava per ritornare su' miei passi mi si pre-
senta un signore che si era informato della mia mis-
sione, e salutatomi con molta deferenza: Signore, disse:
Ella è venuta per pietosa sollecitudine di queste giovani
che si ritenevano in pericolo, ma sappia che qui appresso
havvi un altro stabilimento di fanciulle assai più esposto.
Non crederebbe di provvedere anche per quelle? — Io
ignoro completamente, risposi, l'esistenza di questo stabi-
limento, ma non può esservi dubbio che bisogna pensare
anche ad esso. Favorisca di condurmi. Preso commiato
con le debite grazie dai due giovani eh' erano venuti
meco per la spedizione di S. Filippo, seguii la nuova
CAPITOLO SETTIMO. 127
guida. Fra i molti stabilimenti di carità die annovera
Milano, havvene uno destinato a raccogliere orfane e
figlie di poverissimi genitori che s'intitola, dal suo fon-
datore, Ospizio Castiglione. È situato in vicinanza della
citata via della Guastalla, ma più verso il bastione di
Porta Tosa , da cui non era allora diviso che per un
muro, il quale separava un terreno posseduto dal detto
stabilimento da altro terreno annesso allo stabilimento
di alienati, detto la Senavretta, che spingevasi precisa-
mente fino al bastione.
Quel signore , per far più presto , mi trasse a tra-
verso gli orti , e giunto colà , mi presentò alla supe-
riora come uno del Comitato di difesa che veniva per
prevenire pericoli possibili. Oltre la superiora trovai
un sacerdote ed un'altra persona a cui parmi dessero
titolo di economo. Ambidue erano abbattuti; la supe-
riora invece donna piccola, ma piena di spirito, non
dava segno di turbamento e rispose con calma e pre-
cisione alle domande che le diressi. Quanto al pericolo
a cui quello stabilimento fosse esposto , basti il dire
ch'era di gran lunga maggiore che a S. Filippo. La su-
periora mi chiese se volessi vedere le allieve. Ben vo-
lentieri, risposi.
Mi condusse allora in un locale a pian terreno am-
pio, con gran finestroni tutto all'ingiro che scendevano
sino a terra ; si vedeva a prima giunta eh' era stato
fabbricato apposta ed aggiunto al rimanente edifizio,
né poteva essere più opportuno allo scopo, dacché era
agevole dargli quanta luce si voleva e cambiarvi l'aria
ad ogni istante.
Esso era pieno di quelle giovani allieve, tutte sedute
128 CAPITOLO SETTIMO.
su panche, -'poste in linea orizzontale a traverso della
gran sala con un largo spazio nel mezzo. Al mio en-
trare colla superiora, si alzarono; io pregai le maestre
che le facessero sedere , e cominciai a percorrerne le
file. Il loro aspetto inspirava tristezza , perchè si ve-
deva che le poverine erano comprese dallo spavento ,
e pallide per notti insonni presentavano un contrasto
strano collo spettacolo che mi avevano offerto poco
prima le allieve di S. Filippo; mi pareva dicessero:
Noi poverine, noi siamo di nessuno. Vi erano giovinette
di sei e sette anni , altre più adulte. Accarezzando le
più piccole, cominciai a dirigere loro delle parole di
conforto , e prima di partire tenni un breve discorso
a tutte. Dissi loro che le cose andavano bene, che si
facessero coraggio, che non si credessero abbandonate,
che si pensava anche ad qssq. Mi parve che si riani-
massero, ma io uscii di là col cuore serrato. Discorsi
quindi colla superiora intorno ai partiti da prendersi:
condurle via era impossibile pel troppo numero; ma
avendo osservato certo muro di cinta verso la città ,
pensai che praticando in esso un' apertura , si poteva
andar diritti in, non mi ricordo più quale via, abbre-
viando il cammino, e collocandosi all'estremità del
fondo verso il bastione una sentinella, si poteva esser
sicuri d'aver il tempo di fuggire. Cotesto partito lo
suggerii , ed ella mi disse che il medesimo consiglio
erale stato dato da non so quale ingegnere , e che
1' avrebbe seguito. La consigliai anche di non tenere
le alunne immobili, ma di svagarle col farle movere,
al che pare annuì. Dopo dati quei consigli, dissi alla
superiora che stava bene il vigilare come se i Tedeschi
CAPITOLO SETTIMO.. I29
dovessero venire, ma ch'io credeva la cosa poco pro-
babile, perchè il fatto ch'essi avevano lasciato volon-
tariamente posizioni forti, dava indizio che si concen-
travano per ritirarsi, onde era probabile che altro non
seguisse. E lo stabilimento della Senavretta? mi disse,
non so se l'economo od il sacerdote che erano pre-
senti. Oh! io non saprei che farci, risposi; se i Tedeschi
vogliono pigliarsela coi malli, sono padroni, ma non lo
credano, E preso commiato da quella brava donna piena
di spirito e da' suoi compagni rientrai nel centro della
città andando difilato a casa Vidiserti.
Ricordi, ecc.
CAPITOLO OTTAVO
La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte
il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento
nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo
abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano
anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome
del Governo.
Qual fu il mio stupore, allorché, entrato nel cortile
dalla parte del Monte Napoleone, vidi spalancate tutte
le rimesse che si trovano sul lato sinistro, e quelle
piene di Tedeschi, alcuni de' quali erano pure acco-
vacciati nel cortile stesso ! Compresi tosto che doveva
essere un posto che si fosse arreso. Erano infatti i
soldati che si trovavano nel locale del Genio situato
nella via del Monte di Pietà, e quella splendida fazione
aveva avuto luogo precisamente durante la mia spedi-
zione suaccennata. Non è dire qual dispiacere io pro-
vassi d' essermi trovato assente, ma una notizia più
crudele, mi attendeva. U Anfossi venne gravemente ferito,
mi disse un signore che conosceva le mie relazioni con
CAPITOLO OTTAVO. I3I
lui. — Ma dov'è? Dove l'hanno portato? chiesi tosto:
voglio andare a vederlo. Egli tacque; ma un altro si-
gnore: A che serve celarlo? soggiunse; non sono mo-
menti questi da far perdere tempo: il povero Anfossi è
morto. Mi coprii colla destra la faccia per ascondere il
mio dolore, e salii all'ufficio, ove ritrattomi in un an-
golo volli rimaner solo per qualche istante; ma non
vi era rimedio , e 1' unico mezzo per onorar la sua
memoria era quello di crescere di zelo e di attività
nella lotta, in cui quel prode aveva messa la vita. Chiesi
se il Governo Provvisorio non aveva mandato a dire
nulla ; mi risposero di sì, e che aveva dato avviso che
nella notte i Tedeschi volevano fare un nuovo sforzo.
La notte era già vicina, sicché andai subito a far una
ispezione ai Portoni di Porta Nuova.
Erano ben muniti e vi stava a difenderli il Manara;
quella barricata poi che il 19 era ancora provvisoria,
sì che la passammo facilmente, io, l'Anfiossi ed i tre
altri compagni, era stata sostituita da una delle più so-
lide e colossali che venissero costrutte. L'ultima parte
della casa d'Adda, ossia la nuova grande casa che fa
angolo colla via dell'Annunciata, era allora in costru-
zione ; mucchi enormi di mattoni, erano disposti qua e
là a quel fine; il popolo si impossessò di quei materiali
e l'indomani della nostra visita a S. Bartolomeo aveva
fatto una barricata che andava quasi fino alla volta di
ambo gli archi, sì che per passare conveniva curvarsi e
molto; enormissimo poi era lo spessore di quella bar-
ricata , né si avevano palle di cannone che potessero
trapassarla. Visitai qualche altro luogo, ed a notte già
inoltrata tornai all' ufficio, ove appresi che avevano
132 CAPITOLO OTTAVO.
mandato a dire di curare anche il Genio di fresco
conquistato. Ma come mai, dissi, si troveranno ora com-
battenti ancor disponibili? Farò il possibile.
Uscii ed andai di nuovo dal Manara , la cui posi-
zione era fortissima e difesa da un buon numero di
uomini; lo pregai a cedermene alcuni pochi, ma ei non
volle, e protestò che non erano di troppo. Io rientrai
nel centro e riescii a raggranellarne quattro, ma due
soli avevano fucile, gli altri due erano disarmati e si
esibivano a far quello che potevano. Pensai allora che
avrei potuto trarne partito col mandarli al piano su-
periore del locale del Genio per difenderne da colà
P ingresso con sassi e mattoni , benché non sapessi
troppo comprendere la probabilità di quell'assalto in
luogo tutto cinto da barricate.
Le tegole, i sassi e mattoni erano più temuti dai sol-
dati delle stesse palle ; ogni casa che si credeva in pe-
ricolo ne aveva fatto provvista, e nella stessa casa Ta-
verna ove risiedeva il Governo Provvisorio, eravi in
una delle stanze che danno sulla via de' Bigli un gran
cumulo di ciottoli. Anche i due armati potevano esser
più utili tirando dalle finestre. Fatto loro conoscere il
mio divisamente, entrammo nel locale del Genio. Oc-
cupava esso un vasto spazio, ossia all' incirca quello
ove sorge attualmente la Cassa di Risparmio ed aveva
la fronte principale sulla via del Monte di Pietà, esten-
dendosi dal lato opposto sino alla via degli Andegari
che sbocca a S. Giuseppe. Fu precisamente da quel
lato che noi entrammo per una porta piccola alla quale
pure era stato dato il fuoco, come alla porta princi-
pale, sulla via del Monte di Pietà. Io non era stato
CAPITOLO OTTAVO. 1 3 3
mai in quel locale, ma uno de' miei compagni lo co-
nosceva bene. Traversato un breve corritoio arrivammo
al cortile principale tutto cinto di porticato, di forma
quadrilatera, discretamente lungo, ma largo non più di 14
in 15 metri. Da quel cortile traversando un fabbricato
di mezzo, si passava ad altro cortiletto piccolo in di-
retta comunicazione con un atrio ampio ma basso,
nel cui centro eravi la porta principale e da dove, a
sinistra entrando da quella, si saliva agli uffici. Tutto
il locale nel suo insieme era disadatto , con un sol
piano, e credo fosse un antico convento ricostrutto.
Agli uffizi non salivasi però solo da quel lato che ho
accennato, ma anche dal grande cortile ove entrammo
per una scala situata al lato orientale sotto il portico.
Al nostro arrivo trovammo un individuo eh' era stato
posto colà qual custode e che aveva le chiavi del piano
superiore. Io gli esposi lo scopo della nostra missione
e lo richiesi di aprirmi. Ho lasciato le chiavi a casa,
mi rispose , ma abito vicino e vado tosto a prenderle.
Dopo un quarto d'ora circa, odo un colpo di fucile
che parte dal portone sulla via del Monte di Pietà.
Vado colà e riconosco essere stata la sentinella a far
fuoco, ma che nulla accennava ad un assalto. Il colpo
non mi fece meraviglia perchè si tirava di troppo in
onta alle mie raccomandazioni , ch'erano sempre di
andar cauti coi colpi perchè le nostre munizioni si
esaurivano. Allora né dissi nulla né chiesi spiegazioni,
perchè tale e tanta era la mia stanchezza che rispar-
miavo anche le parole. Convinto che al momento nulla
eravi da temere , ritornai presso i miei colleghi , ma
prima volli salutar la sentinella e posta la mano destra
134 CAPITOLO OTTAVO.
sulla sua spalla, dissi: Bravo, bravo. Il locale era oscu-
rissimo e la sentinella trovavasi circa un tre passi ad-
dentro dalla porta principale; non rispose motto, solo
avendo piegato il capo in avanti mi parve scorgere
qualcosa che se le staccasse dal cappello a guisa di
pennacchio. Notai questo incidente nel modo più po-
sitivo, ma in quel momento non mi recò meraviglia,
perchè ognuno si vestiva a piacimento e si vedevano
cappelli e berretti d' ogni forma possibile. Ritornato
a' miei compagni dissi che non era nulla e che la sen-
tinella aveva tirato senza motivo. Nella vicina via di
S. Giuseppe era cominciato un enorme cannoneggia-
mento; cannoni postati a poca distanza della contrada
dell' Orso tiravano lungo la via di S. Giuseppe , con
grande fracasso, ma nessun frutto, perchè le palle an-
davano a battere contro la barricata che chiudeva la
via di S. Giuseppe. Frattanto passa una mezz'ora, ed
il custode che aveva detto di essere vicino, non viene;
dapprima sopportai senza inquietarmi quel ritardo, per-
chè intanto prendeva un poco di quel riposo di cui
aveva gran bisogno; ma poi scorso un'altro quarto
d'ora, cominciammo a discorrere fra di noi sulle cause
possibili di tanto ritardo , quand' ecco ad un tratto si
presentano due armati al- lato opposto del porticato ,
spianano il fucile e fanno fuoco sopra di noi, ritiran-
dosi immediatamente. / Tedeschi, esclamammo tutti. Per
una di quelle strane combinazioni che si spiegano col-
l'oscurità e con la furia, benché ci facessero fuoco ad-
dosso alla distanza di 14 o 15 metri e non più, e fos-
simo cinque in crocchio, nessuno fu colpito. Usciamo,
■dissi io. Uscimmo per la stessa porta dalla quale era-
CAPITOLO OTTAVO. 13 >
vamo entrati; avevamo con noi due senz'armi, eravamo
incerti del numero dei Tedeschi, non vi era altro par-
tito. Come dovessi rimanere a quella strana sorpresa,
è facile l'argomentarlo. / Tedeschi nel Genio! Ma d'onde
ventili? e come? Per prima cosa, dissi ai miei compagni,
conviene annunciarlo subito; molti però, non possono essere.
Usciti dalla via degli Andegari, ci recammo alla Croce
Rossa, e quivi cominciammo a trovare alcune persone.
Allora uno dei giovani annunciò il fatto. Oh, impossi-
bile! fu la prima risposta; l'altro replica e si scalda e
finalmente gli volge queste precise parole (s' intende
in dialetto) : ma per D. s. vuoi capirla che ci hanno spa-
rato sul muso in questo momento ! Io aveva troppa fretta
per soffermarmi a questo piatire, e, comprendendo che
dei due non armati non poteva più trarre partito al-
cuno, dissi loro: Io credo che il meglio per essi sia che
vadano in cerca di armati o dir loro che vengano verso il
Monte di Pietà. Li salutai e m'incamminai subito, e solo,
per detta via, che da quel lato ha principio precisamente
al piazzaletto della Croce Rossa. Fatti un centinaio di
passi, veggo un crocchio animato, presso la casa del
colonnello Arese, che ha sulla fronte una cancellata;
colà giunto dissi loro : / Tedeschi sono nel Genio.
Oh lo sappiamo, e già da un po' , e vogliamo ripren-
derlo.
Benissimo, replico io.
Ma non erano tutti di questo avviso : non sappiamo
nulla sul numero, dicevano i dissidenti; è oscuro; aspet-
tiamo l'alba.
Allora io dissi loro chi era e come io venissi pre-
cisamente dal Genio; narrai brevemente la storia della
I56 CAPITOLO OTTAVO.
sorpresa, ma per inferirne che non potevano essere
molti, forse tre quattro al più; del resto dalla parte
di dietro non erano passati, perchè prima vi era il
custode e poi vi fummo noi; essi dovevano saperne
qualcosa rispetto alla parte anteriore. Io sono d'avviso,
conchiusi, d'andar subito a riprender quel locale. Ma gli
oppositori fecero nuove obbiezioni, quando alcuni dei
più risoluti, troncando la questione, si avviarono a
corsa verso il Genio, ed io immediatamente li seguii.
In un momento superammo il brevissimo tratto , che
sta fra i due fabbricati. Giunti a pochi metri dal por-
tone del Genio s' odono due colpi , P uno viene dal
piano terreno, l'altro dal primo piano, ed uno de' no-
stri cade a terra. Un timor panico si impadronisce degli
assalitori, che indietreggiano con tale violenza che io
che veniva il quinto o sesto, fui rovesciato. Ci racco-
gliamo di nuovo, non più rimanendo in strada, ma en-
trando nella casa Arese, passiamo il cortile facendo
capo ad un locale, che credo fosse una rimessa, e che
è precisamente il primo dalla parte opposta al porti-
naio e dà sulla via. Io non sapeva darmi pace e tornai
ad insistere per un nuovo assalto. Dio mio! sono po-
chissimi, dissi loro ; ma sorsero molti a gridare : No, no,
a domani, a domani; e un'imprudenza, a domani. In realtà
essi avevano ragione, ma io dolente di non aver preso
parte nella giornata alla fazione del Genio , mi faceva
una specie di punto d' onore di riprender quel posto ,
che aveva costato la vita al mio capo; e quando pe-
rorai in quel senso, annunciai che sarei andato avanti
io, poiché giammai in vita mia chiamai altri a dividere
pericoli che non affrontassi pel primo.
CAPITOLO OTTAVO. I 37
Prevalse l'opinione contraria ch'era in realtà il par-
tito più sano. Fattosi un po' di silenzio, si udirono
grida di soccorso, di aiuto, che provenivano dal ferito
caduto a terra. Io che aveva data l'ultima spinta al
partito che voleva assalire, mi ritenni in dovere di an-
dare a soccorrerlo, e uscii di corsa, recandomi presso
di lui. Tentai dapprima di prenderlo per la vita , ma
gridando esso che gli faceva male, presi la risoluzione
di gettarmi a terra tutto disteso vicino a lui colla faccia
rivolta al suolo, dicendogli che cercasse di coricarsi
sopra di me. Stavamo compiendo quell'operazione che
aveva anch' essa le sue difficoltà, quando ci venne ad
entrambi un aiuto; un giovine si presentò dicendo :
Son qui anch' io. La cosa divenne allora facile ; pren-
demmo il ferito e lo trasportammo in quel locale ove
si erano raccolti i combattenti e lo deponemmo su
d'una panca. Tutto questo si fece press'a poco in una
completa oscurità, poiché la notte era nuvolosa e ven-
tosa, e si passava da una luce abbastanza chiara a un
buio pesto. Per qual ragione poi non vi fosse nem-
meno un lume in quel locale, non saprei dirlo, ma il
fatto è eh' io non vidi distintamente la persona che
trasportammo colà , né mi sono curato mai di sapere
chi fosse. Del rimanente se essa vive tuttora, oh! dav-
vero che deve ricordarsi molto bene di quella sera e
di quell'ora.
Un istante dopo che avevamo deposto il ferito sulla
panca, mi sento chiamare distintamente e per nome,
da una vocina femminile. Esco da quel locale e lì
nella corte stessa, trovo una giovinetta che mi chiede
se son io il signor Torelli: Per appunto, risposi. —
138 CAPITOLO OTTAVO.
Ebbene, replicò d'essa, vi e un giovine qui in una porta
vicina che chiede di lei.
A Milano chiamasi porta non solo l'apertura che da
accesso alla casa, come si dice da per tutto ; ma anche
il locale che serve di abitazione al portiere.
La giovine guida mi fece traversare la via e mi
condusse nella prima o seconda casa (non saprei bene
precisare quale delle due) dopo casa Confalonieri, an-
dando verso la Croce Rossa. Entrato nel locale del
portiere vidi un giovine che aveva conosciuto alla bar-
ricata di S. Babila; era seduto ed aveva un piede im-
merso in un catino d'acqua tinta di sangue. Sono tra
quelli, mi disse, che andarono all' assalto del Genio, ma
nel ritornare fui ferito al tallone dalla fucilata che parti
dal piano superiore. — In sostanza ei non voleva che
farmi conoscere la sua avventura e verificare il fatto
con un testimonio che pure vi aveva preso parte. Aveva
l'aria ilare, come volesse dire : Non si dubiterà che mi
sono battuto anch f io 7 e me la sono cavata ancora a buon
mercato: poteva esser peggio. Allora conoscevo anche il
nome di quel giovine; ma lo dimenticai, mi ricordo
però ch'era proto in una stamperia posta, se non erro,
in S. Pietro all'Orto. Esaminai la ferita che non era
grave, lo felicitai d'essere sfuggito con poco danno al
pericolo, e uscii. Colà non eravi più nulla da fare, ri-
tenuto che i combattenti, sempre riuniti in casa Arese,
avrebbero da sé stessi sorvegliato il Genio che si do-
minava anche dal fabbricato del vicino Monte di Pietà.
Continuando sempre il cannoneggiamento a S. Giu-
seppe, risolvetti andar verso quella parte affine di sco-
prire, se era possibile, la ragione di tanta persistenza.
CAPITOLO OTTAVO. I39
Dalla Croce Rossa entrato nella corsia del Giar-
dino Wj discesi lutigli' essa verso il locale del Lotto.
Anche quella è una delle vie che soggiacque a forti
combattimenti; larga oggi e fiancheggiata da ambo i
lati da palazzi o case regolari, era allora molto stretta^
e tutto il lato destro, discendendo dal corso di Porta
Nuova verso il teatro della Scala, era costituito da
casupole irregolari, l'una più brutta dell'altra. A circa
i due terzi da quella linea si incontrava la chiesa sop-
pressa di S. Maria del Giardino , che quantunque di
stile barrocco , aveva la particolarità di una vòlta ar-
dita e larghissima, ed era stata convertita in un depo-
sito di carrozze. Dopo quella veniva l'ampio locale
erariale del Lotto, basso assai più del Genio, con ampio
cortile nel mezzo, contornato esso pure di portici. Ul-
timo dopo quello veniva il Casino, 1' unico di tutti i
fabbricati su quella linea che siasi conservato qual era
in allora e chiamavasi il Casino dei Lions, servendo a
convegno delle persone del ceto signorile , che paga-
vano una retribuzione piuttosto forte. I frequentatori
erano in fama di liberali, e perciò il Casino era molto
sorvegliato dalla Polizia, essendo non pochi de' suoi
membri inscritti sulla lista dei pericolosi o sospetti
(in linea politica). Ne faceva parte anche io e soleva
recarmi colà per leggere i giornali stranieri, dei quali
v'era copia. Il Casino era 1' ultimo limite al quale si
poteva arrivare; esso è attiguo al caffè Cova, cosi
chiamato dal nome del suo proprietario anche allora,
che ha la sua fronte principale sulla via di S. Giù-
(i) Ora via Alessandro Manzoni.
140 CAPITOLO OTTAVO.
seppe. Io non riesciva a concepire lo scopo di tutto
quel cannoneggiamento, nessuno rispondeva e tiravano
di continuo. Ritornando da quella ispezione e passando
avanti al locale del Lotto, vidi sulla porta un giovine
grande di statura che teneva nell'una mano il berretto
e coli' altra agitava furiosamente la sua capigliatura,
prorompendo in esclamazioni di dolore.
— Che cosa ha? chiesi io.
— / Reisingher, i Reisingher (era il nome d'uno dei
reggimenti tedeschi); mi rispose.
— Ma io non li vedo !
— Si y i Reisingher. Hanno scavalcato ora il muro del
giardino Confalomeri.
— Ma io vengo da quella parte ; ne sono penetrati nel
locale del Genio alami pochi } non so come; ma esso ora
è ben sorveglialo.
Prima che facessimo altre osservazioni, ecco avan-
zarsi, venendo dal porticato che era in linea retta della
porta, due giovani con in mezzo un' altra persona.
L'atteggiamento fiero dei giovani e quello più dimesso
dell'individuo da loro condotto, mi chiari tosto ch'essi
traevano seco un prigioniero.
— Chi e ? chiesi al giovine desolato, ma che si era
molto calmato vedendo una persona suppergiù tran-
quilla e che non partecipava punto al suo spavento.
— È il consiglier Pagani, rispose, un austriaco marcio.
Io avevo sentito parlare di questo consigliere Pagani,
ma non lo conosceva nemmeno di vista; epperò ga-
rantisco la risposta datami, ma non garantisco che fosse
realmente il consiglier Pagani e tanto meno che questi
fosse un austriaco marcio.
CAPITOLO OTTAVO. 14*
Il giovane' menzionato si unì al gruppo che condu-
ceva il prigioniero ed era evidente ch'era con loro, e
rimasto a far guardia alla porta.
Quanto ai Reisingher altro non era che la conse-
guenza della voce corsa che fosse stato ripreso il Genio,
alla qual fazione s'era fatto intervenire un reggimento ;
quanto poi all'arresto del Pagani, o di chiunque fosse,
era un atto di precauzione contro un sospetto di tener
mano ai Tedeschi. Siccome abitava in quel luogo ri-
tennero la possibilità di un'intelligenza e vollero assi-
curarsi della sua persona. Non occorre nemmeno dire
che non gli venne torto un capello.
Per quanto io fossi persuaso che nulla eravi rap-
porto ai Reisingher, non pertanto siccome il fabbricato
del Lotto confinava colla via degli Andegari, che fiancheg-
giava in parte anche il giardino Confalonieri, rimasto
solo volli andare a verificare se in quella strada vi
fosse qualche novità, e traversato tutto quel porticato
pel quale erano venuti i giovani col prigioniero, salii
la scala che conduceva al piano superiore eh' era in
fondo a destra del detto corritoio. Al primo o secondo
ripiano eravi una finestra bassa, oblunga, la quale si
apriva precisamente su quella via e si trovava quasi
di fronte alla porta abbrucciata, per la quale eravamo
ma entrati e poi usciti precipitosamente dopo quei
tale saluto. La via era completamente deserta, non
eravi anima vivente, né udivasi rumore alcuno. Rassi-
curato che assolutamente nulla era seguito all' infuori
dal fatto dei pochi che erano penetrati nel locale del
Genio, pensai andare al Governo e rassicurarlo se mai
quelle esagerazioni del reggimento Reisingher fossero
142 CAPITOLO OTTAVO.
giunte a sua notizia. Benché fosse già assai tardi nella
notte, trovai Casati e Borromeo ancora in piedi; narrai
l'accaduto e come già fosse stato esagerato. Ne erano
già edotti, e l'uno dei due, non rammento bene quale,
ma credo il Borromeo, mi disse con certo sangue
freddo : Non ci staranno a lungo.
Ritiratomi in un canto, mi stesi in terra per ripo-
sare alcune ore. Ai primi arbori era di nuovo in piedi;
corro difilato al Genio, dalla parte del Monte di Pietà,
e trovo alcuni curiosi sulla porta.
— Mal e i Tedeschi? chieggo loro.
— Non vi e più nessuno^ mi rispondono.
— Non basta, soggiunse uno di loro, hanno abban-
donato anche il Comando Militare.
Questo era grave; corro a verificare il fatto: esso
è vero, ed allora torno al Governo Provvisorio; altri
erano pur venuti a narrare la stessa cosa , ed io la
confermai come posta fuori d'ogni dubbio. Il Governo
mi pregò di andar colà io a prendere possesso del lo-
cale in suo nome, scegliendo qualche persona a cui
affidare l'incarico di compilare un inventario regolare,
quanto era possibile in quelle circostanze. Vi ritornai;
il piano terreno era già pieno zeppo di gente, che fa-
ceva un gran baccano; i primi si erano accontentati
di entrare nei luoghi aperti, ma sopraggiunti alcuni
facchini con mazze di ferro, cominciarono ad abbattere
le porte chiuse, irrompendo in tutte le camere, e dietro
ad essi la folla. Allorché arrivai io, il luogo presentava
già l'aspetto di un campo di battaglia; entrando dal
gran portone si trovano subito a destra due o tre stanze
destinate allora ad uffici; il suolo era già gremito di
CAPITOLO OTTAVO. 143
carte , ed un ritratto dell' imperatore era già fatto a
pezzi.
Mentre ero colà, odo alcuno che dice : Vanno in can z
fina, e laggiù vi sono Tedeschi. Io non aveva manifestato
la mia qualità, perchè, non avendo distintivi, era inu-
tile il farlo se non si presentava una circostanza che
lo richiedesse. Il primo pensiero che mi si presentò fu
quello della nessuna probabilità di quel caso: i Tede-
schi avevano abbandonato quel locale a tutto loro agio
durante la notte; per qual motivo si sarebbe taluno
nascosto nei sotterranei? Non pertanto essendosi colà
diretti quei facchini colle loro mazze, e già rivoltan-
domi il loro contegno per quelle ridicole bravate pensai
alla possibilità effettiva del caso, e mi spinsi innanzi
fra loro.
La discesa ai sotterranei, ove andammo, si trova a
sinistra entrando, passata la corte, e sotto un porticato
che mette ora ad uffizi militari; è una medesima scala
che salendo mette capo al piano superiore e discen-
dendo riesce ai detti sotterranei. I facchini non dura-
rono fatica a calar giù, ed io li seguiva; quei locali
servivano allora più specialmente ad uso di legnaia, ed
erano divisi in più riparti da rastrelliere chiuse. Benché
bastasse piccolo sforzo per aprirle, quei facchini si fa-
cevano un piacere di fracassar tutto, accompagnando
con grossolani improperi quegli atti. La faremo veder
noi a questi Tedeschi; e giù colpi tremendi, con cui dis-
facevano inutilmente anche rastrelliere già aperte. Ah
se li troviamo! Uno di questi venne fuori con una sin-
goiar espressione : Che non vi fosse anche qui qualche
tradimento come al Genio?
144 CAPITOLO OTTAVO.
— Ma che tradimento! esclamò uno della folla che
compatta seguiva, entrando da ogni parte.
. — Si, il tradimento del Genio, di questa notte.
— La faremo veder noi.
Si ppteva scommettere con tutta sicurezza che non
uno di quei facchini aveva combattuto: ben quegli atti
selvaggi mi persuadevano che se per avventura taluno
si fosse trovato colà, correva pericolo d'essere da co-
loro massacrato, epperò era risoluto, in quel caso, di
farmi conoscere, e stava loro ai fianchi, pronto ad im-
pedire una violenza ad ogni costo. Ma il caso non si
presentò e quella scena rivoltante finì in modo buffo.
Allorché si abbattè l'ultimo scompartimento sulla de-
stra, in fondo ad un passaggio che divideva tutto il
sotterraneo, vediamo alzarsi un essere vivente; era un
cane. Si capiva che la povera bestia aveva fatto un
grande sforzo, spaventata da quell'enorme fracasso, e,
raccolte le poche forze che le rimanevano, erasi levata
in piedi dal suo giaciglio, ma senza abbandonarlo; ci
guardò con occhio smarrito e semispento. Era un cane
da caccia e bello, colà dimenticato forse dal primo
giorno della lotta e pressoché morto dalla fame. Quando
vide che nulla di male gli veniva fatto, cessato in lui
lo spavento, si lasciò cadere di nuovo sul suo giaci-
glio. La folla eh' era subito entrata dietro di noi , co-
minciò ad esclamare: Oh che bel cane! Si sparge la
voce: Si e trovato.
— Cosa? Cosa? chiedono molti dei lontani.
— Un cane.
Una risata generale accolse la notizia. La folla non
divideva punto l'artificiale ferocia di quei facchini; essa
CAPITOLO OTTAVO. I45
subiva, dirò, e disapprovava quegli inutili vandalismi e
quando vide il risultato della spedizione si vendicò ri-
dendo e con motti arguti. Ben contento anch' io che
così fosse finita, tornai sopra, non volendo perder altro
tempo in quel luogo. Cercai se eravi qualche persona
alla quale potessi affidare l'incarico della compilazione
dell' inventario , e mi venne indicato l' ingegnere Re-
schisi. Lo pregai voler assumere quella briga, ed avendo
esso accettato, mi affrettai ad andare dal Governo per
annunciarlo e poi mi recai al mio ufficio in casa VK
diserti, affine di conoscere quanto colà sapevasi, poiché
ivi convenivano anche gli altri colleghi del Comitato.
I discorsi si aggiravano naturalmente sui due avve-
nimenti principali della notte; l'abbandono del Comando
Militare, l'invasione inesplicabile del Genio e la riti-
rata non meno misteriosa da quel luogo; chi la spie-
gava in un modo, chi in un altro; io dichiarai essere
convinto che i Tedeschi si sarebbero ritirati da Milano,
essendo evidente per me che Radetzky non avrebbe
aspettato l'esercito piemontese in quella posizione e si
sarebbe concentrato. Facevano ancora fuoco per con-
servare le loro posizioni e libera la circolazione sui
bastioni.
Ricordi, ecc.
CAPITOLO NONO
Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — Barricate mobili — -
Proposta di alcuni barabba di prendere due cannoni, a patto
che si dessero loro trentamila lire; è rifiutata dall'autore — Al-
tra proposta di un negoziante di vino di far saltare il bastione
di Porta Tosa — Il depositario delle polveri rifiuta di sommi-
nistrarne per tale scopo. — Progetto d'una sorpresa a S. Eu-
storgio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore si
avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella Piazza
de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese; sua avventura colà.
Uno dei luoghi ove si faceva il maggior fuoco era a
Porta Tosa. Mi recai colà, ove già erano state poste in
attività le barricate mobili, l' idea delle quali veniva
allora attribuita ad un pittore, del quale ho scordato
il nome, e che furono molto utili. Consistevano queste
in fascinoni che si rotolavano, ed avevano una lar-
ghezza di due a tre metri, con uno spessore di oltre
un metro. Riuscirono gssq opportunissime in quella
località , perchè il corso di Porta Tosa è larghissimo
e sarebbe stato impossibile il farvi barricate che si
CAPITOLO NONO. I47
estendessero dall' una all' altra parte. Si collocavano
quindi dove occorreva, spingendole avanti. Al mio ar-
rivo, le ultime si avanzavano sino ad un portone che
da una legnaia d'uno stabilimento *o Luogo Pio, detto
dei Martinitt, che accoglie orfani poveri per educarli ad
arti e mestieri, metteva sul corso accennato di Porta
Tosa. Questo stabilimento era allora l'ultimo grande
fabbricato verso il bastione, oltre il quale più non
erano che orti. Dal bastione, precisamente di fronte al
detto locale, facevasi fuoco a mitraglia contro di esso,
ma i colpi riuscivano completamente innocui.
Nel primo piano di quell'istituto vi sono grandi ca-
merotti con finestre del pari molto grandi,, che erano
munite di grate in ferro. In basso, a piano terreno,
precisamente di fronte alla parete contro la quale ve-
nivano a battere i proiettili, vi era la legnaia che ho
accennato. Noi stavamo tranquilli sotto di quella,
mentre la mitraglia andava a colpire le pareti di contro
e le grate delle finestre. Or bene, quella mitraglia aveva
così poca forza che non rompeva la grata, ma cadeva
innocua al suolo. Vedendo io questo, approffittai d'un
momento di sosta, e mi recai al piede di quella parete
per esaminare que' proiettili. Era un miscuglio d'ogni
genere di ferro rotto e raccolsi, fra gli altri pezzi, un
mezzo ferro da cavallo. Da quella breve ispezione con-
chiusi che stavano male anche a mitraglia ed avevano
esaurito i proiettili a palla.
Tornato a casa Vidiserti, essendone stato assente
parecchie ore, mi si annuncia che vi erano alcuni gio-
vani che volevano parlarmi.
— Entrino pure, risposi io.
148 CAPITOLO NONO.
Entrarono allora tre giovani di quella classe che
si chiamano barabba, e che, per darne un'idea a co-
loro ai quali suonasse nuovo questo termine, corri-
spondono fra il popolo dei nostri tempi, a quelli che
una volta si dicevano bravi e che i Toscani chiamano
beceri.
L'oratore di que' tre giovani mi disse senza pream-
boli che essi con altri loro compagni si proponevano di
prendere d'assalto due cannoni sulla piazza di S. Eu-
storgio, a porta Ticinese, ma volevano trentamila lire.
L'impressione che mi fece quella proposta fu sfavo-
revole; ma nessuno poteva essere trovato in una po-
sizione più fortunata di me per uscirne senza andare
incontro a dispiaceri, quando pure avesse disapprovato,
come io disapprovava nel mio animo, quel progetto di
un assalto per denaro. Io non aveva che a dire: II
Governo Provvisorio non mise a mia disposinone un sol
centesimo: vadano in casa Taverna e facciano la loro
proposta direttamente al Governo. Ma non pensai a quella
scappatoia, per quanto ovvia e giusta, e volli considerar
la cosa in sé stessa, precisamente come se non dipen-
desse che da me l'aprire un cassetto e dir loro : Ecco,
qui vi sono trentamila lire, prendano i cannoni e queste
sono per loro. Trattando dunque la cosa come se fosse
in mio arbitrio, rifiutai; se non che a mia giustifica-
zione devo ricordare di nuovo ch'io era convinto che
i Tedeschi si ritiravano, e che quel sacrificio mi pareva
inutile. Fuor di dubbio una buona parte di quei ba-
rabba sarebbe rimasta sul terreno; oltrecchè non mi
entrava che quel colpo s'avesse a tentare per uno
scopo di lucro in contraddizione con l'indole che
CAPITOLO NONO. l\9
fino d' allora aveva serbato la nostra lotta. Avuto
quel formale rifiuto, i barabba si ritirarono mormo-
rando. Compresi che aveva commesso un errore a
non lavarmene le mani, ma vi sono momenti nei
quali T uomo dovendosi pronunciar sui due piedi ,
si lascia trasportare anzitutto dal suo istinto. Quel-
T assalto per trentamila lire mi ripugnava. Tuttavolta
dall'altra parte, anche il rifiuto mi dispiacque, ma era
fatto. Stava ancor meditando su quella proposta, al-
lorché, mi si annuncia certo signor Elia Polli. Entra
una persona civile, di statura avvantaggiata, e mi dice
d'aver un progetto da comunicarmi molto delicato. Ci
ritirammo in un canto della stanza, ed egli cominciò
col farmi la confidenza ch'era un negoziante di vino,
che aveva molta pratica del bastione di Porta Tosa, e
che credeva che in un dato luogo si potesse collocare
della polvere e far saltare i Tedeschi quando vi pas-
sassero sopra. L'intensione è ottima, risposi, ma badi che
sono cose tutt'altro che facili a farsi. Favorisca spiegarmi
anzitutto come vuol praticar una mina nel centro del ba-
stione.
Era un po' titubante a dirmi come stava la cosa ;
ma poi cominciò a dar qualche spiegazione, ed io com-
presi che si trattava d'un passaggio esistente da parte
a parte del bastione, forse, in origine, esclusivo per le
acque, e di cui si era tratto profitto per operazioni di
contrabbando; era la verità che venne fuori a poco a
poco. Il Polli asseriva che quel passaggio era sì grande
che poteva passare per esso un uomo; sicché nel suo
concetto si doveva porre della polvere nel mezzo e poi
introdurre una lunga miccia, e quando passava la truppa,
150 CAPITOLO NONO.
darvi il fuoco. Egli è chiaro che bastava che quel fuoco
alla miccia si desse un minuto prima od un minu|p dopo
del necessario, perchè il colpo fallisse; ma quella difficoltà
già grande, era un nulla al confronto d'altra ben più
seria, che includeva una vera impossibilità fisica. Si
trattava di collocar della polvere in un vero corritoio
con due lati aperti, chiudendoli alla meglio ; ma come
mai supporre che la polvere accesa trovando due lati
che cederebbero con tanta facilità, potesse aver la forza
di far saltare un bastione di più metri d' altezza e di
enorme larghezza? Si sarebbe richiesto un vero ma-
gazzino di polvere; la quantità di polvere che rinchiusa
in una mina fatta secondo le norme della scienza,
avrebbe bastato per far realmente saltare il bastione,
collocata in quel modo, non gli faceva il più piccolo
danno, e solo avrebbe lanciato lontano le due pareti
mobili, colle quali si sarebbero chiuse le aperture, e
nulla più. Ma andate a dare una lezione di balistica
ad un mercante di vino, in quei momenti ! D' altra
parte, la proposta partiva da un fondo generoso; non
chiedeva nulla per sé, e la credeva possibile; epperò,
senza far atto alcuno d'impazienza che tradisse la nes-
suna fede che io aveva nel mezzo proposto, decisi
questa volta di salvar me dalla responsabilità del ri-
fiuto, e: Senta, gli dissi, ella converrà che per far sai-
lare il bastione occorre tuia buona quantità di polvere : ora
io non so se la potremo avere. Andiamo qui vicino dove
havvi il deposito ad assicurarci anzitutto che vi sia.
Io dubitava assai che vi fosse , ma poi non cre-
deva che l'avrebbero data per un esperimento così
incerto.
CAPITOLO NONO. I 5 I
Et trovò giustissima la mia idea, ed indispensabile
rassicurarsi che vi fosse anzitutto la polvere.
A canto al locale destinato al Comitato del quale
io faceva parte, eravene un altro molto grande in fondo
al corritoio, e quel locale era il magazzino improvvi-
sato per le munizioni. Vi stava a capo un uomo pic-
colo con una gran barba nera, assistito da cinque o sei
che si cambiavano. Colà venivano a portar la polvere
quelli che ne avevano ed a prenderla quelli che l'ado-
peravano; era un andirivieni continuo, ed è indubitato
che quel Comitato o comunque si chiamasse, fu uno
dei più utili.
Entrato io col signor Polli, esposi il suo desiderio
pregando il Polli stesso a spiegar il suo concetto. Quel
tale della barba nera ci rispose secco: Non ho polvere
da gettar via. Nel fondo io era contento; non solo era
quella la risposta che prevedeva, ma che desiderava,
e soltanto mi parve troppo dura nella forma. Il Polli
prese la cosa per suo conto e partì malcontento,
ma io ch'era proprio stato urbanissimo, rimasi me-
ravigliato di quella risposta cosi poco garbata, di
cui però non mi fu difficile l'indovinare la causa*
I barabba del famoso progetto delle trentamila lire
erano andati a sfogarsi contro di me da que' signori,
e Dio sa che cosa avranno detto. Il loro progetto dopo
il mio rifiuto era indubbiamente ritenuto da loro ancor
più bello e di certa riuscita, ed io aveva troncato loro
la via alla gloria ed alla fortuna. È vero che se vi era
qualcosa di certo, non poteva esser altro, se non che
parecchi degli assalitori non sarebbero tornati addietro;
ma di questo non si davano pensiero, facendo asse-
I5 2 CAPITOLO NONO.
gnamento i più fra loro che sarebbero morti i com-
pagni ed essi rimasti incolumi a dividere la bella somma.
Infine era evidente che tutti mi avevano dato torto pel
rifiuto delle trentamila lire. Avevano essi pure un mezzo
per ripararlo, consigliando i barabba ad andare dal Go-
verno Provvisorio, ma nessuno vi pensò.
Io mi guardai bene dal voler dar spiegazioni quasi
che dubitassi della convenienza della risposta. Credo
oggi ancora di aver fatto bene, ma di aver agito con
poca prudenza quanto alla forma.
Uscito di là e recatomi non rammento ben dove,
incontrai indi a poco uno dei capi dei drappelli che
s'improvvisavano, e col quale m'ero trovato altra volta,
ed ei mi fece la confidenza che si voleva sorprendere
un posto di Tedeschi a S. Eustorgio verso la mezza-
notte. Mi disse che non lo credeva difficile, perchè
fino allora non era stato inquietato. Le barricate
finivano al naviglio ; egli conosceva il modo di pas-
sarlo ad un certo punto, e d'arrivar inosservati, pas-
sando per le case che si trovavano presso al posto
dei Tedeschi. Non solo encomiai il progetto, ma
dissi che mi sarei associato anch'io alla spedizione
e si convenne di trovarsi alle undici alle colonne di
S. Lorenzo, avanzo d' un monumento romano che pi-
glia nome dalla chiesa contigua; esse sono vicinissime
al portone che sovrasta al naviglio.
Si avvicinava la sera, e si vedeva dalle alture un
insolito movimento verso i bastioni; la truppa si pre-
parava a partire, e cominciò la ritirata dopo le nove
da diverse porte, da Porta Nuova, Porta Orientale e
Porta Tosa. Tutte erano munite di cannoni, ma la più
CAPITOLO NONO. 1$^
munita era Porta Tosa. Nelle ore pomeridiane di quel
giorno era stata presa dai nostri, e per questa ragione
le venne dato il nome di Porta Vittoria. Ma non ri-
mase a lungo nelle nostre mani, perchè tornativi i
Tedeschi con cannoni, la ripresero, e siccome essi di-
rigevano il grosso delle forze su Lodi, ed è quella la
porta che mette alla strada più retta verso quella
città, rinforzarono assai quel posto, e facevano di là un
fuoco interminabile durante tutto il passaggio delle
truppe, tirando lungo il corso, a destra e sinistra, dove
erano le barricate mobili, delle quali ho fatto cenno.
Una delle ultime case del corso, e presso la porta
medesima, era stata incendiata,- onde s'ebbe per qual-
che tempo uno spettacolo sublime e tremendo ad un
tratto. L'incendio illuminava un grande spazio del ba-
stione e del corso di Porta Tosa, non che la porta stessa.
I cannoni tiravano furiosamente a casaccio lungo il
corso; dalle ultime barricate presso i Martinitt sì ti-
rava da noi sulla truppa, benché con poco effetto,
a causa della forte distanza ; le campane all' ingiro
suonavano tutte a stormo ; era un fine degno di
quel grandioso dramma che furono le Cinque gior-
nate, compiendosi precisamente allora la quinta. An-
che quell'ultima ora ci costò però una vittima; un
signore civile , e non più giovine, si avanzò fuori
dell' ultima barricata, fu colpito nella testa e rimase
morto. Io era lì alla stessa barricata, e non volendo
che il suo corpo fosse straziato dalle palle, trascinai
il cadavere entro il riparo, e si depositò sotto la tet-
toia di quel luogo che ho più volte citato.
Tratto allora l'orologio, vidi che se voleva esser pun-
154 CAPITOLO NONO.
male al convegno alle colonne di S. Lorenzo, non
aveva tempo da perdere. Prima volli però fare ancora
una corsa a casa Taverna, e narrare quanto succedeva
a Porta Tosa; quindi studiai il passo, mi sbrigai in
breve tempo, e mi posi in cammino per andare a
Porta Ticinese. Scelsi la via di S. Vittore 40 Mar-
tiri 0) e di là per la piazza di S. Fedele e per la via
S. Margherita, trassi alla piazza de' Mercanti, e ciò
per la ragione che le piazze erano meno ingombre
di barricate, e quantunque si allungasse, in appa-
renza il cammino, in realtà, si guadagnava nel tempo.
In quei quattro giorni di continuo esercizio, mi era
molto stancato , ma in quel giorno aveva talmente
abusato delle mie gambe che allorquando io arrivai in
piazza de' Mercanti mi rifiutarono il loro servizio cosi
fattamente che non fui più capace d'andar avanti. Però
non mi smarrii d'animo, sapendo benissimo che ciò era
effetto dell' enorme stanchezza. Ebbene, dissi fra me
stesso, mi riposerò un istante: dieci minuti mi basteranno.
Mi trovava allora a poca distanza dalla statua di
S. Ambrogio, alla base della quale si stendeva a destra
e sinistra una panchina di pietra; io m' assisi precisa-
mente su quella a destra del santo. Tale e tanta era
la mia stanchezza che anche seduto non mi pareva di
sentir abbastanza il beneficio del riposo , e decisi di
pormi a giacere lungo disteso; allora mi parve di ri-
posar davvero e che tutti i muscoli del corpo sentis-
sero sollievo. Dieci minuti, diceva fra me, di simile ri-
poso bastano per ristorarmi; ma io non credo che ne
(1) Ora via Pietro Verri.
CAPITOLO NONO. I55
passassero cinque che già ero immerso in profondo
sonno, ripetendo pur sempre finché fui padrone dei
miei sensi: dieci minuti, dieci minuti. Quanto dor :
missi, mi è impossibile precisarlo, certo ben oltre
quel tempo, ma non più di mezz'ora, e ciò per una
ragione che non dipese da me. Mi svegliò lo squillo
acutissimo della campana che mi sovrastava. Anche
qui è il caso di dover dire che soltanto un mi-
lanese che conosca la campana di piazza de' Mer-
canti può comprendere a pieno quale ha dovuto essere
l'effetto di quello squillo concitato della campana sopra
un addormentato ai piedi della torre. La tradizione po-
polare vuole che quella campana dati dall' epoca dei
Visconti, e che l'acutissimo suo suono si senta in
tutta Milano. Ma checché sia di quella campana, certo
si è che il suono ne è penetrante in modo straordi-
nario. Essa era stata una delle più instancabili durante
tutta la rivoluzione, e non stava mai a lungo in riposo.
Al primo squillo di quel furioso martellare io balzo
in piedi esterrefatto ; non so raccapezzar nulla sulle
prime, assolutamente nulla; mi opprime un dolore for-
tissimo del cervello come se mi venisse conficcato uno
stile nel mezzo; porto ambo le mani al capo quasi
volessi tenerlo fermo e mi chieggo: Ma dove san ioì
Tutto questo fu l'affare di pochi minuti secondi. La
ragione si fece ben presto strada anche a traverso a
quell'acerbo dolore. — Tu dovevi andare a Porta Ti-
cinese, mi dissi, e ti lasciasti sorprendere dal sonno.
Allora battendomi la fronte come se avessi com-
messa una vigliaccheria, mi misi a correre, quasi vo-
lessi riguadagnare il tempo perduto, ed entrai nella via
1^6 CAPITOLO NONO.
dei Fustagnari. Tanta era ancora la confusione delle
mie idee, che, giunto, sempre correndo, al Cordusio,
piegai a destra verso il Broletto; ma giunto all'altura
della via di S. Prospero m'accorsi del mio errore, mi
fermai per raccapezzarmi, e tracciarmi bene la linea
da seguire. La brevissima sosta mi recò un po' di sol-
lievo all'acuto dolore di capo; a passo accelerato, ma
non di corsa, mi rimisi in cammino e, rifatto il piaz-
zaletto del Cordusio, mi recai per le vie degli Armo-
rari e Spadari sulla retta lunga linea che doveva con-
durmi alla meta. Passai la corsia della Lupa , quella
della Palla, quella di S. Giorgio in Palazzo Cf), e giunsi
al Carobbio, d'onde piegando a sinistra, arrivai alle
colonne di S. Lorenzo. Tutte le vie da me percorse
quale più quale meno erano barricate, e lungo fu il
cammino; ma il riposo mi aveva ristorato, e il mal di
capo era diminuito di assai, perchè esso aveva origine
dal modo violento col quale ero stato destato. Or
qual fu la mia sorpresa, allorché avvicinatomi alle co-
lonne di S. Lorenzo , ed avanzatomi fino al portone
che sovrasta al Naviglio, non vi trovai nessuno ! La
barricata che lo chiudeva era gigantesca, e quasi ne
toccava la sommità; di che si può farsi anche oggi
un'idea, perchè l'arco centrale non patì alterazione,
ma soltanto si sono mutati i suoi fianchi, essendo
state praticate anche colà le portine laterali. Mi ar-
rampicai sulla barricata; vidi il lungo corso tutto oscuro
e deserto, e solo lontano lontano qualche lumicino.
Che più non avessi a trovare i compagni della spedi-
(1) Tutte queste vie sono ora surrogate dalla Via Torino.
CAPITOLO NONO. I 57
zione alla quale doveva unirmi, non mi giungeva strano,
poiché, se già prima delle dieci i Tedeschi uscivano
da Porta Tosa, era probabile che innanzi ancora di
quell'ora avessero abbandonata Porta Ticinese, sicché
era naturale che la spedizione non avesse luogo; ina
il non trovar colà nemmeno una sentinella, mi parve
troppa trascuranza. Disceso dalla barricata io mi posi
a sedere su d'una panca tolta alla vicina chiesa di
S. Lorenzo, ed opportunamente colà posta per comodo
dei combattenti, allorquando dal vicino corpo di guar-
dia esce un individuo armato e mi chiede chi sia e cosa
faccia li,
— Io sono , risposi , il capo delle pattuglie nominato
dal Governo Provvisorio e mi meraviglio di trovar la
barricata sen^a un sol difensore.
— Ma che capo di pattuglie? che Governo Provvisorio?
Ella verrà con me.
— Dove?
— Al corpo di guardia.
— Non ci ho nessuna difficoltà.
Il corpo di guardia era vicinissimo. La mia osser-
vazione aveva ferito l'amor proprio di quell'individuo,
ma pensai che al corpo di guardia vi sarebbe un capo
e che questi avrebbe saputo qualcosa della nomina del
Governo Provvisorio; ma io rimasi completamente de-
luso. Ripetei la stessa cosa, e come avessi il diritto di
far quell'osservazione, giacché se i Tedeschi erano par-
titi, il fatto era troppo recente perchè alla barricata
non si avesse da lasciar almeno una sentinella. Noi
non sappiami chi ella sia, mi si rispose. Noi riceviamo
i nostri ordini dal Comitato di casa Trivul^io e non dal
I$8 CAPITOLO NONO.
Governo Provvisorio , ed ella verrà a quel Comitato e si
farà conoscere.
Che fare ! Se io avessi avuta la mente calma e fredda
come il mattino addietro , allorché io non voleva sa-
pere di queir incarico , avrei trovato eh' era Y avveni-
mento più naturale e più comune, dacché si verificava
precisamente ciò che io aveva preveduto. Non solo non
mi riconoscevano, ma ignoravano le nomine del Go-
verno Provvisorio, la cui autorità stessa era poco meno
che sconosciuta. Ma anch'io non era nel mio stato pie-
namente normale, benché il dolor di capo fosse dimi-
nuito non era ancor libero, era raffreddatissimo, e par-
lava a stento; oltreché il mio accento non era pretto
milanese. La conclusione fu che io, il capo legale e le-
gittimo delle pattuglie, venni condotto in mezzo a due
armati, alla piazza di S. Alessandro in casa Trivulzio
ove risiedeva quel Comitato. Quivi fui tosto ricono-
sciuto, e mi dichiararono libero, ma io non fui con-
tento; e siccome aveva messo avanti quella qualità di
capo delle pattuglie, volli che uno di loro venisse al
Governo Provvisorio, onde si vedesse che non aveva
asserto cosa non vera ; lo dissi poi con tanta risolutezza
che accondiscesero a che uno di loro mi accompagnasse.
Lungo il tragitto ebbi il tempo di riflettere su quel-
l'ultima peripezia. Come mai poteva meravigliarmi che
il capo posto a S. Lorenzo non conoscesse le nomine
del Governo Provvisorio, se esse erano ignote a quel
posto centrale ? Ogni risentimento era già spento in
me allorché arrivammo a casa Taverna. Io espressi
brevemente la cosa, non rammento bene a chi, perchè
più non vi dava importanza; si fecero le meraviglie
CAPITOLO NONO. I$9
come non si conoscessero t decreti del Governo Prov-
visorio; ma quanto al fatto avvenutomi a S. Lorenzo,
siccome la persona che mi accompagnava vi era com-
pletamente estranea, così dissi io stesso ch'era conse-
guenza naturale della posizione nella quale m'era tro-
vato d'esser ignoto, né più era il caso di parlarne, e con
questo ebbe termine quella vicenda.
CAPITOLO DECIMO
I Tedeschi abbandonano Milano nella notte dal 22 al 23 marzo
— Durante la giornata del 23 si continua a far barricate —
L'autore disapprova quel zelo postumo. — Suo colloquio con
un membro del Governo Provvisorio — L'autore cade amma-
lato per lo strapazzo dei giorni passati — Sua pronta guari-
gione — Viene spedito in Valtellina per provvedere alla difesa
dello Stelvio e del Tonale. — Fatti di Como — Sua gita a
Sondrio ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano.
La notte era molto avanzata , il cannoneggiamento
era cessato, e con tutta probabilità, l'ultimo pelottone
austriaco aveva già abbandonato Milano ; la mia mis-
sione era finita, ed io decisi di recarmi a casa mia per
riposare le poche ore di notte che ancor rimanevano.
Ma non fu il mio sonno tranquillo e ristoratore. Dal
giorno che aveva abbandonata la mia casa a quei
punto, un solo sentimento aveva in me dominato, quello
di contribuire a vincere la terribil lotta, ed a fronte di
quello, tutto era stato secondario; robusto, ma non as-
suefatto a quelle fatiche, io aveva abusato delle mie
CAPITOLO DECIMO.
161
forze fisiche, aveva trattato il mio corpo come se non
avesse le^<n a cui obbedire, e gli aveva chiesto l'im-
possibile. L'ansietà e il pensiero continuo d'un gran
fine da raggiungere avevano tenuto desto lo spirito
che aveva fatto obbedire il corpo, ma cessato quell'ec-
citamento, chiuso, direi , il periodo dell' incertezza in-
torno alla riuscita della rivoluzione, il predominio dello
spirito cessò e le leggi fisiche presero il disopra. Agi-
tatissimo fu quel primo sonno passato in letto dopo
quattro notti che non mi era spogliato e non m' era
riposato che poche ore; aveva il respiro affannoso pel
forte raffreddore, la gola gonfia, e mi opprimeva un
forte mal di capo, che nulla aveva a che fare col do-
lore acuto provato in piazza de' Mercanti, ma era all'op-
posto un dolor cupo, sicché mi sembrava che avessi la
testa piena di piombo. Alzatomi non pertanto il mat-
tino, pensai che il prender aria, il far moto, mi avrebbe
giovato, e uscii. Uno spettacolo inatteso mi si presenta;
veggo un affaccendarsi di moltissime persone non solo
a rinforzare, ma a costruir barricate in quel luogo sì
largo : veggo farsi lo stesso più avanti verso la Porta
Orientale, ne già si accontentavano di portar cose mo-
bili, ma levavano i grandi lastroni di granito che servono
di guida in mezzo al selciato. Non sapeva capacitarmi
di quella strana operazione , né da chi poteva venire
quell'idea, e rivoltomi ad alcuni che con grande affanno
si adoperavano a quei lavori: Ma chi vi diede, li ri-
chiesi, simile ordine?
— Ma non vede, mi risposero, che lavorano tutti?
— / Tedeschi sono andati.
— Le barricate si devono conservare.
Ricordi^ q.zc, 1 l
I 62 CAPITOLO DECIMO.
Una stranezza simile è impossibile, dissi a me stesso;
infine io sono sempre membro del Comitato di Difesa;
andrò al Governo Provvisorio per saperne qualcosa di
preciso. Se quel primo spettacolo doveva riuscirmi inat-
teso, non fu così il contegno generale della popolazione;
si vedevano i parenti e gli amici che si incontravano
per la prima volta, abbracciarsi, baciarsi, si sentivano
narrarsi le vicende reciproche; ad ogni tratto si udiva
l'espressione: Sono proprio andati; intanto che altri ri-
feriva dov' erano le ultime colonne dei Tedeschi. Av-
vicinandomi più al centro, cominciai a veder figure che
non aveva veduto mai durante il combattimento, per-
sone tutte coperte d'armi, con sciabole enormi, spade,
pistole alla cinta, stili da ogni parte, che procedevano
con un'aria di fierezza, come uomini pei quali ciò che
rimaneva da farsi per annichilare i Tedeschi fosse cosa
piuttosto da scherzo che seria. Io già così mal disposto
di salute , cominciai intraveder la verità e sentir av-
versione per quella gente. Erano infatti persone che
non avevano preso parte alla lotta nei giorni passati,
e sbucavano dai loro nascondigli, cercando mostrarsi
in quel giorno sì vicino ancora a quelli dell' azione,
perchè il pubblico credesse che avevano combattuto
anch'essi.
Arrivato a poca distanza da casa Taverna incontrai
una persona di molta distinzione, mia amica e che non
era estranea al Governo Provvisorio; ci stringemmo la
mano.
— Ebbene, sono partili, diss'io, ma hai tu notizia del-
F arrivo dei Piemontesi?
— Troppo tardi !
CAPITOLO DECIMO. 163
— Ma come troppo tardi? che cosa mi dici?
— Che vuoi ? non fa più effetto.
— Ma Dio buono! la guerra ha ancora da cominciare!
E chiaro che Radet^ky e partito quando fu certo che ve-
niva l'esercito piemontese.
— Per carità non dir questo; ti saltano agli occhi!
— Ma a che giuoco giuochiamo? credi tu fórst che si
possa far la guerra senza un esercito regolare ?
E qui s' impegnò un lungo discorso che io non ri-
produrrò, perchè non lo potrei garantire nelle sue par-
ticolarità come garantisco l'esordio che ho citato..
Pur troppo , nel Governo Provvisorio non era solo
quel mio ottimo amico e bravissimo uomo , ad avere
quell' opinione; né io esprimo cosa nuova, ma accer-
tata allora in centinaia di casi, ed espressa anche in
atti pubblici più o meno velatamente.
Dapprima non voleva accompagnarlo che per breve
tratto, ma poi accaloratosi il discorso finii ad andar
seco lui sino a casa sua, e solo allora mi risovvenni
del fine pel quale mi era avviato al Governo.
— A proposilo, gli dissi prima di accomiatarmi, chi
ha dato ordine che si costruissero ancora barricate?
— Nessuno di noi, mi rispose.
10 gli narrai allora quanto avevo veduto a Porta
Orientale , e come importasse di metter fine a quella
stoltezza dannosa e costosa pel Municipio. Mi rispose
che avrebbe parlato, e che comprendeva esso pure che
era un' esplosione di zelo un po' tardivo, a cui però
bisognava lasciare sfogo.
11 colloquio col mio amico mi addolorò. Che la po-
polazione potesse abbandonarsi a simili illusioni, era
164 CAPITOLO DECIMO.
facile a comprendersi; essa aveva veduto quel potente
Governo, che ad ogni tratto faceva sfilare per Milano
batterie su batterie, raccogliere que' medesimi cannoni
ed andarsene dopo cinque giorni di lotta sostenuta dai
soli cittadini. Che sapeva la gran massa, della difficoltà
che potevano presentare le fortezze, e come ben altra
cosa sia il combattere dietro barricate ed il combattere
in campo aperto? Per essa si era verificato tal fatto
che sei giorni prima sarebbe sembrato impossibile; per
essa mancavano gli elementi di un giudizio pacato.
Con 'altra direzione che le venisse data, poteva forse
rimettersi sulla retta via per quel fondo di buon senso
che d'ordinario prevale pur sempre nelle moltitudini.
Se i reggitori della cosa pubblica avessero avuto pei
primi essi stessi la calma necessaria a giudicare fred-
damente la posizione, se avessero annunciato che la
guerra grossa cominciava allora, egli è possibile che il
sublime episodio delle Cinque giornate avrebbe potuto
essere il principio di guerra ben più fortunata di quello
che fu; ma si procedette per via diametralmente opposta.
Si sarebbe detto che i Tedeschi erano scomparsi dalla
faccia della terra, e non rimaneva che dar la caccia agli
ultimi e più lenti ad andarsene; non si sapeva più pro-
nunciar il nome di popolo senza aggiungervi l'epiteto
di eroico, e si finì a credere sul serio che la parte più
essenziale e più malagevole era bella e fatta, tanto che
non pochi fra i primi che di Piemonte, bandita che fu
da Carlo Alberto la guerra d'indipendenza (23 marzo),
s'incamminavano al campo, arrivati a Milano si senti-
vano dire: Che venite a farei-
Ma forse che io intendo chiamar di ciò in colpa i
CAPITOLO DECIMO. 165
soli reggitori d'allora? No, di certo; ma questa è la
storia di quello che allora avvenne, ed io non la posso
cambiare. Essa è d'altronde notissima, ed io, dopo venti-
sette aaaiX 1 ), non intendo aggravare la parte che può
spettare a que' reggitori , alcuni dei quali erano gi;\
allora miei amici, e gii altri lo divennero quasi tutti
in appresso; dirò invece che la loro posizione era tut-
t'altro che facile quanto all'indirizzo da dare all'opi-
nione pubblica. Essi dovettero i primi sobbarcarsi al-
l'impero di quelle circostanze che s' imposero a tutti.
Sarebbe bisognato un uomo di mente superiore il quale,
già noto, ed influente, avesse avuto il coraggio di dire :
Questo non è che un primo principio ; pensiamo alla guerra,
t a nuli 'altro che alla guerra, ogni altro pensiero sia se-
condario.
Ma quest'uomo non vi era; i membri del Governo
Provvisorio, tutte persone intemerate e stimabilissime,
dovevano il posto eminente che occupavano, alla rivo-
luzione. Alcuni lo dovevano al caso di far parte del
Municipio, altri erano state chiamate a comporlo, al-
lorquando il Municipio , come narrai , si era trasfor-
mato in Governo Provvisorio; tutti avevano corso pe-
ricolo di essere le prime vittime nel caso che la rivo-
luzione fosse stata vinta, ed era naturale, che avendo
invece trionfato, essi pei primi ne fossero premiati col
rimanere alla testa delle cose, premio del resto tutto
morale, dacché nessuna retribuzione mai ne ritrassero.
Ma la causa prima, era sempre il combattimento felice
che apparteneva a tutta Milano. L'ebbrezza della gioia
(1) Al 1S75, epoca della prima edizione.
l66 CAPITOLO DECIMO.
trascinò anche i membri del Governo e forse chiunque
fosse stato al posto loro, sarebbesi trovato impotente
a resistervi.
Aggiungasi che pur troppo non erano soltanto uomini
di buona fede ed amanti della causa pubblica che pre-
messero sul Governo al primo suo esordire ; già erano
sulla scena e si preparavano a salirvi in gran numero
quelli che con freddo calcolo volevano usufruttare la
vittoria, per i loro fini politici, diversi da quelli del
Governo, o per la vanità personale, e costoro per
primo istrumento adoperavano l'adulazione del popolo.
Non erano corse 48 ore, dacché gli Austriaci ave-
vano abbandonato Milano ed in ogn'angolo sorgevano
predicatori politici, inventori di nuove teorie sociali,
fabbricatori di piani di guerra, i quali tutti non riusci-
vano ad altro che a creare imbarazzi al Governo Prov-
visorio. Commisti a loro percorrevano la città quegli
eroi armati d'a capo a piedi, improvvisatisi dopo la
partenza de' Tedeschi, e che il popolo, con motto ar-
guto e vero ad un tempo, battezzò col titolo di eroi
della sesta giornata. Essi facevano a gara a chi più adu-
lava la popolazione, ed il tema immancabile era che
l'essenziale per l'indipendenza era fatto ; si trattava ora
di raccoglierne i frutti, ed i volontari bastavano; la
truppa era un di più.
Non è a dire che mancassero uomini, i quali tosto
deplorassero quella piega dell' opinione pubblica e si
sentissero rivoltare a quei deliri, ma non ardivano tam-
poco esprimere il proprio avviso, per timore di sentirsi
dire: Ella dunque non ha fede; i nostri hanno fatto mi-
racoli e ne faranno ancora, e simili frasi.
CAPITOLO DECIMO. 167
Quanto a me, che non avevo ritegno a dire quello
che sentiva, fui presto fuori d'azione appunto in quei
primi giorni , perchè il mio male fisico si aggravò
anziché diminuire.
La curiosità mi aveva spinto a girar quasi tutto il
giorno; uscito di casa verso sera, nel passare per la
via del Durino, mi vien chiesta la parola d'ordine.
— Ma che parola d' ordine ? Chi ha ordinata questa
impunta ?
— Che vuole ? mi risponde la sentinella ; hanno dato
questo ordine!
In quell'istante passa un signore di mia conoscenza,
mi saluta e mi comunica la parola d'ordine, celiando
su quella mostra di postumo zelo e raccontandomi che
vi erano perfino signorine le quali facevano sentinella,
e domandavano la parola d'ordine, emulando gli eroi
della sesta giornata. Le notizie recavano che i Tedeschi
erano già a Lodi, e si poteva perciò far la sentinella
senza pericolo. Tutte quelle disposizioni mi indispetti-
vano, perchè se talune, come l'ultima, era solamente
ridicola, l'altra, relativa alle barricate, era dannosa, e già
parevami intravedere poca fermezza in chi comandava,
onde aumentava la mia avversione per quella parodia dei
giorni della lotta. L'indomani, ossia il 24 marzo, arrivò a
Milano il mio amico commendatore Maurizio Farina, pie-
montese, e venne difilato da me. Ho già fatto cenno di lui
e detto come fosse la persona che mi aveva procurata
la conoscenza del conte di Castagneto, ed indiretta-
mente, posto in communicazione col re Carlo Alberto.
Fedele alla sua missione, era venuto colla truppa a
Novara; la dichiarazione di guerra era stata pubblicata
I 68 CAPITOLO DECIMO.
il giorno innanzi, ed ei veniva per assumere informa-
zioni esatte dello stato delle cose, affine riferirne al
conte di Castagneto ed al re. Mi trovò abbattuto, ma
io non volli confessare quanto male mi sentissi, ed
entrai tosto in argomento. Egli si era già accorto, ed
aveva già avuto prove delle illusioni che si nutrivano
intorno alla guerra; ed io, deplorando quella strana cecità,
non mancai di far presente come la guerra non poteva
a meno di essere ancora difficile , padroni coni' erano
i Tedeschi delle fortezze. Se fosse possibile raggiun-
gerli prima che vi entrino, diceva io, quella sarebbe
la più felice delle combinazioni che si potesse dare.
Per carità che non si illudano almeno i Piemontesi!
Ei volle ripartire la sera stessa per Novara, ed io,
che per tutto quel giorno non ero uscito di casa pel
male che mi opprimeva, volli accompagnarlo. Dirigen-
dosi egli verso Rhò, si andò al così detto Portello,
ma colà si seppe che non si poteva uscire, e conve-
niva andar al corpo di guardia ch'era al Comando Ge-
nerale , farsi conoscere, ed ottenere il permesso. Si
andò, e trovammo un tale che si dava una grande im-
portanza. Chiese che mi facessi conoscere. — Probabil-
mente non avrò bisogno di andar lontano per questo, risposi
io. Domandai se eravi nel locale l'ingegnere Reschisi.
Vi era infatti, ancora sempre occupato a compilare
quell'inventario, del quale l'aveva incaricato io stesso.
Ei venne, ed allora tutto fu appianato; l'amico partì
ed io ritornai a casa; ma non reggeva più in piedi,
talché mia moglie mi fece chiamar un medico che giunse
a sera inoltrata. Mi visitò, trovò che aveva una gran
febbre ed una forte infiammazione, e meravigliatosi che
CAPITOLO DECIMO. 169
avessi tardato tanto a chiedere i soccorsi dell'arte, mi
prescrisse una copiosa sottrazione di sangue, dicendomi
che per una settimana almeno, non pensassi ad abban-
donare il letto. Egli stesso si diede premura di man-
darmi tosto il chirurgo che eseguì l'ordinazione del dot-
tore. L'indomani, ritornato il medico, rimase sorpreso di
trovare il male diminuito in grado insolito nel volgere
di sole 9 in io ore. Io che il giorno innanzi non ri-
spondeva che a monosillabi, gli spiegai allora come non
fossi stato mai ammalato, e non avessi saputo persua-
dermi di esserlo, finché potei star in piedi; ma il ri-
medio aveva colpito giusto, era stato proprio come
gettar acqua sul fuoco, di guisa che quantunque fossi
ben lungi dal chiamarmi guarito, perchè sentiva la de-
bolezza per causa della forte sottrazione sanguigna, pure
pensava che non avrei passata in letto una settimana.
Il buon dottore , che in questa seconda visita era
stato edotto dal portinaio o da qualche vicino ch'io era
quello della bandiera sul Duomo, come mi chiamavano
per brevità , volle farmi i suoi complimenti, e si feli-
citò meco che le cose andassero sì bene ; mi confessò
che il giorno innanzi era stato molto in pensiero sul conto
mio, e mi raccomandò la pazienza, per l'indispensabile
settimana. L'indomani, ch'era il terzo giorno di cura, mi
perviene una lettera dal Comitato di guerra, colla quale
mi dà l' incarico di andare in Valtellina a provvedere
alla difesa dello Stelvio, non che a quella del Tonale,
nella vicina Valcamonica; l'incarico mi fece piacere,
perchè parvenu un indizio che si prendessero le cose sul
serio. Tuttavia deliberai di non dir nulla al momento,
d'aspettar la visita del giorno dopo, del dottore, e poi an-
I7O CAPITOLO DECIMO.
darmene. Frattanto cominciai ad affermare che già stava
bene, e volli alzarmi, almeno per qualche ora, ma se la
guarigione procedeva celere, nondimanco mi sentiva an-
cora debole. Il giorno dopo, alla solita ora, venne il me-
dico e fu soddisfatto; io gli dissi che già avevo salute da
vendere, ei non volle convenirne, e raccomandò ancora la
pazienza. Partito che fu, io mi alzai, e diedi parte a mia
moglie della risoluzione d'andare in Valtellina per la mis-
sione avuta. Ella fece le sue objezioni, e trovò ch'ero
ancora troppo debole, ma io la persuasi che il poco
che mi mancava a ricuperar la primiera salute l'avrei
trovato per istrada, e che sarei guarito più presto e
meglio che stando a Milano, anche perchè la missione
mi andava genio. Infine si arrese, ed io partii per Como,
ove arrivai verso sera. Giunto alla Camerlata , trovai
che il cammino, da quel punto alla città, era sbarrata
da barricate; arguii che vi era stato combattimento an-
che a Como, ed infatti, arrivato all'albergo, appresi i
particolari del combattimento che vi aveva avuto luogo
il 22 e 23, e più specialmente, in vicinanza della ca-
serma di S. Francesco, che si trova fuori di Porta
Torre, a sinistra di chi esce dalla città. Vi erano state
più vittime anche da parte dei cittadini, ma i soldati,
accerchiati da ogni parte, avevano finito coli' arren-
dersi.
L'indomani, di buonissima ora, andai a visitar quei
luoghi, e vidi anche alcuni prigionieri, ch'erano rinchiusi
in una chiesuola presso il Duomo, sul suo fianco destro ;
erano Croati. Salito sul vapore alla volta di Colico, es-
sendo io conoscente del capitano, fui tosto messo a con-
tribuzione per soddisfare la sua curiosità, poiché l'affare
CAPITOLO DECIMO. 171
della bandiera aveva fatto il giro di tutti i giornali, e
tutti volevano sentir qualche particolare della rivolu-
zione di Milano; taluni di quelli coi quali non aveva
relazione di sorta, per farsi perdonare la loro curiosità,
cominciavano a guisa d'introduzione, ad esaltar l'atto
della bandiera, il che mi obbligava a protestare che
non era stato accompagnato da pericoli, come si sup-
poneva; ad ogni modo dopo quel complimento, non
poteva esimermi dal rispondere qualche cosa, e si può
immaginare che le dimande si succedevano le une alle
altre senza interruzione. Alla mia volta però chiedeva
anch'io informazioni sugli avvenimenti di Como e lungo
il lago, e sullo spirito che colà dominava. Questo non
poteva esser migliore. La confidenza nell'avvenire era
grande, e con retto buon senso udii dire da molti: —
Ci vorranno grandi sacrifici, ma si faranno. Avanti al-
l' isola Comacina, il vapore si fermò, e vidi cosa
che mi fece gran piacere. Dalla parte della prora vidi
venir due facchini con due enormi ceste piene di carne.
Era la provvigione destinata ai soldati prigionieri, re-
legati nell'isola Comacina; non rammento quanti fos-
sero, ma non pochi , perchè la quantità di carne era
ingente e di ottima qualità; mi rallegrò il vedere quel
trattamento, e come dietro il soldato che aveva fatto
il suo dovere, difendendosi, più non si ravvisasse che
l'uomo divenuto innocuo. Giunto a Colico, dovetti
sottostare ad altri interrogatorii, ma sbrigatomi presto
e presa una vettura per Sondrio , vi giunsi prima an-
cora che cadesse il giorno. Avendo appreso che si era
costituito un Comitato, andai difilato a quello, e mo-
strate le mie credenziali, spiegarlo scopo della mia
I72 CAPITOLO DECIMO.
missione. — Ci abbiamo già pensato, mi risposero. —
Perfettamente! ripresi io, e come? Mi narrarono allora
come il 24 fosse stata insorta tutta la Valtellina; come
sì facessero prigionieri, senza spargimento di sangue,
i pochi soldati che vi erano ; come s' installasse a
Sondrio un Comitato, e due giorni prima (eravamo
al 29) avessero mandato allo Stelvio una ventina di
giovani che a Tirano si erano uniti con altri di quel
luogo, avviati alla stessa meta. Decisi allora di con-
tinuare il viaggio sino a Tirano e pernottare colà,
per andar poi l'indomani a Bormio ed allo Stelvio.
Tardi nella notte arrivai a Tirano, a casa mia, e
tosto feci accendere un gran fuoco in un certo salotto
ove da anni girava su e giù pensando alla guerra del-
l' indipendenza, ed ove aveva tenuto in proposito dei
colloquii coi due soli amici, ai quali confidava i passi
che facevo e gli scritti che mandava in Svizzera; col
commendatore Farina e col più volte menzionato mar-
chese Giuseppe Valenti-Gonzaga di Mantova, che en-
trambi erano venuti a trovarmi nel 1847. Non pareva
vero anche a me che potessi dire : Non vi sono più, ma
una nube nera traversava subito quell'orizzonte sì roseo:
Qui non vi sono più, ripetevo, ma sono ancora in Italia.
Con tutto questo, per altro, in quel momento, e dopo
quanto aveva veduto sul lago di Como e traversando
la Valtellina, confesso che anch'io avevo fede viva nel
successo; l'idea che s'avesse a soccombere nella lotta,
non voleva entrarmi. Benché già fosse passata la mez-
zanotte, il parroco seppe del mio arrivo, ed essendo uomo
caldissimo per la causa nazionale (preposto Zaffrani Carlo)
venne a visitarmi, e parlò meco a lungo, e mi narrò
CAPITOLO DECIMO. I7J
come tatto camminasse bene anche colà, ed il giorno
innanzi una dozzina, credo, di giovani, fosse andata a
Bormio e poi allo Stelvio, unendosi a quelli di Sondrio.
L'indomani all'alba ero in viaggio alla volta di Bormio,
che dista sei ore, ove giunto, andai diritto ai Manici-
pio. Anche colà erasi proclamata l'indipendenza dal-
l'Austria il 26, abbassandone gli stemmi, non essendovi
nessuno da combattere. Ma non si fermarono a quel-
l'atto, bensì con un buon senso pratico che encomiai,
essi pei primi senza aspettare né sapere che venissero
giovani armati da Sondrio e da Tirano, avevano mandato
dodici uomini armati alla quarta cantoniera dello Stelvio.
Risalito in vettura, o, dirò meglio, presa la slitta,
mi avviai a quella volta, e giunsi fra le 3 e le 4 po-
meridiane alla suddetta quarta cantoniera. Non dimen-
ticherò mai lo spettacolo che mi si presentò. Il tempo
era freddo, ma bellissimo, la slitta scoperta, e non si
vedeva che neve; que' monti sterminati pareva faces-
sero pompa d'insolita bellezza; ad ogni risvolto della
strada appariva qualche nuova lontana cima spiccante
suli' orizzonte d' un azzurro cupo bellissimo. I cavalli
usi a camminar sulla neve, andavano celerissimi anche
in salita. Al mio arrivo, annunciato da un intermina-
bile schioppettio di frusta che il postiglione maneg-
giava con abilità non comune , tutta quella gioventù
venne sul piccolo ripiano che trovasi avanti la canto-
niera, curiosa di apprendere chi fosse; e riconosciutomi,
e sapendo che venivo da Milano, cominciarono le al-
legrie , le interrogazioni reciproche e l' indispensabile
grido intercalare di Viva l'Italia. Una delle prime mie
dimande fa come si era provveduto alla sicurezza del
IJ4 CAPITOLO DECIMO.
Passo (così chiamasi la vetta che forma confine fra la
Valtellina ed il Tirolo).
— // passo è custodito, mi risposero, da cinque in sei
metri di neve.
Madre natura ci aveva prevenuti tutti. Si passò al-
legramente tutta la sera e parte della notte fra il fuoco,
il buon vino e le chiacchiere; della malattia io non
me ne ricordava più, benché tutti mi trovassero pal-
lido, perchè la gioia mi elettrizzava; quell'aria poi mi
dava nel ridestato appetito, un riparatore straordinario.
Il mattino seguente, ed era l'ultimo di marzo, volli
prendermi una soddisfazione, ordinando un saluto uf-
ficiale alla bandiera tricolore, e posta in linea tutta
quella gioventù sul piano avanti la cantoniera, che si
trova a 2546 metri sul livello del mare^, trassi una
bandiera che aveva meco e che venne festeggiata con
spari ed evviva che l'eco dei monti ripercuoteva.
Non volli però abbandonar il luogo senza aver fatto
assolutamente nulla. La neve ci era buon riparo, per
allora, ma in maggio e giugno doveva sparire; ora il
passo dello Stelvio è ad un tempo facile o difficile a
difendersi, secondo che venga o non venga rispettata
la neutralità del suolo svizzero che in parte lo circonda.
Pensai dar io al Governo del Cantone Grigione la
partecipazione dei fatti di Milano, e dell' avere il Go-
verno Provvisorio, che dovevasi preparare alla guerra,
mandato me allo Stelvio , il quale , al momento , non
(1) In quella cantoniera havvi ora un Osservatorio Meteorologico, fondato dal
Club Alpino Valtellinese, e da me inaugurato il 2 settemore 1873, in occasione del
IV Congresso degli Alpinisti Italiani. La sua straordinaria elevazione, lo rende uno
dei più utili Osservatorii. Venne dedicato al celebre P. Secchi.
CAPITOLO DECIMO. I75
presentava pericolo di sorta, ma, scomparsa la neve,
era possibile che fosse attaccato da quel lato, soggiun-
gendo che come il soldato nostro avrebbe religiosa-
mente osservata la neutralità del territorio svizzero,
così io pregava, in nome del mio Governo, che si
prendessero le debite cautele onde si rispettasse anche
da parte degli Austriaci. Non era cotesto un atto di
diffidenza verso la Svizzera, ma egli è certo che se i
Grigioni non mandavano i soldati appositamente , il
confine era senza sorveglianza , ed il passarlo , pren-
dendo alle spalle il posto che si trovasse all' altura
dello Stelvio , ossia al vero passo che è ancora 300
e più metri sopra la quarta cantoniera, poteva esser
l'affare di poche ore.
Feci copiare la mia lettera da uno dei giovani che
possedeva una bella calligrafia, e spedii un messo ad
impostarla a S. Maria, che è il paese svizzero il più
vicino, in una vallata detta di Monastero, che comunica
anche col Tirolo , sboccando nella vallata dell'Adige.
Preso quindi commiato da que' bravi giovani , mi
ricondussi a Tirano, ove riposai una giornata , assu-
mendo informazioni intorno al Tonale, che si trovava
in analoghe condizioni dello Stelvio. Perciò non stimai
necessario il farvi apposita visita, sibbene, valendomi
de' materiali raccolti nei tempi andati, stesi una rela-
zione particolareggiata de' diversi passi esistenti fra la
Valtellina ed il Tirolo, nonché fra questo e la Valca-
monica, facendo risaltare come il Tonale fosse in con-
dizioni assai più pericolose dello Stelvio, e come, senza
trascurare quello, convenisse portarvi la più seria at-
tenzione, potendo divenire valicabile in aprile ed ai
176 CAPITOLO DECIMO.
primi di maggio per essere notevolmente più basso.
Benché fossero corsi sei o sette giorni e non più,
che io aveva abbandonato Milano, mi pareva un lun-
ghissimo tempo, ed ardeva dal desiderio di ritornarvi,
sicché alla sera del 2 aprile era già di nuovo nella
capitale lombarda. La vita attiva, l'aria salubre, l'ot-
timo appetito, ma più di tutto la compiacenza di aver
trovate le popolazioni così ben disposte , mi avevano
pienamente rimesso, sì che mia moglie convenne che
aveva avuto ragione quando le dicevo che il viaggio
mi avrebbe fatto bene.
„ , :::.::!;:::!ì!!ìì:!;:;!:ì!!!ì:!:.i
CAPITOLO UNDECIMO
L'autore riferisce al Governo Provvisorio l'esito della sua missione
— Grandi esequie pei morti delle Cinque Giornate, celebrate
nel Duomo il 3 aprile — Il colonnello del Genio, Miani, for-
nisce all'autore lo schiarimento intorno ai Tedeschi che entra-
rono nel Genio nella notte dal 21 al 22 marzo; si spiega allora
quell'avvenimento, che era sempre stato per lui un enigma.
L'indomani, 3 aprile, dopo aver rimesso al Comi-
tato di guerra la mia relazione, avendo avuta la com-
missione direttamente da lui , mi recai presso il Go-
verno Provvisorio a Fargli pure la relazione verbale.
Mi trattenni a lungo col presidente Casati e col conte
Durini, ch'erano assieme; vollero udire tutte le parti-
colarità, soffermandosi specialmente sullo spinto delle
popolazioni. Allorché mi accomiatai: — Sappia, mi
disse il conte Durini, che domani si celebra una messa
solenne in Duomo per i morti nelle cinque giornate. Ella
favorisca di venir con noi. Io ignoravo quella determi-
nazione, ma accettai l'invito, che il buon Casati con-
Ricorài, ecc. 12
I78 CAPITOLO UNDECIMO.
fermò con parole gentili. Il giorno 4 aprile, all'ora
indicata, io mi trovai al Marino, la sede del Governo
Provvisorio; mi assegnarono un posto fra gli ufficiali.
Or volle il caso che, al momento di partire dal palazzo
del Marino, mi trovassi a fianco del maggiore del Genio
(poi colonnello) Miani. Era desso un uomo di vaglia,
che aveva servito nel Genio sotto l'Austria, ma poi si
era ritirato a vita privata , ed aveva preso parte alla
rivoluzione. Io lo conosceva, come suol dirsi, di vista,
ossia sapevo che era un ex ufficiale del Genio e si chia-
mava Miani, e cosi alla sua volta egli sapeva chi fossi
io, ma non avevamo mai avuto occasione di parlarci.
Avviato il corteo verso il Duomo, entrammo in breve
nella contrada di S. Raffaello, che allora prolunga-
vasi assai più verso S. Fedele , essendone stata de-
molita una parte per formare uno dei grandiosi accessi
alla grandiosissima Galleria Vittorio Emanuele. Allora
era ancora in tutta la sua umiltà, ma sboccando sul
fianco destro del Duomo, la stessa sua ristrettezza fa-
ceva risaltare ancor più la mole maestosa di quella cat-
tedrale. Or bene, appena fummo in vista del Duomo,
il Miani ruppe primo il silenzio per incominciare a di-
scorrere meco, e, rivoltosi a me: — Ella, mi disse,
deve provare una gran compiacenza nel vedere il Duomo ;
quanto la invidio per quella prima bandiera ! E facile
immaginare che cosa dovetti rispondere, trattandosi
poi che parlava ad un ufficiale. Per la centesima volta,
se non più , protestai eh' era stata una spedizione
senza pericolo, non negava per questo di averne com-
piacenza, ma come d'un regalo della fortuna più che di
altro. Dacché però il Miani mi aveva aperto l'adito a
CAPITOLO UNDECIMO. I79
parlar seco lui, colsi l'occasione per sapere se mai esso
fosse in grado di darmi qualche schiarimento intorno
al guazzabuglio avvenuto nel locale del Genio, nella
notte dal 20 al 21. — Quello fu un affare ben altri-
menti più serio, dissi io, e non sono staio mai capace
di spiegarmelo. Come vi entrarono i Tedeschi? — Eb-
bene, mi rispose esso, io sono in grado di servirla.
Ella sa che i Tedeschi nella notte appunto del 20 al 21
abbandonarono il Gran Comando; essi ignoravano la
resa del posto del Genio ; credevano che si fosse sempre
difeso , e mandarono due più risoluti cacciatori ad avver-
tire quel posto che si ritirasse esso pure come meglio po-
teva. I soldati vi arrivarono infatti, protetti da tino di quei
momenti di profonda oscurità che si succedevano in quella
notte nuvolosa e ventosa , ma trovarono il Genio vuoto.
Erano ancora colà quando il mio povero servitore tornava
colle chiavi per aprire il piano superiore a lei ed ai suoi
compagni, poiché sappia che il Genio era stato consegnato
a me, ed io aveva posto là il mio servitore, il quale era
il custode a cui ella si rivolse. Giunto esso a pochi passi dalla
porta, uno de' cacciatori che vi stava in sentinella sulla
porta, fece fuoco contro di lui e lo feri in un braccio. Il mio
servitore tornò allora indietro, dando V allarme ; i due sol-
dati non poterono più uscire , ed avvenne poi tutta quella
scena ch'ella conosce meglio di me.
Allorché il Miani terminava la sua relazione , noi
eravamo giunti al Duomo; il discorso venne tron-
cato; io andai al posto assegnatomi e cominciò la fun-
zione.
Che preci si cantassero, in che consistesse la ceri-
monia, io non sarei stato in grado di dirlo nemmeno
l80 CAPITOLO UNDECIMO.
10 stesso giorno, perchè quella rivelazione mi occupò
la mente in modo tale, che non pensai ad altro; ve-
devo ed udivo , ma senza che nulla mi facesse sensa-
zione; rammento solo che eravi un posto riservato pei
parenti delle vittime, e vi erano anche signore in se-
vera eleganza, e fra queste una signora Guy, di mia
conoscenza, cognata d'un negoziante Giuseppe Guy, ri-
masto morto in un combattimento presso Porta Ticinese.
Non è certo di grande importanza il sapere che cosa
si cantasse, non avendosi per questo che a consultare
il rituale, ma io ho voluto accennare quella circostanza
per dimostrare la profonda sensazione che mi fece la
narrazione del Miani. La sorte toccata al servitore, fu
per me la chiave dell'enigma.
Se eravi stato un avvenimento che mi aveva preoc-
cupato in modo da avvicinarsi ad una idea fissa, era
quello della ripresa del Genio da parte dei Tedeschi.
11 mio pensiero, ad ogni anche lontano cenno, ricor-
reva a quel fatto; nella breve mia malattia, inchiodato
in letto, passavo in rivista tutte le possibilità senza po-
termi dar mai una chiara ragione del fatto; in viaggio
ripassai ancora quella ipotesi, ma senza frutto; molte
erano state le chiacchiere in proposito : chi diceva che
erano soldati nascosti che sbucarono fuori nella notte;
chi sosteneva ch'erano alcuni arditissimi, mandati dal
conte Neipperg per prendere una grossa somma di danaro
che egli aveva colà; chi, non sapendo come spiegar me-
glio il fatto, lo diceva effetto d'un tradimento, ed in quel
senso parlava pure quel facchino delle cui prodezze mi
toccò essere spettatore nei sotterranei del palazzo del
Gran Comando. Ma non tenuto conto dell'ultima as-
CAPITOLO UNDECIMO. l8l
surda e ridicola ipotesi, anche le altre non si spiega-
vano, e quindi io mi provava a cercar altre ipotesi ,
ma sempre senza frutto. Per me eravi un punto di
partenza indubitato, una specie di caposaldo, intorno
al quale non era lecito il dubbio , ed era quello della
sentinella. Che quella vi fosse, nessuno lo poteva as-
serire con maggior sicurezza di me , che 1' aveva toc-
cata, e gli aveva posto la mano sulla spalla, dicen-
dogli :
— Bravo, bravo. Ma che cosa era mai avvenuto di
quella sentinella? che fece quando arrivarono i Tedeschi ?
come scomparve senza dir nulla? Era quello il punto
più oscuro che non era arrivato mai a potermi chiarire.
Or bene, appena il Miani mi narrò che il suo ser-
vitore era stato di ritorno un quarto d'ora dopo colle
chiavi e che era stato salutato dalla fucilata da parte
della sentinella, 1' enigma si chiarì, tutto si spiegò e
nel modo più facile. Il Miani non aveva collocato colà
sentinella di sorta , e quella eh' io credei che fosse la
nostra sentinella, era il cacciatore austriaco. Forse
potrà questo far senso a più d'un lettore, ammesso
eh' io ne possa avere un numero almeno modesto ,
ma si ritenga pure che dalla rivelazione del Miani in
poi, non solo non fui giammai titubante nell'ammettere
tale soluzione, ma quanto mi riusciva prima inam-
missibile ogni altra, altrettanto facile ed evidente m'ap-
parve quella; e siccome (qualora l'amor proprio non
mi faccia velo) io credo che non possa dispiacere an-
che ad altri il toccare intorno a ciò l'evidenza, mi per-
metterò di riassumere di nuovo quel fatto, ponendolo
in presenza di quella soluzione. Ho già narrato come
102 CAPITOLO UNDECIMO.
io coi miei quattro compagni (0 non entrassi dalla
porta principale che metteva sul Monte di Pietà, ma
da una secondaria della contrada degli Andegari, la
quale, dopo uno stretto corritoio, metteva in un grande
cortile cinto da porticato. Colà trovai l'individuo ch'era
il servitore del Miani, il quale, richiesto che aprisse il
piano superiore, rispose che andava subilo a prendere le
chiavi, abitando poco lungi. Dopo un quarto d'ora
circa io udii un colpo di fucile dalla parte verso strada
che richiamò la mia attenzione, onde vi accorsi immedia-
tamente; ma nulla vi era che accennasse a lotta; l'indi-
viduo che aveva fatto fuoco era a circa metà d'un
atrio basso, oscurissimo. La mia stanchezza era tale,
che una parola al di là del necessario non la dicevo:
epperò, visto che nulla eravi, tornai ai miei compagni,
ma prima, per cortesia, salutai la sentinella con quel-
l'espressione di bravo, bravo, accompagnata dall'atto
di toccargli la spalla. Arrivato ai miei compagni dissi:
— Non è nulla: sono i soliti tiri sciupati. Da quel mo-
mento in poi noi contammo, direi, i minuti, aspet-
tando l'arrivo delle chiavi; se dapprima l'impazienza
era temperata dal riposo, mano mano che passò il
tempo, essa aumentò, sì che sentendomi poi anche
riposato , cominciai a parlar forte. Ciò che havvi di
certissimo si è che dal colpo che ferì il servitore del
Miani alla scarica che poi fecero i due cacciatori au-
striaci contro di noi, rimasti miracolosamente illesi,
benché a soli 15 metri di distanza, non vi ebbe colpo
(1) Non seppi mai chi fossero: rammento però che allora taluno mi disse che due
erano figli di un ingegnere Albino Parea, giovani entrambi; ma non posso garantire
che fossero propriamente essi, dacché lo seppi da un terzo.
CAPITOLO UNDECIMO. 183
intermedio, il che era naturale che avvenisse, qualora
il colpo da me udito fosse partito da una sentinella no-
stra. Per ultimo havvi un'altra circostanza che, presa iso-
latamente, è di nessuna importanza, ma n'acquista in-
vece colla soluzione accennata.
Ho narrato già, e lo ripeto, che quando io, dopo
salutata la sentinella mi scostai da lui, vidi , nell' atto
del ritirarmi , un pennacchio ondeggiante staccarsi al-
quanto dal cappello del giovine che aveva leggermente
piegato il capo senza profferir verbo. Al momento non
mi fermai su quella circostanza, perchè, come dissi, si
vedevano allora tutte le forme possibili di cappelli e
berretti; ma si tosto il Miani mi chiarì la cosa, allora
mi spiegai anche 1' affare del pennacchio , era quello
che portavano i cacciatori austriaci. Lontanissimo dal
supporre che la sentinella da me accarezzata potesse
essere altri che uno dei nostri, la circostanza per sé
cosi inconcludente del pennacchio non si era mai pre-
sentata alla mia memoria, perchè era un particolare
connesso con un supposto, fino allora inammissibile,
quello della sentinella austriaca; ma dato che il sup-
posto era invece realtà, mi spiegai anche il pennac-
chio, sul quale non aveva mai richiamato il mio pen-
siero.
Come questa soluzione chiarisce il fatto nella sua
parte essenziale, cosi ne chiarisce anche altri che po-
trei chiamare secondari, ma attinenti allo stesso. Al-
lorché dopo l'inattesa scarica noi uscimmo, credevamo
essere i primi ad annunciare il fatto della ripresa del
Genio da parte dei Tedeschi; ma invece ho narrato
come io trovassi presso la casa del colonnello Arese
184 CAPITOLO UNDEGIMO.
uri drappello di dodici quindici persone che discu-
tevano sul da farsi. La ragione si è che l'allarme era
stato dato dal servitore del Miani, ferito. In quella
mezz'ora che noi lo attendemmo invano, la notizia
si era diffusa, e benché non certo tanto che ancor
non vi fossero di quelli che l'ignoravano, di che eb-
bimo noi stessi la prova alla Croce Rossa ; rispetto
ai primi coi quali parlammo, ciò non pertanto già si
era diffusa abbastanza, perchè si raccapezzasse anche
quel numero di giovani eh' io trovai in gran discus-
sione avanti alla casa summenzionata.
Per ultimo, la spiegazione Miani mi diede anche la
ragione di quell'interminabile cannoneggiamento da via
S. Giuseppe, eh' io non riusciva a comprendere. Ed
infatti se l'uscire dal Genio per la via Monte di Pietà,
doveva esser cosa assai scabrosa, lo era invece molto
meno pigliando la via degli Andegari , ossia precisa-
mente la porta per la quale entrammo noi. Da questa,
alla via S. Giuseppe, brevissimo era il tratto; ora,
tenendosi sbarazzata quella via, e cannoneggiandosi
sulla destra nella linea del teatro della Scala, come
facevano gli Austriaci, rimaneva libera la linea op-
posta rasente la chiesa di S. Giuseppe, linea che do-
vevano tenere i soldati ritirandosi , essendo i can-
noni appostati presso allo sbocco della via di S. Gio-
vanni alle Quattro Faccie to.
Infine, quanto a me, la chiave datami di quell'enigma,
che tale fino allora era stato per me l'avvenimento not-
turno del Genio, mi fece l'effetto di tornii un vero peso
(1) Ora via Orianì.
CAPITOLO UNDECIMO. 185
dal petto, tanto mi aveva preoccupato il pensiero di cer-
carne la spiegazione. Dovetti però convenire che la mia
fortuna di essermi incontrato in un soldato di quello
stampo, non fu piccola. La sua condotta non fu solo
umana, ma non esito a dire che fu generosa. Allorché
c'incontrammo la prima volta sotto l'atrio del Genio,
io era disarmato, ed egli comprese indubbiamente il
mio equivoco. Non poteva egli esser colà da molto
tempo, poiché non vi era allorché uscì il servitore del
Miani , e quindi venne nel tempo che quello impiegò
per ritornare. Tuttavolta, per quanto vi fosse anche
soltanto da poco, ei poteva distinguere meglio di me,
che venendo dal cortile debolmente rischiarato dalla
luna, ma pur rischiarato, ed entrando sotto l'oscuro
atrio del Genio, non vidi che il contorno d'un uomo.
Forse io dovetti la mia salvezza all' essere disarmato
ed alla circostanza di non averlo interpellato. Che sa-
rebbe avvenuto dell'uno e dell'altro se io mi fossi ac-
corto allora del mio errore, è impossibile il dirlo, e le
congetture sono inutili; ma che fra i due io fossi colui
eh' era a peggior partito è della più chiara evidenza ;
egli non aveva che ad abbassar la baionetta per sba-
razzarsi di me. Ma non fu quella volta sola che si
trovò in simile condizione, la stessa facilità l'ebbe
poco più di mezz'ora dopo, allorquando io ed il mio
compagno andammo a rilevare da terra il ferito che
giaceva al suolo a pochi metri dalla porta del Genio.
Che mai potevamo noi fare colle braccia occupate?
Ma, dirà forse taluno, che l'uccidere persone mentre
raccoglievano un ferito, sarebbe stata una crudeltà. Pur
troppo sono crudeltà che si commettono bene spesso,
CAPITOLO UNDECIMO.
e chi in epoche di calma, a mente fredda, e senza aver
avuto mai un'idea pratica della guerra, ragiona di essa
sopra quanto gli pare che si possa o non si possa fare,,
cade in grandi errori ed illusioni. Per convincersi di
ciò basta pensare agli orrori delle guerre civili, nelle
quali si sacrificano tanti innocenti e donne e fanciulli,
persone impotenti all'offesa. A questo paragone che
è mai l'uccisione di veri combattenti che, deposto un
istante il fucile, sollevano un ferito, ma per riprendere
tosto l'arma e venir contro di voi? È vero che nel
nostro caso di due soli soldati bloccati in quell'edificio,
il partito più umano verso di noi era anche il più
utile per essi; ma non è piccola cosa in tali circo-
stanze mantenere il sangue freddo ed il ragionare.
Del resto poi , fra i diversi motivi possibili che pos-
sono avere indotto quel soldato a così agire, io devo
dar la preferenza al più generoso , trattandosi di un
uomo che in meno d'un' ora fu padrone due volte
della mia vita.
Ventisette anni sono decorsi da quell'epoca. Or bene,
oggi ancora io farei, senza esitanza, le mille miglia per
avere con quel soldato un abboccamento di un'ora. E
quante volte mi sono detto : Oh s'ei vivesse ancora e potessi
sapere ove si trova, che non darei per interrogarlo intorno
al primo incontro ! Che pensò mai quando io ponendogli
la destra sulla spalla gli dissi: bravo, bravo! Come venne
e come partì? Molte cose avrei a chiedergli; ma non è
probabile che con tanti combattimenti che poi ebbero
luogo, ei viva ancora.
Ho detto che gli chiederei anche il modo col quale
egli ed il suo compagno si sottrassero, poiché anche
CAPITOLO UNDECIMO.
questo fu per noi un mistero; sicché taluni, non po-
tendolo spiegare, ricorsero all'idea del tradimento. Io
credo che dovettero la loro evasione ai capricci della
luna. Si sarebbe detto con frase volgare, ma giusta,
che in quella notte la luna giuocava ad ascondersi; essi
approfittarono d'un momento di completa oscurità per
sottrarsi e, probabilmente, prendendo la via di S. Giu-
seppe; è l'ipotesi più probabile.
^!':; , !!.;i:.ii^i;::i , :: , i!!:i'iii!ii::i::i iiviiiiiiiijiEiiiiiyiija^ii.iii ;• niiniiiuii
CAPITOLO DODICESIMO
Narrazione particolareggiata dell' avvenimento nella Canonica di
S. Bartolomeo nella mattina del 21 marzo.
Se l'avvenimento del Genio era quello che più d'ogni
altro mi stava a cuore di decifrare, esso non era però
il solo del quale desiderassi uno schiarimento. Un altro
ve n'era al quale non avevo preso parte diretta, ma
che assai mi stava a cuore per la sua complicazione,
per le molte e svariate versioni che n'eran corse e
perchè toccava da vicino persone che avevo appreso
a stimare per la loro condotta. Alludo al fatto avve-
nuto il 21 marzo nella canonica di S. Bartolomeo.
Che cosa era stato di quei bravi giovani che io vi-
sitai coli* Anfiossi sul campanile? Si era parlato di
massacri di sacerdoti, ridotti poi ad uno solo; ma
quali vicende aveva passato il parroco che ci aveva
accolto con tanta benevolenza, e poi che cosa era vi
di vero in quella voce di un soldato ferito sul cam-
panile ? Per chiarirmi di tutto questo, pensai di re-
CAPITOLO DODICESIMO.
carmi direttamente presso quel parroco e d'interrogarlo
in proposito.
L'indomani delle esequie celebrate in Duomo per i
morti nelle cinque giornate, io andai alla canonica di
S. Bartolomeo, e chiesi del parroco. — E in casa, mi
risponde la servente, ed annunciato che vi era una per-
sona che desiderava parlargli, apre l'uscio d'un sa-
lottino a pian terreno, e mi invita a passare. Il par-
roco mi viene incontro, ma io mi fermo sulla soglia,
e prima di passarla gli chieggo se mi riconosce.
Il parroco esitava : pareva propendesse più per il no
che per il sì, quando la servente, miglior fisionomista:
— lo si, esclama, che io riconosco ; e quello che e stato
qui coli* Anjossi quella notte che sono andati sul campanile.
Il buon parroco mi stese allora la mano, ma con tale
atto di confidenza come fossimo vecchi amici, e mi in-
vitò a sedere.
— Signor parroco , gli dissi , Ella deve perdonare la
mia curiosità , ma tante ne dissero intorno ai fatti avve-
nuti nella sua casa e nella sua chiesa, che io mi sono preso
la liberta di venire da lei per sapere che cosa havvi di vero.
Quel parroco (o coadiutore, perchè S. Bartolomeo
era chiesa sussidiaria a S. Francesco da Paola), chiama-
vasi don Giovanni Lega. Egli soddisfece pienamente alla
mia curiosità , facendomi un racconto che ascoltai at-
tonito senza proferir motto, ma che poi, per parte mia,
fu seguito da non so quante dimande ed esclamazioni
ed atti di meraviglia. Io credo d'essere rimasto seco
lui poco meno di due ore, tanto mi interessò il suo
racconto, e assieme commentammo quei fatti.
Io cercherò ora di darne un sunto a' miei lettori.
190 CAPITOLO DODICESIMO.
Con ciò io faccio, in realtà, un'eccezione alla norma
fondamentale di questi miei Ricordi, che è quella di non
narrare che fatti de' quali io posso garantire personal-
mente la verità, perchè avvenuti sotto i miei occhi, ma
quest'eccezione mi verrà indubbiamente perdonata, per-
chè anzitutto il narratore non era persona da alterare
la verità, né aveva ragione alcuna per ciò fare, ed al-
tresì pel motivo importante che non si tratta di fatti
avvenuti a quattr'occhi, sibbene in presenza di un buon
numero di testimoni, non pochi dei quali vivono indub-
biamente ancora e possono fare un sindacato , il più
competente che idear si possa, del mio racconto. Ben
duolmi che non posso riprodurre la narrazione dell'ot-
timo prete che in breve sunto , non volendo narrare
più di quanto ben chiaramente ancora la memoria ri-
tenne di quel colloquio.
Una delle cose che più dava ai nervi dei Tedeschi
era quel suonare delle campane a stormo, e fra i molti
campanili, uno de' più rumorosi, sotto tale rapporto,
era quello di S. Bartolomeo. In fondo alla stessa via
sulla quale sorgeva la chiesa e che chiamavasi la via
della Cavalchina W, eravi la Zecca, vasto locale che
fu sempre occupato dai Tedeschi. Il capo di quel posto
deliberò far tacere quel campanile e togliersi quel fastidio.
Quantunque la via più retta fosse quella da me ac-
cennata, della Cavalchina, essa non poteva venir scelta,
perchè dominata dai Portoni, sul ripiano o terrazzo dei
quali stavano i nostri combattenti sempre in buon nu-
mero, sia per l'importanza del luogo, sia per la feli-
ci) Ora via Manin.
CAPITOLO DODICESIMO. 191
cissima sua posizione, potendovisi far fuoco al coperto.
Per arrivare alla meta ei prescelse quindi altra via,
e fu quella di traversare, come già accennai, una serie
di giardini ed orti che si trovavano dietro le case che
fronteggiavano quella via, e ciò per tutto il tratto dello
stradone di S. Angelo, ove sorge la Zecca, fino alla
canonica od abitazione del parroco eh' era unita alla
chiesa, come questa al campanile. Il primo stabile nel
quale i soldati tedeschi entrarono, fu il giardino del
duca Melzi, quindi veniva una sequela di orti e giar-
dini, sì che ebbero a scavalcare non pochi muri.
Erano una ventina guidati da un ufficiale. Superati
tutti quegli ostacoli, pervennero alla canonica, la quale
però aveva comune con altre case di privati, un cor-
tile ; giunti inosservati sin là, fecero prigionieri quanti
incontrarono, uomini, donne, fanciulli; in tutto, se
non erro, dodici o tredici, e fra questi il parroco ed
il sagrestano. Li condussero tutti nella chiesa presso
l'aitar maggiore, disposti in semicerchio, e si collocò
dietro ad ognuno di essi un soldato. Ciò fatto, l'uffi-
ciale rivolto loro : — Giurate, disse, che non vi è più
nessuno sul campanile.
Si può esser certi che non vi era forse un solo che
ne sapesse qualcosa, ma in quel momento la risposta
negativa era quella che presentava il minor pericolo,
epperò giurarono che non vi era nessuno. — Ebbene,
disse allora l'ufficiale, manderò a verificare; e scelto
un caporale ed un altro soldato, ingiunse al sagre-
stano di precederli sul campanile. Si può facilmente
immaginare lo stato d' animo di quelle persone du-
rante tutto il tempo che rimasero assenti que' sol-
I92 CAPITOLO DODICESIMO.
dati, e che durò poco meno di mezz'ora. Finalmente
arrivano; ed ecco precedere il caporale, il quale ,
uscendo da un uscio della sacristia, vicinissima al-
l'aitar maggiore, sfigurato, coperto di sangue, appena
entrato in chiesa si getta sui gradini dell'aitar mag-
giore, gridando e dimenandosi orribilmente per dolori
atrocissimi. Gli sgorgava sangue a torrenti da una fe-
rita fra lo stomaco e il ventre, e per di più aveva mu-
tilata anche la mano destra, sì che tutta la persona era
coperta di sangue. A quell'aspetto, l'ufficiale si avanza
commosso, ed interroga il ferito, ma in tedesco, talché
nulla compresero i prigionieri, che alla lor volta si cre-
dettero perduti. Avuta la risposta, l'ufficiale dice in
italiano queste parole: — Sul campanile non vi e nessuno;
voi non avete alcuna colpa di questo fatto, benché possa
provenire da -qualche vostro parente. Promettetemi di aver
cura di questo ferito.
I prigionieri respirarono, promisero di aver tutta la
cura possibile del soldato, e vennero rimessi in libertà.
— Ma, continuò nella sua relazione il Lega, un altro
fu meno fortunato di noi. Io aveva alloggiato in casa il
predicatore quaresimalista, certo Labaro Lavarmi, ch'era
nella sua stanca al primo piano. Entrò in essa un soldato
e V uccise; nulla si è potuto sapere intorno alla particolarità
di quel fatto, non essendovi stati testimoni: pare che V uccisore
sia stato un guastatore, e che lo sventurato abbia tentato
di far resistenza , essendoglisi trovati fra le mani alcuni
peli di quel grembiale peloso che portavano que soldati.
Nella stanca non si trovò mancar nulla, si che V'impulsa
di quelV atto atroce par proprio sia stato uno sfogo della
natura selvaggia di quel soldato. Era stato ferito al capo y
CAPITOLO DODICESIMO. 193
e quando entrammo nella sua camera, partiti i Tedeschi,
era già morto.
I Tedeschi ritornarono alla Zecca per la stessa via
per la quale erano venuti.
Io non volli interrompere la narrazione del parroco,
ma finita che l'ebbe, cominciarono le interrogazioni per
ischiarimenti e per alcune particolarità relative a quei
fatti, intorno a che dirò anche a' miei lettori quanto
ancora rammento di più notabile.
— - Ma i giovani sul campanile, fu la mia prima do-
manda, dov'erano andati?
— Sul campanile vi erano quattro giovani; fortunata-
mente, ma proprio solo all'ultimo momento, si accorsero
dell'invasione dei Tedeschi, prima che scendessero nella ca-
nonica; tre di essi, discese le scale, uscirono dalla casa:
il quarto non credette esser pia in tempo, e si nascose sotto
un trave del tetto della chiesa (ad un terzo circa dell'al-
tezza del campanile, si trovava una porticina che co-
municava col sotto tetto), per sua fortuna oscurissimo ,
poiché uno dei soldati; vista aperta la porticina, vi entrò,
ed osservò qua e là; ma la grande ampiezza del locale e
V oscurità, impedirono che potesse fare una visita diligente
e minuta, ed in tal modo si salvò anche quello.
— Ma e V affare del caporale? Da chi era stato ferito?
— Ecco come avvenne. I nostri avevano legato una
bandiera tricolore al parapetto in ferro , ed essa pendeva
in fuori del campanile ; allorché il caporale che arrivò in
cima col sagrestano, vide quella bandiera, volle strapparla;
ma sul ferraio dei vicinissimi portoni, vi erano i nostri,
i quali, nulla sapevano di quanto avveniva nella canonica,
ma visto quel soldato austriaco che strappava la bandiera.
Ricordi, ecc. 1 x
194 CAPITOLO DODICESIMO.
scaricarono i loro fucili contro lo stesso, ed una palla gì 1
traversò il corpo fra lo stomaco ed il ventre, ed un'altra
gli recise netta V ultima falange dell' indice della mano
destra.
Io aveva all' ora freschissima la memoria di quel
campanile ; epperò finita ch'ebbe la narrazione non potei
astenermi dall'esclamare :
— Ma come mai fu possibile che un uomo in quello
stato discendesse le scale di quel campanile, e sopratutto
la scala a pinoli?
— Eppure, replicò il parroco, ti lo fece; rimasi sba-
lordito anch'io, allorquando il sagrestano mi narrò i par-
ticolari di quel fatto.
— Ma dell'ufficiale che ne dice ? come spiega quel suo
discorso ?
— Che vuole! io non posso dir altro se non che noi
dobbiamo ringraziar la Provvidenza che ci fece capitare
in un uomo ragionevole che seppe padroneggiare il suo
impeto; del resto quel momento quando il caporale entrò
in chiesa gettandosi a terra sui gradini dell'altare, contor-
cendosi e gridando per gli atroci dolori, fu un momento
terribile; noi ci credemmo tutti perduti.
Tali furono i più notevoli particolari che mi narrò
quell' ottimo uomo intorno al fatto di S. Bartolomeo
avvenuto nel mattino del 21 marzo. Tutto ora è
colà cambiato: disparvero la chiesa, il campanile e
la canonica; e pur troppo è morto anche quel buon
sacerdote; unici rimangono ora i Portoni. Che quegli
altri edifizì dovessero sparire per far luogo ad una
nuova e larga via (Principe Umberto), sta bene, e vi
ebbe guadagno; ma quanto a' Portoni mi sia lecito
CAPITOLO DODICESIMO. 195
il dire che la loro distruzione porterebbe la perdita
dell'unico ricordo che ancora conserva Milano della
famosa epoca del Barbarossa. Quali vediamo noi i due
archi centrali di quei portoni, tali li videro i Milanesi
del secolo XII e di sette altri secoli successivi; ora
dovrebbero avere un maggior pregio, dacché più d'un
ricordo delle Cinque giornate si collega anche ad essi;
dall'altro lato la generazione attuale e le future godono
di ben altra comodità e sicurezza, dacché furono aperti
ai due fianchi i passaggi pei pedoni, talché le due porte
centrali rimasero per il passaggio esclusivo dei rotanti.
Or sarebbe egli un chieder troppo per quell'unico ri-
cordo che si volesse conservarlo, e si cessasse dal met-
terne in forse la sussistenza a grado del primo venuto
a cui talenti di chiamare quegli archi inutili, o peggio,
pericolosi ingombri? Fra l'eccesso di chi vuole con-
servar troppo, e quello di chi vuole distrugger tutto,
non so qual sia il più nocivo, certo si è che in Mi-
lano non è più possibile cadere nel primo, sibbene nel
secondo; ma, restringendomi a que' Portoni, io nutro
fiducia che il buon senso e la patria carità dei Mila-
nesi li salveranno mai sempre da inconsulta distru-
zione.
CAPITOLO TREDICESIMO
L'autore entra in alcuni particolari intorno alle condizioni di Mi-
lano durante le Cinque giornate rapporto alla circolazione, al
vitto, alla sicurezza, non che intorno ai contegno del bel sesso.
Cogli schiarimenti che ho dato intorno ai fatti av-
venuti al Genio ed a S. Bartolomeo, che sono un'ap-
pendice alla narrazione principale, io potrei dire di
aver raggiunto lo scopo di questi Ricordi. Esso è cir-
coscritto a quanto avvenne sotto i miei occhi, salvo
quella piccola eccezione; ma se ristrettissimo è il mio
campo, almeno è sicuro; ciò non vuol dire che scri-
vendo dopo ventisette anni senza interrogar nessuno
né consultar libri di sorta, non possa esser caduto in
qualche errore forse di data, trattandosi dei fatti di
minor importanza. Rispetto ai fatti principali escludo
ogni inesattezza nel modo più assoluto, riè temo con-
traddizioni. E se questo mio scritto avrà vita, potrà
essere collocato francamente fra i veridici; ma io non
intendo fermarmi a questo punto, credo poter aggi un-
CAPITOLO TREDICESIMO. I97
gere qualche altra nozione che non sarà senza inte-
resse, e quando verrò poi alla conclusione, ho qualcosa
da chiedere al lettore concittadino.
Ho notato un fatto circa cotesto grande episodio
della guerra dell' indipendenza italiana, ed è quello
della premura ognor crescente di voler apprendere i
suoi particolari, il che del resto si spiega Facilmente.
Si sa che molte cose furono esagerate e che la verità
venne travisata nel doppio senso che dopo il buon
successo si esagerarono i fatti e si mescolarono a fa-
vole, e subentrati i rovesci dell'agosto, si negarono
anche i fatti veri. La politica ci si mescolò anch'essa
e travolse il tutto nei suoi vortici. Ora, mentre gli at-
tori vanno scomparendo ogni giorno, non è egli na-
turale che la gioventù senta il bisogno di esser ben
edotta della verità e voglia conoscere i fatti quali avven-
nero e non quali si vollero far comparire, e quindi
interroghi i superstiti fra i testimoni oculari e coloro
sopratutto che vi ebbero parte più o meno larga? Quante
incertezze non lascia anche un libro veridico ? Quanti
dubbii può sollevare senza che il lettore sia in grado
di averne la soluzione? Che dire poi se generale è la
convinzione che molti libri sono pieni di errori ? Ag-
giungasi che anche quelle preoccupazioni politiche, le
quali contribuirono ad oscurare il vero, non hanno
cessato d'esercitare la loro influenza e possono ancor
ricevere schiarimenti da contemporanei.
Allorché, fallito il generoso tentativo di Carlo Al-
berto, si chiuse, coli' armistizio di Milano del 6 ago-
sto 1848, quel periodo che aveva avuto principio nella
stessa città il 18 marzo colla miracolosa rivoluzione,
I98 CAPITOLO TREDICESIMO
presi io pure la via dell'emigrazione, mi stabilii a To-
rino e non rientrai in Lombardia che dopo i felici av-
venimenti del 1859. Poche volte in quel decennio mi
avvenne di esser richiesto di schiarimenti intorno alle
Cinque giornate; alla mia volta non ne parlava volon-
tieri. Per quanto avessi la coscienza di aver fatto il
mio dovere, l'esito infelice dell'impresa dominava l'in-
sieme di quei ricordi. Ma quando la fortuna tolse il
velo della sventura che copriva gli avvenimenti del 1848,
li riabilitò e dimostrò il valor pratico che avevano,
e li fece entrare come fattori del nuovo felice ordine
di cose, allora li contemplai anch'io con maggior com-
piacenza, né più mi pesò il parlarne. D'altra parte si
fecero più frequenti anche attorno a me le domande
di schiarimenti. Chi voleva farsi un concetto delle ge-
neralità; chi aver spiegazioni di fotti determinati; ma
i primi erano in maggior numero ; il che ben si com-
prende, non essendo cosa facile il farsi un concetto
vero dello stato di Milano durante le cinque giornate.
Una città che è piazza di guerra si prepara, ogni per-
sona al minimo pericolo si provvede, per quanto lo
consentono i suoi mezzi, pensando che ogni comu-
nicazione col di fuori sarà interrotta; ma una città come
Milano che contava già allora intorno a duecento mila
abitanti, che non era preparata, che aveva tante rela-
zioni, sì estesi commerci, che contava sì gran numero
di persone viventi del lavoro giornaliero; una città
simile che vien chiusa ad un tratto e per cinque giorni
rimane totalmente segregata da ogni comunicazione
col di fuori, cosa che da lunghi secoli non era avve-
nuto, è naturale che abbia dovuto trovarsi in condi-
CAPITOLO TREDICESIMO. 199
zioni nuove e tali che danno luogo alla fantasia di al-
manaccarvi sopra. Come viveva tutta quella moltitu-
dine? Chi vegliava alla sicurezza della città? Come si
comportò il bel sesso, che non è chiamato a combat-
tere? Quali classi diedero i combattenti? Sono tutte
questioni che, sotto una forma o sotto l'altra mi ven-
nero fatte , e certo si fecero e si fanno ai contempo-
ranei di quell'avvenimento, e sopratutto a coloro che
in maggiore o minor grado furono anche attori.
Or io voglio soddisfare a talune di queste curiosità,
che del resto ben si possono qualificar di legittime,
poiché tendono anch'esse a dare un'idea più esatta di
quel grande avvenimento.
Prima però di entrare in quei particolari mi è d'uopo
fare una dichiarazione, e prego il lettore ad averla pre-
sente, ed è questa : che io non intendo stabilire con-
cetti generali, né sostenere che quanto avvenne nei
luoghi ove io mi trovava, sia precisamente avvenuto
in ogni altro, dappoiché potrei cadere in errori che
ho evitato nella narrazione principale. Io seguo anche
in questo la massima di narrare quanto avvenne sotto
i miei occhi ; o, per meglio esprimermi, miro a de-
durre da que' fatti le conseguenze che mi si presen-
tarono le più ovvie, le più naturali; ma in un avve-
nimento che si estese su d'una superficie così vasta,
ove tante e sì diverse potevano essere le condizioni,
è certo che altri ha potuto venire a conclusioni di-
verse senza che vi debba essere contraddizione fra le
altrui conclusioni e le mie nel senso che l'una escluda
l'altra.
Dopo i fatti avvenuti al palazzo del Governo intorno
200 CAPITOLO TREDICESIMO.
al mezzogiorno del 18 marzo, Milano si coprì di bar-
ricate, poiché ogni idea d'una soluzione pacifica della
gran quistione era completamente svanita. I Tedeschi
chiusero le porte della città, che erano tutte in loro po-
tere, e non permisero più a nessuno né di entrare, né
di uscire. Nella notte dal 18 al 19, quantunque dilu-
viasse, si continuò a costruire barricate; ma i Tede-
schi alla lor volta ne distrussero non poche di quelle
che, fotte nella sera in luoghi molto larghi, non fu
possibile il difendere, come avvenne precisamente al
ponte del corso di Porta Orientale e nelle sue adia-
cenze. Quasi tutte le barricate interne della città ri-
masero però sino alla fine, ma è impossibile il preci-
sarne il numero, anche per quel vero furore destatosi
il 23 di far ancora barricate, dopo che n'era cessato
il bisogno. Un piano non vi era né vi poteva essere;
le barricate avevano questo di comune, che si aprivano
in senso opposto l'ima dall'altra, sicché obbligavano
ad andare a ^jg-^ag chi voleva percorrere una via qua-
lunque sbarrata con barricate. Diverse erano pure le
reciproche distanze che variavano dai io ai 20 e più
metri; al che davano norma anche gli sbocchi delle
vie laterali. Il materiale era fornito dal grosso mobilio
di legno, da usci e porte, da panche di chiese, da car-
rozze, carri, carretti, da botti e grandi fusti vuoti, da
travi, da legname di costruzione e in alcuni luoghi
anche da materassi, da balle di cotone, da pagliaricci
e negli ultimi due giorni, sopratutto le barricate esposte,
venivano rinforzate da veri argini di materiale del sel-
ciato.
Certo importerebbe conoscere anche il numero coni-
CAPITOLO TREDICESIMO. 201
plessivo; ma sarà sempre impossibile lo stabilirlo per
la ragione che ho già accennato, non potendosi chia-
mar barricate delle Cinque giornate, quelle fabbricate
il sesto dì, e furono molte. Ben volendo esprimere
una cifra per darne un'idea, io credo che superassero
le due mila. Ma su tal numero, poche, in proporzione,
furono quelle che videro veri combattimenti attivi. Quelle
ove si sparse sangue, ove si morì, erano, come è na-
turale, quelle poste agli sbocchi delle vie, come il 1 8
e 19, quelle di S. Babila, di S. Vicenzino, e quelle che
chiudevano i corsi, a Porta Nuova, a Porta Ticinese,
ed altrove. La grandissima massa, erano barricate di
precauzione, pel caso che, superate le prime, i Tede-
schi si fossero avanzati. La conseguenza immediata che
ebbero sempre e per tutti, fu quella di rendere difficile
o per meglio dire, di allungare enormemente le vie
di comunicazione. Per avanzare 100 metri conveniva
farne 400, ove più, ove meno. Il bisogno aveva sug-
gerito qua e là qualche accorciatoia; io voglio ricor-
darne una che certo venne praticata da molti ancora
viventi. Una delle vie più frequentate da combattenti
e da quanti loro prestavano aiuto, era quella del Monte
Napoleone, poiché conduceva a casa Vidiserti ove era
il deposito delle polveri e munizioni in genere; quivi
si era stabilita la doppia corrente di quelli che ne por-
tavano- e di quelli che andavano a prenderne; inoltre
quella via conduceva, dopo* breve tratto, per quella di
S. Vittore 40 Martiri, a quella de' Bigli, ove stava la
sede del Governo Provvisorio. Or bene, in detta via
del Monte Napoleone eravi una barricata, se non erro-,
poco lungi da casa Verri, che aveva, a circa un terzo
202 CAPITOLO TREDICESIMO.
e non più da quello stesso lato, una vettura (cittadina)
che formava parte della barricata, senza ruote, ma ritta.
Qualcuno cominciò ad aprirne gli sportelli e transi-
tarvi; dietro quello vennero altri; indi fu un diritta
acquisito per tutti il passare. Non saprei dire le quante
volte la traversai io pure, ma certo ben molte; la prima
volta mi fece un certo senso perchè era piuttosto ele-
gante; ed uso, com'ero, a traversar quegli ammassi
d'ogni genere di cose che costituivano le barricate, e
a veder non pochi oggetti infranti e guasti, quel con-
trapposto d'un passaggio per una bella vettura con se-
dile a velluto nel mezzo, fermò la mia attenzione, ed
ebbe senza più la mia piena approvazione, perchè la
susseguente barricata, aprendosi dal medesimo lato, ne
conseguiva un abbreviamento di cammino relativamente
non piccolo.
Quanto allo spavento e al timore del quale ha do-
vuto esser compresa una parte almeno della popola-
zione, dirò che era assai meno di quello che parrebbe
quasi naturale che avrebbe dovuto essere. I fatti grandi
e straordinari che avvolgono tutti in un comune peri-
colo, reagiscono in modo diverso sull'uomo, che i pe-
ricoli individuali. Prevalse tosto una certa ebbrezza, un
nobile esaltamento che più o meno invase tutti. Certo
molti non uscirono di casa, ma non si può dire al-
trettanto del maggior numero. I bottegai avevano la
più gran parte le botteghe aperte; taluni di essi, come
i venditori di commestibili, continuarono i loro spacci,
e, per quanto me ne consta, senza alzar i prezzi. I
.salumai divennero i fornitori principali di tutti i com-
battenti che non potevano più tornare alle case loro,
CAPITOLO TREDICESIMO. 20$
perchè situate in quartieri occupati dai Tedeschi. Pane,
salame, formaggio ed un bicchier di vino, fu il cibo di
moltissimi in tutti quei giorni; ciò non vuol però dire
che chi aveva mezzi, non potesse anche procurarsi
qualcosa di meglio e più conforme ai suoi cibi soliti;
ma non ci si pensava, e, tanto meno a sedersi tran-
quillamente ad un desco, ciò sarebbe parso un sciu-
pamento di tempo. Un giorno, parmi fosse il 20, an-
dato a casa Taverna per riferire qualcosa, trovai il pa-
drone di casa, il compianto Carlo Taverna, rammen-
tato più sopra : Ho un grande appetito, gli dissi, dammi
qualcosa da mangiare. — Figurati, mi rispose l'ottimo
amico, vieni con me, e mi condusse in una cucina a
pian terreno , ove eravi un pentolone in cui bolliva
una quantità ,di carne già tagliata a pezzi, e sopra d'una
tavola eranvi molte forchette di ferro lunghe lunghe.
Quattro o cinque giovani, ciascuno col suo pezzo in-
forcato, ed un pezzo di pane in mano, stavano man-
giando in piedi. Il padrone di casa prese una forchetta,
andò egli stesso a pescarmi uno dei più bei pezzi che
comparvero a galla nella pentola e me lo porse. Frat-
tanto un servitore era corso a cercar una sedia, un to-
vagliuolo e che so io; ma io non volli, e preferii star
anch'io in piedi a mangiarmi la mia carne con il mio
pezzo di pane e bermi un bicchier di vino. Fu quello
il mio pasto più lauto di que' giorni ; ma, sebbene avrei
potuto averlo sempre, più non ricorsi alla cucina del-
l'amico, perchè era divenuta cosa secondaria il pensare
al cibo; ed anche perchè quel genere di vita strapaz-
zata e il mangiar solo, quando più non si reggeva per
la fonie, e si trovava tutto buono, non mi spiaceva.
204 CAPITOLO TREDICESIMO.
Del resto io credo che nessuno abbia sofferto di fame,
e certo nessuno di quelli che erano provvisti di mezzi;
agli altri deve aver supplito la generosità di quelli che
ne avevano, mentre io ritengo che Milano fosse e sia
sempre provvista assai più che per cinque giorni. Man-
cavano bensì alcuni oggetti speciali che giornalmente
vengono importati dalle campagne, come la verdura,
il latte e simili; ma sono inezie che non hanno in-
fluenza di sorta. Negli ultimi giorni la mancanza di
carne ha dovuto farsi sentire nei grandi stabilimenti,
e specialmente negli ospedali; ma credo che in com-
plesso vi si provvedesse abbastanza bene, non avendo
udito parlare di sofferenze; e già l'universale era sì fa-
vorevolmente disposto che fuori di dubbio gli agiati
cittadini si saranno condannati a qualche privazione,
anziché permettere che mancasse il necessario agli am-
malati.
Rispetto alla pubblica sicurezza durante le Cinque
giornate, può dirsi che fu affidata a tutti in genere, a
nessuno in modo speciale, e fu piena, a quanto almeno
io mi sappia. Anche questo potrebbe esser argomento
cT uno studio psicologico non senza interesse. In una
città di tanta popolazione che offre il giornaliero suo
contingente di reati a danno delle persone e della pro-
prietà, la polizia (uffici di pubblica sicurezza) era inte-
ramente scomparsa ; le guardie di polizia oltremodo
invise, si tenevano nascoste; dei gendarmi alcuni si
erano gettati nella rivoluzione, e davvero, se le cose
andavano male la passavano brutta; ma ad ogni modo
non eravi forza alcuna organizzata e rivolta a quello
scopo. Eppure non si udì parlar di delitti, di furti o
CAriTOLO TREDICESIMO.
violenze. Lo spirito pubblico reagiva anche sui tristi ;
un delitto in quei giorni sarebbe di certo sembrato più
grave, più esecrabile che in qualunque altro tempo.
Solo convien fare un'eccezione rispetto ad un genere
speciale di furti, quello delle armi. Io ho già accen-
nato come pochissime ve ne fossero in città e fra queste
non tutte atte a combattimenti; le migliori erano quelle
state tolte ai soldati tedeschi, le quali in realtà non erana
proprietà di nessuno in modo speciale, ma dei primi
arrivati. In alcuni casi si erano prese anche senza pe-
ricolo, come quelle delle guardie di polizia, che si ar-
resero; indi seguì una caccia generale alle armi, che
si estese anche a quelle di legittima proprietà privata.
Fui vittima anch' io di cotesta giurisprudenza speciale
rispetto alle armi. Io aveva avuto nella giornata del 21
un bellissimo fucile a prestito dall'ingegnere Ferranti.
A notte avanzata essendomi ritirato in un angolo d'una
stanza dì casa Taverna per prendere un po' di riposo,
e non fidandomi di nessuno, mi coricai sul fucile stesso
avviticchiandomi con un braccio ed una gamba attorno
ad esso; ma i miei brevi sonni erano sì profondi che
credo mi voltassero e rivoltassero senza svegliarmi. Il
tatto sta che quando mi destai il fucile era sparito, il
che molto mi dolse , sopratutto perchè non era mio ;
ma a fronte di quell'eccezione che trova nella natura
stessa dell'avvenimento la sua spiegazione, è certo che
fu un fatto degno di essere ben notato quello della
sicurezza per le persone e per le proprietà che godette
Milano durante le Cinque giornate.
Fui richiesto più d'una volta di saper dire che cosa
eravi di vero nell'asserzione ch'erano stati i giovanetti
20Ó CAPITOLO TREDICESIMO.
a far la rivoluzione. Per rispondere convien prima farsi
un concetto esatto, e precisare che cosa s'intende per
giovanetto, potendo esser più o meno vero il fatto se-
condo l'estensione che si dà a quel termine.
Volendo chiamar tali solo quelli che hanno -meno
di 17 anni, perchè a tale età già si accettano soldati
in molti paesi, e non si possono più chiamar giova-
netti, io dirò che è vero il fatto ' che vi presero parte
anche giovani di 15, di 14 e 13 anni; ma questo fatto
non va esagerato, come sarebbe se si volesse far cre-
dere che costituirono il nucleo delle forze insurrezio-
nali. Che abbia dovuto far senso il veder combattere
giovanetti di 13 e 14 anni è ben naturale; ma io posso
dire, con tutta sicurezza, che vidi anche uomini coi
capelli bianchi. Si può dire che vi ebbero parte tutte
le età e tutti i ceti ; ma il vero nerbo, la lunga lotta
perseverante, fu sostenuta dal fior della gioventù fra
i 20 e 30 anni, e se aver si potesse una lista esatta
dei morti colle armi alla mano, se ne deriverebbe la
prova più sicura. Io ho visto parecchi morti e feriti,
ma se dovessi accertare quanti di questi erano giova-
netti, sarei imbarazzato; il che non vuol dire di certo
che non ve n'ebbero, ma in località diverse da quelle
nelle quali mi trovai io. Ora egli è un fatto che si
possono ben dare individui fortunati che passano in-
columi l'intera vita o lunghi periodi di essa, fra i pe-
ricoli delle battaglie, ma non corpi interi. Io credo che
vi siano stati non pochi soldati di Napoleone I, che
hanno fatto tutte le sue campagne senza toccar mai
una ferita, ma non vi ebbe certo una compagnia intera
che potesse darsi questo vanto. Ora volendo dare nelle
CAPITOLO TREDICESIMO. 2O7
giornate di Milano la preponderanza ai giovanetti, con-
verrebbe supporre che fossero in tal numero da formar
almeno una compagnia, se anche non s'intenda che do-
vessero esser uniti e combattere assieme; ma, ammesso
pure che fossero sparpagliati su tutti i punti ove si com-
battè, una perdita proporzionale in morti e feriti, avrebbe
dovuto esservi. Si lasci anche in questo, che la verità
sia qual'è, perchè coli' esagerarla si svisa e si guasta;
ma vi sono persone che non l'accolgono se non a con-
dizione che abbia un po' di belletto.
Come si contenne ih generale il bel sesso? Ecco un'altra
delle dimande che mi venne più volte diretta in questi
od analoghi termini.
Nelle donne vi era un esaltamento più spiccato an-
cora che negli uomini, e dirò, un esaltamento sublime.
Taccio delle terribili angoscie provate da moltissime
che avevano mariti e figli impegnati nella lotta, non
potendo parlare che di quelle colle quali per qualsiasi
ragione venni a contatto o si mostrarono in pubblico.
Era nelle donne un affannarsi per cercare di far qual-
cosa anch'esse, per aiutare, per servire. Ho già men-
zionato quella giovinetta che nella notte dal 21 al 22
mi venne a chiamare a nome di quel proto ch'era stato
ferito nell'affare del Genio; la poverina era tutta spa-
ventata a veder quel sangue, aveva messo sottosopra
la biancheria in quella stanza, voleva che le dicessi se
la ferita era grave, se sarebbe guarito presto. Io la tran-
quillai, dicendole, che grave non era, che poteva forse
chiedere un po' di tempo a guarire, essendo questo un
caso che si avvera nelle ferite al tallone, ma che non
essendo medico, non poteva dir nulla di positivo.
208 CAPITOLO TREDICESIMO.
Io rammento d'aver visto pochi tripudii in mia vita
così vivi ed animati come quello delle signore sui bal-
coni della Corsia de' Servi nel tratto che percorsi da
S. Pietro all'Orto al Duomo la mattina del 20, allor-
ché si sparse la notizia che i Tedeschi avevano abban-
donato la Polizia ed il Duomo. Tutti i balconi erano
tappezzati di bandiere tricolori; dove pigliassero tanta
stoffa ■ ed in un momento la trasformassero in tante
bandiere, non saprei dire.
Se chiedevasi qualcosa ad una bottegaia non vi la-
sciava finire che si affrettava a servirvi. Un giorno, non
rammento quale, ma negli ultimi, entro in un caffè,
arso dalla sete e chieggo una limonata; mi vien fatta
all'istante da una giovane ; la bevo e pongo sul tavola
il denaro. Oh giusti mi risponde rifiutando. Non vi è
che una persona famigliare col dialetto milanese che
possa ben comprender la forza di quell'esclamazione
Oh gitisi! perchè vi contribuisce anche il modo stesso
col quale si pronuncia. Tradotta in altri termini, con
frasi della lingua colta, equivarrebbe a dire: Ma le pare?
Signore mi meraviglio! Non mi faccia questo torlo, pre-
cisamente come se il non pagare fosse la cosa più na-
turale. '
Signorina, dovetti dirle, se ella non mi permette di pa-
care, mi toglie la libertà di entrare un'altra volta nella
sua bottega. Allora si rassegnò ad essere pagata.
" li iniiiii siti: nini iniiiiBiimiiiiiiEiii!
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Tratta dei millantatori e di reduci dei volontari e forzati esigli,
delle adulazioni al popolo; cita il preteso arrivo di un corpo
ausiliare polacco. — Narra un fatto avvenuto all'autore con un
ciarlatano. — Tentativo del 29 maggio contro lo stesso Go-
verno Provvisorio.
Ho narrato fatti che, nel complesso, danno un'idea
favorevole della rivoluzione e dello spirito che dominò
durante la medesima, per quanto anche que' finti non
possano rappresentare che una piccola parte di tutto
quel meraviglioso avvenimento.
Ho detto e ripetuto che colle verità si sparsero anche
molte esagerazioni.
Ora io mi sono chiesto se possa esser cosa utile di
toccare anche questo argomento, dando qualche prova
di tali esagerazioni ? Se dovessi consultar solo la mia
convenienza di scrittore, il desiderio di non offendere
alcuno, il dispiacere che può cagionare a taluni il mo-
strar quello che dicesi il rovescio della medaglia, dovrei
rispondere negativamente, e non soffermarmi sopra un
Ricordi, ecc. 14
210 CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
tema ingrato; ma io non considero la questione da
questo punto di vista. Nulla forse più nocque al giusto
apprezzamento delle Cinque Giornate, di quelle esage-
razioni. Testimonio e narratore di fatti veri e lodevoli,
se passassi sotto silenzio i meno veri od artifiziosa-
mente ingranditi, potrei sembrare che venga a transa-
zione col mio proposito.
La parte bella, la rivoluzione nella sua essenza, nulla
vi perde; le esagerazioni sono specie di incrostazioni
che non reggono al tempo, e solo deturpano la bel-
lezza del fondo su cui si attaccano.
Io mi accingo quindi a trattare la parte meno lu-
singhiera; ma lo faccio per rendere un omaggio alla
verità.
lo ho già fatto cenno della fisionomia che presentava
Milano il 23 marzo, il primo giorno dopo la rivoluzione,
quello che vide sorgere un sì gran numero di combat-
tenti ignoti nei giorni passati, che con frase spiritosa
vennero, come dissi, battezzati gli eroi della sesta gior-
nata. Io ho potuto occuparmi solo ben poco delle loro
gesta, poiché nei primi giorni immediati alla fine della
rivoluzione ebbi a lottare colla burrasca fisica che mi
colse, e dopo fui mandato in missione lontana, si che
passò una decina di giorni, senza che di loro più mi
occupassi, o, per meglio dire, senza che fossi condan-
nato ad udire le loro millanterie.
Al mio ritorno, ai primi di aprile, trovai che non
erano essi soli i padroni del campo. A quegli eroi si
erano uniti i reduci dei forzati o volontari esigli poli-
tici, con un far da maestro, con pretese strane, incre-
dibili. A udirli, erano essi i veri autori di tutto; l'Italia
CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 211
si personificava in essi, e volevano posti, impieghi e
premi, cominciando non pochi di loro a far propaganda
repubblicana. In una cosa si davano la mano cogli eroi
della sesta giornata, ed era quella di considerare la
guerra come un accessorio, generosamente accordato al
Piemonte, da ultimare ; essi non si degnavano di scen-
dere a quel tema , ma stavano nelle alte sfere della
forma di governo, del diritto del popolo a fissarla, avendo
desso conquistata la sua libertà; conseguenza naturale
si fu quella di creare e fomentare un dualismo fra la
Lombardia ed il Piemonte.
Tutto congiurava a pervertire il retto buon senso del
popolo. Non si doveva più pronunciare quel nome senza
aggiungere la qualifica di eroico, capace di miracoli.
Frattanto la guerra cominciava a mietere largamente
le sue vittime; il Piemonte mandava di continuo nuovi
soldati in sostituzione di quelli che il fuoco nemico, ma
assai più del fuoco, gli stenti e la malaria, facevano
sparir dalla scena, ma non si badava ai soldati di un
Re che aspirava alla corona dell'Alta Italia, mettendovi
però il primo la sua vita e quella de' suoi figli.
Quand'ecco un bel giorno si sparge la notizia che
deve arrivare a Milano un corpo ausiliare polacco. Il
più volgare buon senso non poteva a meno di trovar
strana quella notizia. Un corpo di Polacchi! Ma dove
si è formato questo corpo? Che cosa viene a fare a
Milano? Perchè non va al campo? E siccome di buon
senso in Milano ve n'ha in dose non certo minore che
altrove, cosi più d'uno fece di simili interrogazioni. Ma
si era sulla china di far guerra al buon senso, e sapete
cosa si rispondeva? Ah! non li volete, neh! perchè non
212 CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
sono Piemontesi! Non solo poi sì sostenne che veniva
quel corpo, ma si fissò il giorno e l'ora. del suo in-
gresso per Porta Romana. Venne il giorno, e, prima
dell'ora fissata , il largo e lunghissimo corso di Porta
Romana era pieno zeppo di equipaggi, di vetture da
nolo, di cittadini d'ogni classe e d'ogni età. Il corpo
ausiliare si faceva aspettare. Passa l'ora indicata, ma si
dice che ha dovuto ritardare, che però è già molto al
di qua di Melegnano ; arriverà certo; passa ancora del
gran tempo e mai non arriva; taluni cominciano a
perder la pazienza ; ma si diffonde la notizia che i Po-
lacchi sono a mezz'ora di distanza; si fa il sacrificio
anche di quel tempo; finalmente si ode un grido, si
vede un agitarsi, un movimento straordinario presso
Porta Romana. I lontani credono sia proprio il corpo
ausiliare; l'interminabile e fitta colonna di popolo si
apre a poco a poco, e s'avanzano tre vetture, con una
decina, se pure, di Polacchi, che agitavano il loro ber-
retto nazionale, gridando a squarcia gola: Viva Milano!
Viva gli eroi! Abbasso i Tedeschi! e simili esclamazioni.
Un buon terzo degli operai di Milano perdette quella
giornata. E poi si rise alle spalle di coloro che avevano
creduto alla storia del corpo ausiliare polacco.
Non si voleva saperne di prendere la cosa sul serio;
ciarlatani d'ogni genere facevano a chi più sapesse in-
gannare il pubblico; a forza di chiamar tutti eroi, fini-
rono col credere che lo fossero anche quelli che non
erano usciti mai di casa. La parola Milano era stata so-
stituita dalla frase : Città delle Cinque Giornate, alla quale
nulla è impossibile; si spiegavano su per le piazze le
teorie della guerra, e come il battere il nemico fosse,
CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 21 3
ben s'intende, la cosa la più facile; posso citare in pro-
posito un aneddoto che garantisco, perchè riguarda un
tatto che venne provocato da me.
Io passava a caso nella via dei Tre Re C*) venendo da
via Larga e dal Bottonuto. Dopo F albergo Reale, che
già trovavasi in detta via, s'incontra, sulla destra, una
chiesa, che chiamasi di S. Giovanni Laterano, ed avanti
alla medesima havvi un piazzaletto irregolare; quel
piazzaletto era pieno di gente che faceva cerchio attorno
ad un individuo che declamava. Spinto dalla curiosità,
mi avvicino anch'io per sentire cosa spiegava, ed era
nientemeno che il modo col quale si fabbricano i can-
noni; ne diceva delle stranissime, che tollerai in si-
lenzio; ma, finalmente, venne fuori coll'asserzione che
desso, purché avesse avuti i mezzi, poteva dare un can-
none perfetto in ventiquattr'ore. A tanto ciarlatanismo
non potei resistere, e quasi involontariamente esclamai:
Che cosai All'udire quell'espressione, pronunciata anche
in modo che tradiva l'indignazione, tutti si voltarono
verso di me, ch'ero ancora all'estremo cerchio; ma uno
de' presenti mi riconobbe; disse agli altri chi era, e
subito si adoperò per farmi passare avanti, con quegli
atti coi quali si vuole esprimere deferenza ; il ciarla-
tano comprese a colpo d'occhio ch'io non era un qua-
lunque, contro il quale si può aizzare il popolo, e, con
una presenza di spirito, che credo debba essere conna-
turale a chi esercita un tal mestiere, dovendo pur es-
sere preparati a scene consimili, dopo l'interruzione
cagionata dalla mia esclamazione, continuò imperterrita
(0 Ora via Tre Alberghi.
214 CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
il suo discorso, aggiungendo all'ultima frase pronunciata
del cannone perfetto, le parole: ben s' intende poi che si
deve provvedere l'affusto ed altri accessori. Io risi di quel-
l'aggiunta fatta con tanta disinvoltura, ed il pubblica
se n'accorse benissimo, e rise esso pure. Io n'aveva già
di troppo, e me n'andai pei fatti miei.
Ma se i ciarlatani d'ogni genere facevano il male
come uno, cominciò a farlo come cento una stampa la
più sbrigliata che idear si possa. Io non saprei dire
quanti giornali uscissero alla luce ; ne intendo parlarne
singolarmente, ma si può asserire che facevano a gara
per confondere ogni idea, per creare imbarazzi al go-
verno, per far trionfare ognuno le sue idee ed i suoi
uomini. E non stettero paghi a trattar quistioni d'or-
dine pubblico ed attinenti alla politica, ma comincia-
rono a tiranneggiare i cittadini, entrando nelle dome-
stiche pareti, facendosi arbitri dell'onore, della riputa-
zione e dell'onestà dei privati, per quanto questi fossero
alieni dall'immischiarsi in cose pubbliche e non dessero
motivo alcuno ai loro attacchi. Già nell'aprile comin-
ciarono ad apparire le descrizioni de' combattimenti e
dei fatti delle cinque giornate, talune scritte o per spe-
culazione, essendo grandissima l'avidità di apprendere
i particolari di questa rivoluzione, o per vanità, o per
adulazione; quindi piene di favole, e di esagerazioni e
di casi immaginari; e questi essendo frammisti ai veri,
si può facilmente arguire come dovettero alterare ogni
giusto criterio, e qual fede possono meritare. Si videro
citate persone come attive e combattenti che non ave-
vano mai posto il piede fuori della porta di casa; ma-
gnificare atti di nesAina importanza, ed a seconda
CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
dello scopo dell'autore, inalzare o deprimere gli uni
o gli altri; infine si arrivò al punto di asserire per-
fino cose fisicamente impossibili ( l \
(i) Voglio dare una prova di questo, che relego però in una nota, non volendo
allungare il testo con racconti polemici.
La cito poi perchè altre vi potrebbero essere ugualmente concludenti, ma nessuna
in grado maggiore ; ed oggi ancora, se mai qualcuno vorrà darsi questo pensiero,
è sempre facile il verificare la cosa.
Questa prova si riferisce precisamente al fatto della prima bandiera inalberata sul
Duomo, che io vi recai, come ho spiegato, senza correre nessun pericolo.
Eravi in Milano un ginevrino certo Dunant profumiere. Poco dopo la rivolu-
zione, ei chiese al Governo Provvisorio la cittadinanza italiana, basandosi sopra
quanto aveva fatto. Dopo aver enumerato una serie di titoh veri, poiché mi dissero
che realmente si era prestato non poco, volle coronare 1' esposizione con un fatto
clamoroso, ed asserì ch'egli aveva portato pel primo la bandiera tricolore sul Duomo,
in me\\o alla mitraglia dell'inimico.
Siccome però era impossibile il negare che pur qualche altro vi era stato prima
di lui che aveva portato colà una bandiera, che fece il profumiere ?
Asserì che quella era una bandiera bicolore (senza accennare quali fossero i due
colori); dal che ne veniva che la sua, come bandiera tricolore, era la prima. Ma,
per quanto stranissima dovesse sembrare quell' asserzione a fronte del fatto che la-
bandiera da me collocata era stata tolta da una vera selva di bandiere tricolori, e
consegnata alla presenza di un gran numero di testimoni e poi salutata da centinaia
e centinaia, ed annunziata, per ultimo, come tale al pubblico da un ordine del
giorno del Comitato di Guerra; non pertanto il fatto non era impossibile; ma let-
teralmente impossibile e contro le leggi fisiche era la circostanza asserita dal Dunant
di aver collocato colà la bandiera in me\\o alla mitraglia dell' inimico, il che poi
costituiva in realtà il suo principal merito in quell'impresa.
Io ho menzionato come i Tedeschi, nell'ultimo giorno, tirassero a mitraglia dal
bastione di Porta Tosa verso lo stabilimento detto dei Mattiniti, ma ho aggiunto
che la mitraglia non arrivava tampoco colla forza da rompere le grate che difen-
dono i finestroni del primo piano. Or bene, fra tutte le località delle quali erano
padroni i Tedeschi, quella era la più vicina al Duomo ; ma la distanza fra quel
punto e il Duomo è almeno del quintuplo di quella che si percorre per arrivare dal
detto bastione ai Mattimi t. Or si pensi se quella mitraglia, che al quinto della via
era già innocua, poteva venir spinta sulla guglia del Duomo ; osservando inoltre
che dal punto indicato i Tedeschi tiravano sullo stabilimento menzionato tenendo il
cannone quasi orizzontale, laddove invece, per battere la guglia, avrebbero dovuto
puntarlo sotto un angolo molto aperto, ossia tirare dal sotto in su, il che avrebbe
moltiplicato ancora le difficoltà.
A malgrado di tale fisica impossibilità, tale singolare asserzione si trova narrata
in un libro, il cui titolo ben non rammento, ma credo sia quello De' fatti principali
2l6 CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
Nei maggio quel caos aveva già raggiunto un grado
allarmante. Tema favorito dai declamatori era quello
dell'inerzia dell'armata; come non prendeva le for-
tezze, non dava battaglia; andavano innanzi e indietro
da Milano al campo sollecitatori, perchè si operasse,
precisamente come se il prender fortezze di primo or-
dine fosse la cosa più facile; non mancavano poi i
mestatori di mandare al campo tutti gli stampati che
predicavano la repubblica e criticavano le operazioni
dell'armata, e si osava perfino esprimere senza velo
che sospettavasi della fede del Re; si faceva sentire
die la guerra del popolo sarebbe stato l'unico scampo
e la repubblica l'unico mezzo.
Ma i mestatori ed arruffapopoli non si contentarono
di ambire la gloria di educare le masse alle idee della
libertà come essi Y intendevano, ma ne fecero istro-
mento per i loro fini, e fra questi eravi nullameno che
quello d'andar essi al potere a forza di dimostrazioni
di piazza.
Si riunivano da quindici a venti e si recavano sulla
piazza di San Fedele, il cui lato che prospetta a mez-
zogiorno è tutto costituito da una gran fronte del
inventili nelle Cinque Giornate di Milano, o qualcosa di simile ; ma rammento iti modo
preciso che vi è aggiunto che que' fatti sono convalidati da 200 e più testimoni.
Tuttavolta, di que' 200 testimoni non havvene uno solo firmato, e davvero ci vo-
leva un bel coraggio ad asserire d' aver visto il Dunant sulla guglia del Duomo,
in me\\o alla, mitraglia.
Un mio amico mi spedì al campo quella narrazione, perchè ridessi, dicendomi in
quell'occasione ch'io l'orsa non conosceva una circostanza non spregevole nella storia
della bandiera, ed era che la persona che l'aveva data a me dal balcone era una
Isella signora per nome Introini, il che era stato a lui narrato da una persona che
faceva i commenti sulla bandiera bicolore, trovata dal Dunant sul Duomo.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO. 21/
grandioso fabbricato detto del Marino, l'attuale palazzo
municipale e sede in allora del Governo provvisorio.
Il piccolo nucleo veniva tosto ingrossato dai curiosi,
e quando eravi tal numero di persone nella piazza,
che già potesse dirsi di qualche rilevanza, i mestatori
cominciavano a gridare : Fuori il Governo provvisorio :
e se non si obbediva tosto, aumentavano il gridìo, e
cominciavano a far baccano, con che attiravano nuovi
curiosi; in nome del popolo si chiedevano notizie della
guerra, e poi si esprimevano i desideri del popolo.
Nei primi tempi si credette dal Governo provvisorio
che, appagandosi, per quanto poteva farsi senza danno
dell' andamento degli affari, quel desiderio, si acquie-
tassero; ma avvenne l'opposto e, visto che pur otte-
nevano or T una or l' altra cosa, cominciarono a im-
porre la loro volontà in nome del popolo, e la famosa
risoluzione di creare un esercito lombardo distinto dal
piemontese anche per il colore dell' uniforme venne
imposta od appoggiata, di certo, da una consimile di-
mostrazione di piazza. Infine, un bel giorno, quegli
arrutfapopoli deliberarono di fare il loro colpo di Stato.
Il 29 maggio, un pugno di persone le più oscure ed
ignote, capitanate da un mercante di cavalli, riunita,
ne' soliti modi, una folla di popolo sulla piazza di
San Fedele, e chiamato al balcone il Governo provvi-
sorio, dichiararono che esso non godeva più la fiducia
elei popolo, e doveva andarsene ; e spinsero Y impu-
denza al punto di salire nel palazzo stesso e presen-
tarsi alla folla con un foglio che conteneva i nomi
dei futuri membri del nuovo Governo. Un atto di
energia del presidente Casati pose fine a quella sfron-
2l8 CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
tata commedia che poteva convertirsi in tragedia, e,
strappato di mano all'oratore quel foglio, lo fece in
pezzi, in presenza di tutto il popolo, che applaudì.
Ma quell'atto di energia, che pure ottenne lo scopo
di mandar a vuoto l'insano tentativo, rimase un atto
isolato; i mestatori non si diedero per vinti, e con-
tinuarono a suscitare imbarazzi, con gran dolore di
molti che vedevano qual triste piega prendeva la cosa
pubblica. Sono sicuro che oggi ancora non si possono
rammentare quelle scene senza sentirne ribrezzo. I
superstiti, che videro i tempi presenti, hanno avuto
largo risarcimento; ma quanti invece discesero nella
tomba persuasi che l'Italia non si sarebbe mai liberata
dai giogo straniero, e la libertà si sarebbe perduta in
quelle scene di piazza!
Per questo è utile il rammentare anche quei fatti
e mostrare i pericoli del predominio della piazza, per-
chè di mestatori ed arruffapopoli non vi sarà mai pe-
nuria; ma un popolo libero conviene che trovi del pari
e sempre cittadini che sappiano opporsi ai mestatori e
mettersi dal lato della legge e voler che questa sola
imperi.
Ci vuole coraggio anche per questo, è vero.... ma
se un popolo libero non sa trovarne, ha cessato di
esser libero, e non farà che cambiare di schiavitù.
! ;
CAPITOLO QUINDICESIMO
Dello spirito pubblico che dominò in Milano ed in tutta la Lom-
bardia nei primi due mesi — Esercito delle Alpi — La divi-
sione lombarda e Luciano Manara — Combattimento di Goito
dell'8 aprile — Entusiasmo generale — La leva — Nuova mis-
sione nella Valtellina data dal Governo Provvisorio all'autore
— Plebiscito — Prove della prontezza delle popolazioni ad
assoggettarsi a sacrifìci.
Se ho dovuto rammentare fatti inarati ma che si
collegano troppo cogli avvenimenti più felici di quella
rivoluzione per essere passati completamente sotto si-
lenzio, non voglio che il lettore rimanga sotto la trista
impressione che quelli possono destare.
Con maggior soddisfazione per me e pel lettore vo-
glio dar un'idea dello spirito pubblico che dominò in
Milano ed in Lombardia in que' primi tempi.
I quindici anni di esperienza politica (0 che ha fatto
l'Italia, dacché forma un solo regno, mi dispensano
dal dimostrare come il grido di que' partiti non signi-
(i) Riferibilmente al 1875.
220 CAPITOLO QUINDICESIMO.
Scasse punto che quello fosse l'opinione dominante e
tanto meno che fosse rappresentata dalla stampa; e
ciò rammento solo onde non si creda che siavi con-
traddizione fra quanto ho narrato della confusione che
i partiti seppero generare nel campo governativo e
quanto io narrerò intorno allo spirito pubblico domi-
nante, come ripeto, in Milano e nella Lombardia in
quei primi tempi.
Per precisar meglio il concetto dirò che chiamo primi
tempi i due mesi che succedettero alla rivoluzione di
Milano, l' aprile ed il maggio. Furono mesi di sublime
entusiasmo, di dolci illusioni; viva ancora era la fede
nel successo e facile il perdono per gli errori, tutto at-
tribuendosi a tanti e si repentini mutamenti. L'ansia nel
successo, la fede nella propria fortuna temperava i
dubbii anche nelle persone che più freddamente con-
templavano la cosa, e per qualche tempo in pubblico
non ardivano di manifestarli.
Dal 18 marzo, giorno che ebbe principio la rivolu-
zione di Milano al 6 agosto, giorno dell'armistizio fra
l'armata austriaca e piemontese, non corsero che quat-
tro mesi e mezzo ; ma che non videro que' mesi rap-
porto a tutto ciò che può risguardar l' esistenza d' un
popolo ? Sono epoche che concentrano in sé gli effetti
di anni, vere epoche storiche che meritano di essere
studiate possibilmente senza passione, benché questo
sia più facile ai posteri che ai contemporanei.
Finita la lotta di Milano, il Governo provvisorio
esordi con uno di que' atti che nel giudicarli non vo-
gliono mai essere disgiunti dalle circostanze de' tempi
e dallo stato di esaltamento degli animi d'allora. Creò
CAPITOLO QUINDICESIMO. 221
un esercito delle Alpi, cosa affatto diversa dall'esercito
lombardo, del quale ho già fatto cenno. Non era, non
poteva essere, né fu mai cosa seria, poiché all' in-
fuori di ciò che si può fare firmando decreti di no-
mine di ufficiali d' ogni grado, mancava di tutto, non
esisteva nemmeno l'ombra d'un vero esercito; non
fanteria, non cavalleria, non artiglieria per quanto pic-
cole si vogliano ammettere le proporzioni. Aveva no-
minato generale di quell'esercito Luciano Manara, uno
fra quelli che più si erano distinti nelle cinque gior-
nate. Egli abbandonò tosto Milano recandosi verso il
lago di Garda; una moltitudine di gioventù, non sa-
prei precisar quanta, ma credo intorno a quattromila;,
lo seguì. Quali tentativi egli facesse per introdurre un
po' di organizzazione io ignoro, certo si è che quel
corpo non potè far cosa alcuna che avesse influenza
sulle sorti della campagna; ma il Manara era giovine
di senno e fu il primo a comprendere la falsa sua po-
sizione e del suo corpo, ed in breve dell'esercito delle
Alpi più non si parlò, si sciolse ed i suoi elementi
si sparpagliarono entrando ne' diversi corpi de' volon-
tari che si formarono, ed uno di questi venne ancora
capitanato dal Manara, e credo sia stato dei pochi che
pur conobbero qualche disciplina. Ma se l'esercito im-
provvisato sulla carta ebbe in brevissimo tempo quella
fine, non toglie che il contingente pei futuri soldati
che aveva dato Milano non fosse buono, anzi ottimo.
Fedele al suo capo, esso seppe resistere agli sragiona-
menti di coloro che dopo i rovesci del luglio e del-
l'agosto gridavano al tradimento ed alla necessaria
guerra del popolo. Né a questo si fermò, ma quando
CAPITOLO QUINDICESIMO.
nel successivo inverno 1848-49 si riorganizzò in Pie-
monte l'armata sarda sconnessa dai rovesci, si formò
anche una divisione lombarda ove si fusero i corpi di
volontari, e fra i nuovi battaglioni uno era comandato
dal Manara che da generale era divenuto maggiore, e
con lui altri suoi compagni già in alti gradi, furono
ascritti quali come sottotenenti, quali come tenenti od
al più capitani, ed io menziono in modo speciale que-
sto fatto perchè torna a loro grande onore. Quasi tutti
avevano combattuto nelle Cinque Giornate ; se anche
dapprima vennero loro conferiti gradi elevati di troppo,
un titolo almeno lo avevano, non pertanto accettarono
la nuova più modesta posizione, perchè miravano an-
zitutto allo scopo, e non perdettero la fede nelle sorti
d'Italia dopo i rovesci del 1848, ed entrarono franca-
mente nel corpo che ancora presentava le maggiori
probabilità di lottare con successo, nell'esercito rego-
lare del re Carlo Alberto. La divisione lombarda e con
essa il battaglione di Manara era in linea di batta-
glia al momento della riscossa nel marzo 1849 e piena
d'entusiasmo. La condotta inesplicabile di Ramorino,
che poi gli valse la fucilazione, tolse a quella la pos-
sibilità di mostrare il suo valore. La missione di tute-
lare l'onore della Lombardia anche nell'infausta giornata
di Novara venne dalla sorte affidata al battaglione val-
tellinese, capitanato da Enrico Guicciardi ch'era stato
aggregato alla brigata Solaroli, (') che si trovava all'e-
strema ala sinistra dell'esercito piemontese. Esso si di-
(1) L'autore di questo scritto si trovò alla battaglia di Novara qual capo dello
Stato Maggiore della suddetta brigata Solaroli con grado di Maggiore.
CAPITOLO QUINDICESIMO. 22 5
stinse; lasciò parecchi sul terreno, ebbe non pochi feruti,
ma il re Vittorio Emanuele lo premiò ponendolo all'or-
dine del giorno pel suo valore. Qual fosse la valentia
dei componenti il battaglione Manara, lo provò dappoi
quando molti di que' giovani sempre uniti ancora e co-
stituenti il corpo che portava il nome del suo capo, com-
batterono sotto le mura di Roma nell'aprile e nel giu-
gno 1849, e molti vi trovarono la morte, insieme al
valoroso loro capo. Spero non dispiacerà la breve di-
gressione che ho fatto ed il fugace cenno alla memoria di
Manara. Era anche personalmente in ottima relazione
seco lui, ed avevamo fatto conoscenza, proprio in Roma,
alcuni anni prima viaggiando entrambi per nostro diletto
l' Italia, negli ultimi tempi del papato di Gregorio XVI.
Ora ritornerò nll' argomento dello spirito pubblico
dominante in Lombardia nei primi tempi dopo la ri-
voluzione.
Se gli eroi da caffè che avevano preso il posto di
coloro che andarono a combattere; se i tanti mestatori
piovuti da ogni parte riempivano l'aere delle loro gesta
e dei loro progetti, e formavano la parte chiassosa, ben
altrimenti più forte per numero era la classe de' citta-
dini, che erano indipendenti, che nulla avevano da chie-
dere al Governo, e che dal risultamene della felice
lotta gioivano di gioia altrettanto pura quanto disinte-
ressata. Non vi sono più i Tedeschi! era una espressione
che si sentiva le centinaia, anzi le migliaia di volte
al giorno e da ogni classe di persone, ed esprimeva
un insieme impossibile a concepirsi dalla gioventù
d'oggi. Quell'espressione voleva dire: Ma infine ora
siamo qualche cosa anche noi — non saremo più dispre^-
224 CAPITOLO QUINDICESIMO.
%àik — Avremo anche noi degli uomini che potranno farsi
valere. — Una prova V abbiamo data. — Non si potrà
dire che non meritiamo la libertà.
Certamente non si andava allora all'idea dell'unità
d'Italia; l'affermarlo, non solo sarebbe esagerazione, ma
la cosa la più opposta al vero, poiché la grande spe-
ranza, la base del vagheggiato successo della guerra,
stava nell'azione concorde di tutte le forze italiane, e le
notizie allora che più esaltavano erano quelle che la
Toscana, il Papa, il Re di Napoli, tutti si disponevano
a mandar le loro forze alla guerra d'indipendenza; ora
che in compenso si volesse allora cacciare i principi
italiani, dai loro Stati, era pensiero assurdo; e quindi si
era paghi dell'indipendenza, o, in altri termini, che
l'Austria uscisse dall'Italia, poiché sebbene non impe-
rasse direttamente che sul Regno Lombardo- Veneto,
indirettamente signoreggiava tutta l'Italia.
Ad aumentare l'entusiasmo di que' primi tempi ven-
nero le nuove della battaglia di Goito dell'8 aprile. In
realtà era stato ciò che si può chiamare un combatti-
mento brillante; aveva dato luogo ad atti di presenza
di spirito e di slancio, ma non si poteva attribuirgli le
proporzioni di una battaglia, tuttavia si preferì battez-
zarlo così e ritenerlo come preludio della prossima
presa delle fortezze.
Alle notizie che si potrebbero chiamar lombarde e
che facevano tutte capo a Milano, ove neonati giornali
d'ogni colore le foggiavano poi a modo loro perchè
facessero colpo, vennero ad aggiungersi quelle del Ve-
neto: Anche Venezia e libera^ si udì un bei mattino in
quei primi giorni. I Tedeschi partirono senza impegnare
CAPITOLO QUINDICESIMO. 22 5
lotta, nulla soffri Venezia. I giorni memorabili del fa-
talo mese di marzo furono precisamente i giorni 21 e
22 marzo anche per essa.
Tutto questo era avvenuto senza concerto alcuno di
partito fra Milano e Venezia, ma sibbene perchè le me-
desime cause avevano agito sull'una e sull'altra città,
avevano elettrizzate le popolazioni. L'esultanza per
queste notizie non si manifestò soltanto in atti di gioia,
in sterili declamazioni, ma con fatti che dimostrarono
la buona disposizione ad imporsi sacrifici. Per quanto
l'avvenire si dipingesse roseo, e non difficile la cacciata
dello straniero, il retto buon senso e precisamente coli
dove non era stato offuscato da inattesi splendidi suc-
cessi, suggeriva che si sarebbero richiesti molti sacri-
fici di danaro e di uomini, e le offerte alle Casse pub-
bliche, e quelle ai Comitati speciali furono numerosis-
sime e nel complesso per somme ingenti; i piccoli centri
gareggiavano coi grandi, la campagna colle città. Al-
lorché nel maggio fu indetta la coscrizione nella Lom-
bardia, in base alla legge austriaca, giacché non eravi
tempo di cambiarla né motivo, fu un accorrere gene-
rale della gioventù, e si ebbero dei casi/ e non pochi,
di giovani desolati perchè non vennero ritenuti abili,
e molti di quelli che furono favoriti dalla sorte estraendo
numeri alti non raggiunti dalla leva, entrarono come
volontari nei diversi corpi che andavano formandosi;
infine non eravi sacrificio che la popolazione in quei
primi tempi di slancio e di speranza non fosse pronta
a fare, e questo è da dire di tutta la Lombardia, della
quale posso parlare con maggior cognizione di causa,
benché credo che lo stesso avvenisse anche nel Veneto.
Ricordi, ecc. I 5
22Ó CAPITOLO QUINDICESIMO.
Nel maggio il Governo Provvisorio volle affidarmi
una doppia missione in Valtellina, quella di promuovere
l'organizzazione della Guardia Nazionale e quella di at-
tivare le pratiche necessarie per la buona riuscita di un
prestito nazionale per la guerra. Alle missioni pubbliche
altra confidenziale erami stata affidata, quella di predi-
sporre gli animi al plebiscito per la riunione al Pie-
monte, se cioè dovesse farsi immediatamente od a guerra
finita. Il Governo s'immaginava che gli sforzi che fa-
cevano i fautori della repubblica trovassero un'eco nelle
Provincie, e temeva non poco che il loro numero fosse
di qualche entità, poiché convien sapere che unione im-
mediata voleva dire fondersi col Piemonte e formare un
sol regno sotto Carlo Alberto; differire la votazione a
guerra finita, voleva dire preferir la repubblica. Quanto
lilla missione della Guardia Nazionale non fu più difficile
di quella della difesa dello Stelvio, poiché le popola-
zioni erano disposte a tutto, facile del pari fu quella
del prestito per la stessa ragione (0; quanto all'altra
del plebiscito intorno alla quale aveva già assicurato
il Governo che solamente minimo poteva essere il nu-
mero dei dissidenti, venne singolarmente confermato
dal fiuto, poiché il risultato di quella provincia /i* una
(1) Doppia fu la via tenuta per raccogliere mezzi; l'una fu quella del prestito
fruttifero (credo di 40 milioni) e l'altra quella delle oblazioni volontarie. Per queste
eransi costituite Commissioni in tutte le provincie, e le offerte furono numerosissime
Ja ogni classe; anelli, orecchini, crocettine d'oro, ma proprio di quelle colle quali
sogliono ornarsi le ultime classi in città e in campagna ve n'era in tale quantità da
attestare un linguaggio veramente d'oro, quanto l'entusiasmo fosse universale e pe-
netrato in tutti gli strati sociali. Quanti di que' modesti ornamenti erano l'unica
cosa preziosa di coloro che li offrivano ! Or bene, chi mai crederebbe che una gran
parte ebbe miseranda fine? Tutte quelle offerte facevano capo a Milano ove appositi
CAPITOLO QUINDICESIMO. 227
votazione unanime per l'immediata annessione, ^ il che
provò che quando le questioni sono semplici ed il pub-
blico è veramente libero ne' suoi giudizi, il buon senso
trionfo. La Lombardia intera poi non diede che circa
l'uno per cento di dissidenti, ossia per citar cifre esatte,
l'unione immediata venne pronunciata da 560,000 voti,
contro 681. Fu il primo voto solenne di nove voti o
plebisciti ( 2 ) che dovevano succedersi dal maggio 1848
all'ottobre 1870, da quello pubblicato a Milano e no-
tificato a Garda (3) l'8 giugno detto anno al re Carlo
incaricati le ricevevano e pubblicavano i relativi elenchi, che sarebbero oggi ancora
documenti preziosissimi, testimoni parlanti dello spirito pubblico di allora. Quando
sopravvennero i nostri rovesci fu tale la confusione delle menti di quegli incaricati
o di quelle persone qualunque alle quali in quell' epoca erano stati affidati quegli
oggetti preziosi che non seppero porli in salvo, benché dalla disfatta di Custoza (2$
luglio) all'ingresso de' Tedeschi in Milano (6 agosto) decorressero ben 11 giorni.
Non conosco i particolari di quel fatto, ma certo si è che caddero in mano dei Te-
deschi , ed ecco come io lo seppi. Mia moglie aveva offerto anch'essa una catena
d'oro; l'astuccio entro il quale veniva conservata, portava esternamente impresso il
suo nome e cognome scritto per esteso. Verso la fine d'agosto trovandomi nell'emi-
grazione, mi viene fatta l'offerta di riscattare la collana allo stesso prezzo ch'era
stata acquistata all'asta tenuta dai Tedeschi in Piazza Castello, lo non sapeva con-
cepire quella strana provenienza, ignorando il fatto che una massa ingente di quegli
oggetti era divenuta preda dei Tedeschi. L'acquisitore evidentemente si informò chi
era quella signora, ed ebbe la delicatezza di offrirmi il riscatto allo stesso prezzo:
ma tale era allora l'incertezza dell'avvenire che non volli riscattarla, benché il prezzo
fosse vantaggioso. Questo fatto mi provò che anche in quella classe che fornì gli
acquisitori di quegli oggetti , ed era di quella che non badava più che tanto alla
provenienza, vi ebbero lodevoli eccezioni. Pei buoni cittadini ha dovuto essere uno
spettacolo doppiamente doloroso quell'asta, di catene d'oro, di orologi, di anelli,
spilloni e gioielli d'ogni forma e gradazione tenuta su diversi banchini in Piazza
Castello.
(1) Compreso il voto del noto Maurizio Quadrio ch'era di Valtellina.
(2) Ecco la serie: Lombardia, giugno 1848; Toscana, marzo 1860; Emilia, marzo
1860; Provincie napoletane, ottobre 1860; Sicilia, ottobre 1860; Marche, novem-
bre 1860; Umbria, novembre 1860; Venezia e Mantova, ottobre 1866; Roma e pro-
vincie romane, ottobre 1870.
(3) Carlo Alberto era avviato coll'armata a Rivoli ove credeva dar battaglia agli
Austriaci, ma si ritirarono. — Nel luglio successivo ci attaccarono però essi i primi
in quel medesimo punto e fummo obbligati noi a ritirarci.
228 CAPITOLO QUINDICESIMO-!
Alberto, a quello delle provincie romane ch'ebbe luogo
il 2 ottobre 1870 ed in seguito al quale con decreto
del 9 dello stesso mese, il re Vittorio Emanuele II
dichiarava annesse quelle provincie all'Italia con che
si compiva la sua unità. Le due date distano 22 anni
l'ima dall'altra, spazio favolosamente breve nella vita
di un popolo che passa per tante vicende, come passò
l'Italia in quel periodo, ma lungo nella vita d'un
uomo sì che molti, ma molti, non videro che gli anni
infelici, mentre non pochi fra loro contribuirono, ed
anche in grado notevole, alla finale riuscita.
Verso la metà di maggio era già di ritorno anche
da quella seconda missione, e qui siami permesso l'ag-
giungere una circostanza che non è da riferirsi a me
solo, ma a molti, e la posso chiamar caratteristica dei
tempi. Per quelle missioni né ebbi, né cercai giammai
rimborsi di spese dal Governo; chiunque era in grado
di sopportar le spese, lo faceva, senza dar carico alla
cassa dello Stato; primo a dar l'esempio fu lo stesso
Governo Provvisorio, come già accennai. In mezzo al-
l'entusiasmo ed alla disposizione generale sarebbe parso
un'offesa il predicare agli altri i sacrifici e non farne
essi stessi, e taluni sostennero missioni costose ma coi
mezzi propri.
CAPITOLO SEDICESIMO
L'orizzonte s'intorbida — Avvenimenti di Napoli — Il Re delle
due Sicilie ed il Papa ritirano le truppe — L'autore va al campo
ed entra nelP esercito sardo — Descrizione intorno alla parte
presa dal clero lombardo negli avvenimenti del 1848 ed in-
fluenza esercitata da Pio IX.
Col mese di maggio può dirsi che si chiuse l'epoca
delle illusioni per coloro almeno che conservavano tanta
calma da giudicare gli avvenimenti senza prevenzione.
La fredda realtà cominciò a dimostrare che la pre-
tesa facilità di prendere le fortezze poteva ben cam-
biarsi in una difficoltà assai maggiore di quanto si cre-
deva; i giovani volontari al campo cominciarono a spedir
relazioni sulla dura vita del soldato, e gli ospedali a
riempirsi di ammalati; un paese intero era già caduto
vittima della guerra (Castelnuovo Veronese), interamente
abbruciato, i corpi de' volontari, sfasciati per indisci-
plina, erano stati richiamati ai centri e ricomposti. A Na-
poli il re Borbone aveva fatto il suo colpo di Stato
2;0 CAPITOLO SEDICESIMO.
il 1 5 maggio, dimostrando di qual genere fosse la sua
lealtà, e mandando in pari tempo ordine alle sue truppe
di retrocedere ; il Papa, senza sopprimere la costituzione,
aveva ritirato esso pure le sue truppe ; dall'altra parte
notizie sicure dalla Germania annunciavano l'invio di
grosse forze dell'Austria ; l'orizzonte infine s'annuvolava
d'ogni parte.
Dopo aver compite le mie missioni pacifiche io de-
terminai di andare al campo ed entrare nell' esercito
non avendo fede che in corpi regolari, ma dovetti dif-
ferire di alcuni giorni perchè faceva parte d'una Com-
missione per un progetto di legge elettorale che aveva
a suo capo il conte Porro, già membro del Governo
Provvisorio. Si era detto che doveva durar poco; ma
io cominciai allora ad imparare cosa sono i partiti po-
litici e le piccole furberie. In quella Commissione che
si riuniva a Brera, eravi il partito repubblicano in mi-
noranza sì, ma ben pronunciato; esso trascinò la di-
scussione in lungo non solo, ma quando si venne fi-
nalmente alla conclusione, non so per qual fine suo
proprio, a me ignoto, il relatore non dava mai la re-
lazione, talché io avendo perduta la pazienza, piantai
relatore e Commissione, ed ai primi di giugno andai
al campo ed entrai nell'esercito sardo in servizio gra-
tuito qual luogotenente di fanteria. Venni ascritto come
tale al 5 Aosta fanteria, ma tosto aggregato allo Stato
Maggiore Generale sotto l'immediata dipendenza del ge-
nerale Salasco. Il quartier generale era allora a Valleggio
e trovai colà addetti al medesimo corpo il mio amico il
conte Carlo Taverna ed i signori Achille Battaglia, il
conte Alberto Martini ed il signor Giovanni Curioni,
CAPITOLO SEDICESIMO. 23 I
tutti milanesi, non che il signor Marco Minghetti ,
bolognese, ed il duca di Dino, francese, coi quali tutti
strinsi amicizia. Alla fine della campagna veniva pro-
mosso a capitano effettivo di Stato Maggiore. Mi sia
perdonato questo breve cenno tutto personale, ma serva
per provare che predicando agli altri che l'Italia stava
allora nel campo, seguiva anche nel fatto quella mas-
sima; se cause da me indipendenti non mi permisero
d' attuarla prima, fui però in tempo di prender parte
ai più serii eventi della guerra, nei cui particolari non
intendo però di entrare. Farò invece un passo addietro,
ritornando al mese memorabile che vide sprigionarsi
l'uragano, e porrò sotto agli occhi del lettore alcune
considerazioni intorno a due fra le principali ragioni
che vi contribuirono, delle quali ho bensì già fatto un
cenno, di fuga, ma meritano essere conosciute più dav-
vicino, e queste si riferiscono al clero lombardo ed a
Pio IX.
Fra i molti fatti che dopo un lasso di 27 anni (*) dif-
ficilmente si possono comprender bene ed anche giu-
dicare a seconda del merito, sta forse in prima linea
quello dell'influenza di Pio IX e del clero.
Fedele al mio assunto di non parlare che di quanto
posso garantire, io non m'occuperò che del clero lom-
bardo, benché creda che la gran parte di quanto nar-
rerò si possa applicare a tutto il clero dell'Alta Italia.
La sua influenza fu grande, e tale che, se non esi-
stessero ancora testimoni a decine di migliaia, iti ogni
classe di persone, difficilmente lo si crederebbe da chi
(;) Nel 1883 dovrebbe dirsi 35.
CAPITOLO SEDICESIMO.
dovesse apprendere soltanto dagli scrittori di storia la
narrazione di fatti, de' quali non potesse più avvalo-
rarsi di tante e sì svariate testimonianze. Il dimenticare
di far cenno della parte ch'ebbe il clero, sarebbe cosa
ingiusta, un errore storico dei più imperdonabili. Per
quanto modesto sia il carattere di questo scritto, e si
debba qualificare piuttosto cronaca che storia, la sua
base caratteristica rimane sempre la verità, e questa
sarebbe lesa se tacessi di una delle cause più influenti
dei fotti che narrai.
Queste premesse sono indispensabili non per i con-
temporanei degli avvenimenti, ma per la gioventù che
crebbe dopo, e che, trovandosi educata in un'atmo-
sfera affatto diversa, dura fatica a farsi un concetto
netto di que' tempi sotto tale rapporto.
Se un giorno, taluno, senza prevenzioni di sorta, si
proverà a studiare la storia dello svolgimento dell'idea
dell'indipendenza nazionale italiana, troverà un punto
capitale che si presenta da sé quale principio d'un pe-
riodo diverso dei precedenti nel suo andamento. Questo
punto capitale di partenza è l'elezione al trono papale
di Pio IX. Esso comincia a metà giugno 1846, trova
ii suo apogeo verso la fine del successivo 1847, de-
clina bensì dopo quell'epoca, ma per circa la prima
metà del 1848 i suoi effetti sono sempre grandissimi,
e come tali agiscono ancora durante le celebri Gior-
nate di Milano.
Pio IX succedeva a Gregorio XVI, dotto cenobita,
uomo non senza meriti , ma vero tipo d'un pontefice
quale lo svolgimento di tutta la storia del papato aveva
costretto ad essere il Papa, nella sua qualità di sovrano
CAPITOLO SEDICESIMO. 233
temporale, cioè avverso ad ogni libertà, intollerante in
materia politica più ancora che in materia religiosa,
diffidente de 5 principi italiani , ed anche dell'Austria,
ma costretto a riconoscerla come il principal sostegno
del suo trono.
L'opinione pubblica in Italia, e più specialmente negli
Stati Pontifici, erasi rassegnata a non ammettere nem-
meno la possibilità che un Papa potesse essere diverso
da quel tipo, sì perfettamente rappresentato da Gre-
gorio XVI.
L'Italia, nel suo cammino verso la libertà, incontrò
sempre il Papa principe temporale qual suo nemico;
coloro stessi che in piena buona fede credevano che
la condizione di essere sovrano indipendente fosse ne-
cessaria pel capo supremo della Chiesa cattolica, non
si dissimulavano quelle difficoltà di speciale natura, che
doveva generare l'inevitabile lotta fra l'interesse nazio-
nale e l'interesse del capo della Chiesa. Quasi contem-
poraneamente alla nuova dell'elevazione al trono del
nuovo Papa, si sparge quella che sia di sentimenti li-
berali; indi a poco arriva Tatto dell'amnistia così lata,
così ampia, senza restrizioni. L'effetto è indescrivibile,
non già solo in Italia, ma in tutta Europa, anzi in tutto
l'orbe civilizzato. Pochi documenti furono riprodotti così
prontamente da tutti gli organi della pubblicità come
quello. Esso si raccomandava talmente per la sostanza
e per la forma, che fece l'effetto di un vero avveni-
mento, del quale tutti si occupavano, nelle città e nei
villaggi, in pubblico ed in privato. Notizie venute da
Roma non si limitavano a descrivere l'entusiasmo ge-
nerale per quanto già si era filtro, ma annunciavano
234 CAPITOLO SEDICESIMO.
riforme in senso liberale, e l'inaugurazione netta e
franca di una politica italiana, ossia d'una politica ten-
dente a procurarle la sua indipendenza; allora l'entu-
siasmo anche negli altri Stati d'Italia non ebbe più freno.
Pio IX divenne l'inviato della Provvidenza per l'eman-
cipazione nazionale; il perno, il centro il più natural-
mente indicato per la spinta morale verso quella seco-
lare aspirazione dei più insigni figli d'Italia. Un Papa
liberale ! questo capovolgeva i ragionamenti di tanti
scrittori e pensatori antichi e moderni; ma nulla im-
portava che venissero presi in fallo; l'effetto era tanta
maggiore anche per questo; che importava mai che
quegli scrittori e ragionatori avessero torto? L'essen-
ziale si era, che il preteso conflitto, l'ostacolo ritenuta
tanto naturale quanto inevitabile, non esisteva più; e
la teoria, benché appoggiata sino allora dal fatto, ve-
niva distrutta da un altro fatto più recente, che doveva
essere principio di un periodo opposto, convertendosi
in aiuto quello che fino allora si credeva un ostacolo.
Sia pure il primo Papa liberale, che si pone a capa
della falange degli aspiranti all'indipendenza nazionale,
non è per questo meno potente, meno vero o meno
decisivo quel fatto. Il Papa è il capo della milizia la
meglio organizzata che si conosca e con una disciplina
secolare, le cui ramificazioni s'intrecciano con tutta la
società, dalle classi alte alle infime; i suoi ministri
sono ricevuti nei palazzi e nei tuguri, sono ascoltati
dai ricchi e dai poveri, influiscono sugli individui e
sulle moltitudini, in pubblico ed in privato. È un eser-
cito la cui potenza morale è sempre grande, ed in quel-
l'epoca era sconfinata.
CAPITOLO SEDICESIMO. 2$$,
L'idea dell'indipendenza nazionale aveva sempre tro-
vato fautori nel clero lombardo, ma la speciale mis-
sione del clero, la certezza che il capo visibile della
Chiesa era avverso ad ogni innovazione politica, fa-
ceva sì che il maggior numero si tenesse estraneo ad
ogni azione; ma, dacché si annunciò essere liberale il
Papa stesso, cadde la ragione del ritegno, ed il clero
si fece caldo sostenitore dell'idea dell'indipendenza ita-
liana, e fu pel suo mezzo eh' essa divenne popolare
anche nelle campagne. Già un gran passo era stato
fatto in quel senso da scrittori che, condannando gli
insani tentativi delle cospirazioni, avevano accennato
alla via opposta, ossia a rendere partecipi dello scopo,
cui si tende, le moltitudini, le quali soltanto potevano
dare i mezzi, ossia essere pronte ad offrir vita e so-
stanze; il che non si ottiene che con una convinzione
profonda, che conviene prima saper generare. I molti
scritti, che, dapprima in via indiretta e poi senza velo,
avevano agito sulla pubblica opinione, avevano già al-
largato il numero non solo dei credenti nell'avvenire
d'Italia, ma anche di quelli che sarebbero stati pronti
ai sacrifici; nullameno, per quanto fosse grande questo
numero, esso crebbe a dismisura allorquando tutto
l'esercito disciplinato del Papa si fece esso pure a dif-
fondere e commentare la possibilità d'una patria libera
ed indipendente. L'idea, già per sé generosa e sedu-
cente, non più contrastata, ma all'opposto favorita dal
clero, penetrò letteralmente in tutti gli strati della so-
cietà; ma con essa penetrò anche l'idea d'un inevita-
bile conflitto coll'Austria. E si accettava anche l' idea
della guerra, e le probabilità di vincerla si deducevano
236 CAPITOLO SEDICESIMO.
da quella concordia universale che si manifestava. A
prezzo di grandi sacrifici già si vedeva l'Italia padrona
di sé, fare il suo cammino senza lotta fra lo Stato e
la Chiesa, senza nocumento per la religione. Non è a
dire quanto ciò contribuisse ad aumentare il numero
di coloro che avevano fede nei destini del paese e to-
gliendo ostacoli in seno alle famiglie, ravvicinando gio-
vani e vecchi, che per quanto al sentimento nazionale,
alle idee fondamentali di indipendenza dallo straniero
andavano d'accordo, ma dissentivano intorno alla que-
stione del potere temporale del Papa; questione che
veniva naturalmente ad eliminarsi, dacché il Papa stesso
si faceva campione dell'indipendenza nazionale.
Quanto alla lotta inevitabile, già nel 1847 se ne
viddero i prodromi nelle misure che il Governo au-
striaco andava prendendo rapporto alla nuova attitu-
dine del clero. Credo fosse preparato ad ogni evento,
meno che a quello d'un Papa liberale; epperò rimase
stranamente sconcertato. Egli comprese perfettamente
<:he non si poteva fondare unicamente sul numero dei
soldati, sulle baionette e sui cannoni per far fronte ad
un'opposizione diversa da quella preparata dalle sètte
segrete; epperò decise di combatterlo. Cominciò colle
ammonizioni ai parroci, col far sorvegliare e quasi sin-
dacare le prediche; ma riusciva al risultato opposto,
poiché un parroco ammonito diveniva subito oggetto
di simpatia e di lode, come buon patriota. L'autorità
governativa, ultima nella gerarchia degli stipendiati, e
che si trovava all' immediato contatto delle popolazioni,
era il commissario distrettuale. Oltre le attribuzioni
amministrative, aveva quelle della polizia propriamente
CAPITOLO SEDICESIMO. 237
detta, la quale allora si divideva in due distinte cate-
gorie: la polizia che corrisponde all'ufficio di pubblica
sicurezza odierno e la polizia politica. Rapportò alla
prima, le condizioni fatte da una- sequela d'anni di go-
verno forte erano buone, e per questo quelle autorità
avrebbero avuto, se non la simpatia delle popolazioni^
certo nessun odio da esse; ma in que' tempi, e nel bi-
sogno in cui si trovò il governo, allorché dovette com-
battere anche il clero, la parte politica prevalse.
Si fu a que' commissari che venne ingiunta la sor-
veglianza sul clero, sopratutto nelle campagne, ma l'ef-
fetto ne fu che i commissari, già poco benevisi, cad-
dero ancor più basso, e vennero riguardati come gli
stromenti i più ciechi del governo; facilmente nac-
quero quindi le lotte fra essi ed i parroci e. le auto-
rità comunali, che, per essere gratuite, una certa indi-
pendenza naturale pur l'avevano. Queste lotte erano
piccole, se vuoisi, prese una per una, e sovente la loro
conoscenza non varcava i modesti confini del Comune ;
ma suppliva il numero; era il fermento che si faceva
generale; dalle città veniva l'intonazione; colà il gran
chiasso, che poi nelle campagne si diffondeva su vasta
superficie.
Si fu in tale disposizione d'animi generale a tutta la
Lombardia, che sorse il 1848.
Coloro che con maggior attenzione tenevano dietro
alle difficoltà colle quali doveva lottare il Papa, si
erano già accorti che non era né poteva essere quel
tipo ideale che di lui aveva fatto l'opinione pubblica
dominante. Egli stesso aveva a più riprese dichiarato
che lo si voleva spingere oltre il limite al quale ere-
CAPITOLO SEDICESIMO.
deva poter andare ; ma nelle moltitudini nulla di que-
sto era ancora trapelato; e siccome poi anche fatte
quelle sottrazioni, in realtà la parte da lui presa e man-
tenuta ancor sempre in quell'epoca, costituiva un abisso
fra Pio IX ed i suoi antecessori, così grandissima era
sempre la sua autorità e la sua influenza, al princi-
piare di quell'anno cotanto memorabile. Venuti i giorni
di lotta, vidersi anche i seminari gareggiare d'entu-
siasmo colle università e coi licei, e molti chierici
cambiar carriera e prendere il fucile. Il clero già vin-
colato, fermo al suo posto, porse tutto l'aiuto che po-
teva dare moralmente ed anche con sacrifici materiali;
vi ebbero esempì generosi, e non pochi; e può dirsi,
senza esitanza, che il più gran numero fece il suo do-
vere; ed io richiamo quei meriti, anzitutto perchè è
un fatto, una verità, ma poi perchè non diviene mai
tanto necessario il rendere giustizia quanto in tempi
nei quali è dimenticata o contrastata.
PAPA PIO IX.
Io non so se avverrà che si trovi lo storico che sa-
prà tramandare ai posteri il ritratto morale di Pio IX.
Ne dubito molto, e sicuramente sarà impresa difficile.
I fatti ai quali si mescola la passione, sono sempre i
più difficili ad accertarsi nella loro vera natura. L'en-
tusiasmo e l'odio si possono paragonare a lenti che
alterano le proporzioni; rapporto a pochi uomini si
passò dall'uno all'altro eccesso, come rapporto a Pio IX.
Per quanto grande fosse l'entusiasmo in Lombardia nei
primi anni del suo papato, credo che fosse superato da
CAPITOLO SEDICESIMO. 239
quello destato in Roma, stando alle narrazioni di quel
tempo. Più ancora di quelle testimonianze valgono quelle
dei contemporanei sempre viventi; e questi narrano che
nessun uomo, nessuna penna umana saprebbe descri-
vere l'entusiasmo destato da Pio IX, allorquando, nel
giugno 1846, affacciatosi al balcone del Quirinale, in-
vocò la benedizione di Dio sull'Italia. La vasta piazza
era piena stipata di popolo d'ogni ceto e d'ogni età.
La preghiera era sincera e venne esaudita.
Ventidue anni dopo a quel medesimo balcone si pre-
sentava Vittorio Emanuele II, la personificazione del-
l'unità ed indipendenza italiana; i frenetici applausi
dalla piazza egualmente stipata accolsero il primo re
d'Italia. Fra i sacrificati, fra le vittime, direbbe la pas-
sione, di questo grande periodo storico che riunisce il
1846 al 1870, vi ebbe il Pontefice stesso; la benedi-
zione si sarebbe rivolta contro di lui nel concetto di
coloro che danno anche alla Provvidenza le passioni
umane, e, sempre ciechi, credono che la perdita del
poter temporale si possa paragonare ad un castigo.
Verrà forse un giorno in cui si troverà che fu il più
grande beneficio per la religione ; ed è in questo senso
che io dissi che la Provvidenza aveva accolta la sin-
cera preghiera di Pio IX al doppio beneficio dell'Italia
e della religione. Egli è però certo che quelle due
estreme epoche, il 1846 e 1870, racchiudono avveni-
menti strani, inattesi, singolarissimi; gli amici diven-
tano nemici; l'entusiasmo si converte in odio; la re-
ligione vien chiamata in aiuto a fini temporali, quando
questi sono più contrastati e quella più fiaccata; si
confondono le idee; più non regna che la passione;
240 CAPITOLO SEDICESIMO.
ed, in mezzo a tanto caos, 1' impresa nazionale fa il
suo cammino, giovandosi della virtù e degli errori del
grande protagonista, del quale si vorrebbero ora met-
tere in evidenza solo gli errori, negando i meriti. Sa-
rebbe questo giustizia? Or come lo giudicheranno gli
Italiani? Se fosse possibile imporre silenzio alle pas-
sioni, io direi che non vi è indulgenza che basti per
giudicare Pio IX, sì grande è il debito che a lui deve
T Italia. Ma non sarebbe forse anche questo un lin-
guaggio che sente la passione, potrebbe chiedere taluno?
Io non credo, e spero provarlo, ed a questa prova
ci tengo, e ci devo tenere, perchè almeno presso quei
pochi che mi leggeranno vorrei pure trovar credenza
non invocata per generiche affermazioni di lealtà, ma
basata su antecedenti del narratore, i quali, per quanto
siano modesti ed individuali, portano alla conseguenza
che merita la fede invocata.
Io ho già fatto cenno come, non contento di rin-
chiudere in me le aspirazioni per l'indipendenza d'Ita-
lia, mi facessi a propugnare quelle idee anche con
scritti; il mio punto di partenza era quello: che l'Ita-
lia doveva redimersi da sL Partendo da simile base,
era impossibile il pensare all'unità, perchè, se era già
un' impresa arrischiata il combattere la potentissima
Austria colle forze unite delle quali potevano disporre
i sovrani del Piemonte, della Toscana e delle Due Si-
cilie, sarebbe stata impossibile se contemporaneamente
si fosse accesa una guerra civile ; cosa inevitabile se
si fosse voluto sacrificare due di essi al terzo. D'al-
tronde, dicevo allora, l'Italia non solo ha bisogno di
costituirsi, rna di sorger forte e che abbia confidenza
CAPITOLO SEDICESIMO. 24 1
ih sé stessa e si guadagni il rispetto e la stima delle
altre nazioni.
Ma per arrivare a questo è indispensabile che la
propria redenzione le venga, anzitutto, da sé stessa,
e non da stranieri; è dessa che deve versare il suo
sangue; sacrificare i suoi tesori. D'altronde, ove tro-
verà gli uomini per governare se mancheranno le oc-
casioni per svilupparli, per porre in evidenza le sue
attitudini militari e politiche? Chi crederà alla solidità
di un ordine creato non dalla forza degli Italiani, ma
dagli stranieri? Non è egli ovvio che si dubiterà che
possa consolidarsi ciò che non è sorto per forza pro-
pria? Qual è mai il bambino politico che in tesi astratta
non avrebbe preferito un' Italia una ! Ma come era pos-
sibile il farla senza che nessuno l'aiutasse? La que-
stione non era teoretica e di aspirazioni più o meno
generose, ma pratica; era la questione che decider si
doveva a cannoni e baionette sui campi di battaglia;
e per l'Italia la sua prima, la sua questione vitale non
era quella dell'unità, sibbene quella dell'indipendenza
da ogni dominazione straniera. Si è su quel tema che
conveniva portar allora l'attenzione della nazione e cal-
colare le sue forze, per vedere se poteva cimentarsi;
ed, a mio avviso, lo poteva in determinate condizioni,
e lo doveva fare.
Nel mio concetto sacrificava l'unità all'indipendenza,
purché questa fosse tutta opera nostra. Ero nemico di-
chiarato d'ogni intervento straniero.
Nel fare la rassegna delle forze italiane, nel passare
in rivista gli ostacoli da vincere, potentissimo, per
l'influenza morale mi pareva ch'esser dovesse quello
Ricordi, ecc. 16
242 CAPITOLO SEDICESIMO.
della guerra al principio del poter temporale del Papa ;
ed era precisamente su quel tema che gli scrittori erano
divisi; autori di grandissimo merito, come il Balbo,
che i posteri apprezzeranno più assai dei contempora-
nei, non sapevano concepire quella separazione senza
grande perturbazione nelle coscienze, e quindi con una
pericolosa reazione anche sulla questione politica del-
l'Italia. A me pareva diversamente; ma il giudicare in
quel modo prima che salisse al trono Pio IX, era cosa
di ben piccolo merito, dacché può dirsi che fosse l'opi-
nione dominante; ed io scriveva precisamente correndo
l'ultimo anno del papato di Gregorio XVI.
Fui obbligato ad entrare in queste particolarità, per-
chè in questo caso la data costituisce il perno della
questione. La condotta di Pio IX durante il primo
anno rovesciò quella credenza generale; capovolse, colla
persuasione de' fatti, i ragionamenti secolari; in tal
modo che, non solo non si trovò più nel 1846-47 chi
sorgesse a predicare contro il potere temporale del
Papa, ma, invece, erano numerose e clamorose le con-
versioni in senso opposto; fioccavano gli indirizzi ed
i consigli al datore della libertà, al primo italiano. Il
Gioberti, persona di tanta autorità, aveva sognato un
Papa paciere universale. Pio IX parve la realizzazione
di quell'ideale del grande filosofo. Come dovessi ri-
manere anch'io al vedere qual via prendeva il nuovo
Papa è facile il concepirlo. Un Papa liberale ! I fatti,
che si svolgevano sotto i miei occhi, non ammette-
vano dubbio; tutti gli autori, sommati assieme, non
avevano prodotto, nel corso d'anni, un effetto eguale
a quello ch'egli produsse nel corso di pochi mesi; è
CAPITOLO SEDICESIMO. 243
vero che quelli prepararono il terreno, ma quell' im-
pulso da lui dato fu di così strana efficacia, che, nel-
l 5 effetto li vinse tutti. Vorrò io perseverare nella
dottrina dell' incompatibilità del potere temporale del
Papa colla libertà ed indipendenza d'Italia, mi chiesi
allora ?
Per una combinazione, i cui particolari risparmio al
lettore, il mio libro, eh' era stato stampato lontano,
fuori d'Italia, non comparve che quando già dominava
l'entusiasmo per il nuovo Papa. Avevo avuto il tempo
di ricredermi, ma fatto, come si direbbe, l'esame di
coscienza su quella professione di fede, non arrivai a
persuadermi della possibilità che la libertà d'Italia fosse
compatibile col dominio temporale del Papa. Pio IX
tenta l'impossibile, mi dissi; o desso cade in tale im-
presa, od è obbligato a cambiar via.
Contento che la data provasse che io non scriveva
per oppormi alla corrente, la quale, naturalmente, non
si lasciò punto commuovere dall'avviso opposto di uno
scrittore che non poteva battezzare nemmeno col suo
nome il povero suo scritto; io ammirai la condotta di
Pio IX forse più degli altri, vedendo come quest'uomo,
già fatto segno alle ire de' più grandi nostri nemici,
s'incamminasse su d'una via cotanto difficile per amore
dell'Italia. Un Papa liberale voleva dire, nell'opinione
dei nostri nemici, un Papa fedifrago. Il Papa è con-
siderato come un usufruttuario d'un potere non suo;
gli aspiranti alla successione lo considereranno come
un depositario infedele. Tutto quel secolare compli-
cato edilizio che si chiama il potere temporale del
Papa è basato. sul principio d'uno sconfinato assolu-
244 CAPITOLO SEDICESIMO.
tismo, così lo prova la storia; e che in egual modo
lo giudicassero quanti avversavano la causa italiana,
lo provò la loro sorpresa, il loro sgomento, allorché
viddero i primi atti di Pio IX. Era quella una norma,
un termometro per un italiano, e nessuno più di me
fu contento d'aver torto, poiché, per quanto fossi con-
vinto che queir individuo non poteva seguitare, non
ero sì stolto da ammettere che il mio giudizio fosse
infallibile. Ora quegli anni sono ben lontani, e come
Pio IX cambiasse è a tutti noto; non poche furono
le debolezze da lui commesse, ma sono forse gli Ita-
liani che devono sorgere suoi acerrimi accusatori ?
Lasciate che io commetta un anacronismo, se volete,
ma io non voglio separarmi dal Pio IX del 1847.
Conobbi e conosco politicanti e politicastri che nel-
l'epoca del suo grand' auge non trovavano abbastanza
termini per inalzarlo; più tardi non ve n'erano che ba-
stassero ad esprimere la loro indignazione. Nulla sanno
perdonare all'uomo che pur fece tanto, le cui virtù ed
i cui errori tornarono egualmente utili all'Italia.
Per conto mio amo attribuire a lui solo le prime,
e dico che divide gli errori coi tristi suoi consiglieri.
Che lo straniero nulla voglia perdonare a Pio IX lo
si comprende, benché l'atteggiarsi di taluni, come se
fossimo ai tempi di papa Gregorio VII (Ildebrando),
sia esso pure un anacronismo; ma gli Italiani hanno
l'obbligo di giudicarlo diversamente dagli stranieri; essi
non hanno diritto di ripudiare i primi anni e sottrarre
dalla storia gli effetti di queir eccitamento che diede
alla loro causa; e questo contrappesa i molti errori
che nella difficilissima via ha commesso.
CAPITOLO SEDICESIMO. 245
Nessuno fu meno sorpreso di me nel vederlo soccom-
bere, ma pochi del pari sentono tanto ribrezzo dei
codardi insulti, e giova sperare che, quando saranno
spariti tutti coloro che vogliono far dimenticare gli
eccessi antichi coi nuovi, si sarà più giusti anche con
Pio IX; e voi, storici lontani, se mai la mia voce
giungerà fino a voi, lasciate che ripeta: che gli Ita-
liani devono essere ben indulgenti nel giudicare Pio IX .
.::. . ■ . ■ i:ì . ;.;•;■;■■ ; .: ',
CAPITOLO DICIASETTESIMO.
Conclusione — L'autore entra in alcuni particolari intorno al-
l' andamento attuale della cosa pubblica — Crede che il rimedio
-debba venire da una maggiore attività da parte dei cittadini
indipendenti per mezzi e posizione sociale — Cita l'esempio
dei grandi uomini che contava Milano nella fine del secolo
passato — Tocca delle grandi questioni sociali che minacciano
la civiltà e chiude esortando gli uomini indipendenti a volersi
occupare un po' più degli affari pubblici.
La narrazione dei fatti da parte mia è ultimata; e,
come storico, o, dirò meglio, come cronista, dovrei
prendere congedo dal mio lettore; ma ho un' ultima
preghiera da fare; ho qualche pagina da aggiungere,
che pur vorrei fosse letta. Ripeterò quanto dissi nella
prelazione, che l'aver atteso 27 anni a scrivere questi
Ricordi mi libera, voglio sperare, dal supposto che un
amor proprio, spinto sia stato la cagione che mi in-
dusse a narrare le vicende delle quali fui testimonio.
Ora vorrei aggiungere che i brevi consigli, che parrai
essere in diritto di poter dare in questa conclusione.
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 2 \'j
furono una delle cause, e forse la principale, che mi
indussero a scriverli.
Il cammino che ha fatto l'Italia dal 1848 al 1870
ha del portentoso, e vi sarebbe da andarne superbi, se
si potesse dire che, almeno nella sua maggior parte,
lo si dovesse alla nostra virtù e non all' aiuto stra-
niero; ma, infine, quest'Italia una ed indipendente esi-
ste, e gli Italiani presenti e futuri hanno l'obbligo di
renderla forte, onorata e rispettata.
Coloro che caddero in tante lotte hanno diritto di
reclamare che il loro sacrificio frutti e non sia sciu-
pato o convertito in preda ignobile di basse vanità
personali, fatto sgabello a sovvertitori d'ogni genere,
a predicanti di nuove teorie sociali, che avvolgereb-
bero l' Italia nel caos, per poi finire con la guerra
civile.
Dopo aver dato la vita per la patria, dopo aver
dato il prezioso cemento all'edifizio delle nazioni, che
è il sangue, non solo non devono mai essere dimen-
ticati, ma si devono invocare quelli che lo sparsero,
come i geni tutelari, dai loro concittadini, ovunque
siano caduti, a qualsiasi paese essi appartennero ; i
loro nomi devono essere sacri in tutta Italia; ma egli
è naturale che la venerazione più speciale, la ricor-
danza più viva venir debba dal paese natale, e l'ap-
pello fatto in loro nome non dovrebbe mai essere fatto
invano. Milano ne conta molti, ed ho fatto conoscere,
per quanto imperfettamente, in quale famosa circo-
stanza perisse buon numero di essi.
Se ho qualche speranza che il mio lavoro sia bene
accolto, si è nel luogo che fu il campo di quegli av-
248 CAPITOLO DICIASETTESIMO.
venimenti, e pel quale divennero storia patria nel più
stretto senso della parola.
Ai concittadini di que 5 valentissimi mi rivolgerò di
preferenza, ponendomi sotto la tutela de' geni tutelari
del loro paese, e parlerò francamente.
L'Italia è fatta. Se i caduti per essa potessero udir
solo quella frase si riterrebbero largamente premiati
del loro sacrificio; ma sarebbero ben presto contur-
bati, se conoscessero anche il modo col quale s' in-
cammina.
Non vi ha dubbio di sorta che quando si pensa agli
innumerevoli interessi che si dovettero ledere nel fon-
dere sette Stati in un solo; alle centinaia di leggi di-
verse che si dovettero coordinare, ai privilegi di diritto
e di fatto che si dovettero abolire; si può chiedere se
il fatto stesso, che pur si vinsero quelle difficoltà, non
parli in favore di quella forza coordinatrice che pur si
è trovata, per quanto imperfetto sia ancora P ordina-
mento del nuovo Stato. È questo un ragionamento
che si fece e si fa molte volte, ed ha del vero; ma
esso è di tal natura che ogni giorno perde della sua
forza; se alla sconnessione, cotanto naturale e perdo-
nabile de' primi anni, non subentra a poco a poco la
solidità delle instituzioni, la regolarità nelle ammini-
strazioni, la fede nell'avvenire, si rimarrà coi danni
dei primi tempi, ma non più scusabili.
Da cinque anni (*5 è chiuso il periodo che si può
chiamare militante, il periodo nel quale si possono per-
donare anche molti errori commessi; ma il lasso di
(1) Riportandosi al 1876, epoca della prima edizione, ora (1883) sono sette.
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 249
cinque anni non è breve; ed anche volendoci pur ri-
ferire al 1870, qual punto di partenza, possiamo noi
dire che la cosa pubblica, nel suo complesso, siasi at-
teggiata in modo da riprometterci un avvenire tran-
quillo e decoroso, quale conviene ad una nazione che
è grande pei* numero d'abitanti, per ampiezza di ter-
ritorio, ed indipendente di fatto, e deve aspirare ad
essere considerata ed apprezzata dalle altre ? Se non ci
mancano anche motivi di rallegrarci per progressi in
qualche ramo speciale, possiamo noi nasconderci i molti
mali presenti, che minacciano ogni giorno di divenir
più seri, come gli sconcerti finanziari di tanti Comuni,
l'abbassamento nel concetto delle popolazioni dell'idea
di giustizia per opera della Giurìa, come oggi si
chiama e come oggi è organizzata ? Forse che piccolo
può ancora chiamarsi l'abuso della libertà per parte
della stampa? E se taluno volesse asserire il contra-
rio, chi mai illuderebbe desso ? Forse qualche lontano
che, nutrendo simpatia per il nostro paese, crede vo-
lentieri quello che desidera. Incominciamo a non illu-
derci noi; abbiamo la carità patria illuminata di sve-
lare e scrutare le nostre piaghe, studiare i nostri mali
senza esagerarli, ma anche senza volerli diminuire, e
l'Italia camminerà.
Ogni epoca, ogni fase, nello svolgimento della vita
d'un popolo, richiede il suo speciale genere di corag-
gio per progredire al meglio. Nel periodo della lotta
era indispensabile il coraggio che si riassume nel sa-
crificare la propria vita, e l'Italia lo trovò; nel pe-
riodo della sua organizzazione, nel quale oggi ci tro-
viamo, occorre quello di chiamare le cose pel loro
25O CAPITOLO DICIASETTESIMO.
nome; occorre il coraggio della propria opinione; oc-
corre quello di saper combattere la tirannia della
piazza, tirannia effimera, ma tirannia essa pure; oc-
corre, all'uopo, il coraggio di saper affrontare la cosi
detta impopolarità, e questo coraggio scarseggia in
Italia; eppure è indispensabile. Ei conviene che si trovi,
perchè la vita d'una nazione libera ed indipendente,
quale si è in oggi l'Italia, è vita di attività e di lotta
di principi; nessun cittadino onesto, chiamato dalle
leggi ad un'ingerenza per quanto modesta ed umile,
deve chiamarsi estraneo; e, se molti si astengono nel
fatto, subiscano le conseguenze dell'attività altrui, an-
che sregolata, anche rivolta a tutt'altro che al pub-
blico bene. Ma il gran male si è che le tristi conse-
guenze non solo vengono subite da quelli che le me-
ritano, ma si fanno subire anche a coloro che non vi
hanno alcuna colpa. Nessun cittadino deve rifiutarsi
a concorrere all'andamento della cosa pubblica. Questo
è il principio fondamentale, sì poco curato in Italia.
Quanti cittadini indipendenti ed onestissimi, credono
che quando hanno soddisfatto le imposte, il loro com-
pito sia finito , e abbiano diritto di starsene tranquilli
all' infuori d'ogni questione, non pensando che ai fatti
loro ? Ebbene, sono in grave errore. La legge , il paese
chiede loro il sacrificio di una mezz'ora all'anno per
andare a votare per l'elezione di pochi consiglieri co-
munali (volendo scegliere un esempio riferibile agli
ultimi ordigni della macchina sociale , ma che sono
indispensabili essi pure); ma quella mezz'ora non si
trova, non si dà importanza all'atto, al proprio diritto.
Si ha la coscienza che, votando, si poterebbe senza
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 25 I
secondi fini; si ha la certezza che non tutti seguono
quella massima, eppure si trascura d'esercitare il pro-
prio diritto, di portare un voto coscienzioso, e, se oc-
corre poi, si deplora il risultato delle elezioni.
Questo è il gran male, tanto più grande, quanto
più generale. Lo si comprende, lo si spiega esso pure
senza fatica*; la nessuna partecipazione ai pubblici af-
fari per lo addietro, seminò l'inerzia e l'apatia; ma
la spiegazione non è una scusa in presenza sopratutto
dei mali che genera, e questi non sono meno gravi.
Come mai l'Italia, 'all' indomani della sua rigenerazione,
trova già stanchi tanti de' suoi figli, e tanta svoglia-
tezza da rifiutarle il più leggiero soccorso nel nuovo
suo cammino? Certo che non è sì facile; ma chi mai
avrebbe posto su eguale bilancia le difficoltà di farla
camminare franca e risoluta con quelle di redimerla,
liberarla da tanti ceppi d'ogni genere , d'ogni natura ,
antichi e moderni? Quell'ideale che vagheggiarono
tanti valent'uomini, pel corso di secoli, apparisce forse
deformato, ora che s'incarnò realmente nel fatto, tanto
da perdere le sue attrattive? Oh, non si faccia sì grave
torto alla verità! Sarebbe un'ingiustizia verso quanti
si adoperarono a quel grande risultato, ed una cru-
deltà verso i posteri. Che importa che l'Italia sia li-
bera ed indipendente se non è capace di rendersi forte
e rispettata? Forsechè un'altra nazione, che da secoli
è una e indipendente anch'essa, la nazione spagnuola,
che pure è fornita di nobilissime doti, non è lì per
mostrarci che l'unità ed indipendenza non bastano per
costituire la nazione in modo stabile, che permetta lo
svolgersi di tutte le sue forze, di tutte le sue attitu-
2^2 CAPITOLO DICIASETTESIMO
dini, tanto da rendersi prospera e rispettata? Se reca
meraviglia come una si lunga lotta non abbia esaurite
le forze vitali di quella nazione , non si può a meno
di considerare, dall'altra parte, cosa sarebbe la Spagna
se tutte quelle forze morali e materiali , che si para-
lizzarono, fossero state impiegate in modo utile. Qual
alto luogo non occuperebbe dessa nella stima univer-
sale! Quale prosperità non regnerebbe nel suo seno!
Oh! lasciate che l'Italia redenta abbia spavento di
venir trascinata sulla via della Spagna. Si faccia pure
larga parte alle difficoltà che si dovettero superare ,
ma, in nome e per amore di coloro che ci fecero vin-
cere, e, colla loro morte diedero la vita a questa gran
patria comune, che a noi consegnarono, non abbando-
niamola, lasciando che trascini fra stenti la sua esi-
stenza. Ma chi la deve soccorrere? La grande massa,
rispondo, degli onesti cittadini, che oggi si chiamano estra-
nei a qualunque ingerenza ne* pubblici affari, per quanto
sia modesta. Nella massa de' cittadini indipendenti sta
la forza d'una nazione; ma, quando questi cittadini
fanno il loro dovere. Questa classe non è piccola in
Italia; fate che dessa entri ovunque ha diritto di en-
trare, e l'Italia camminerà colle sue leggi, colla sua
libertà; il buon senso domina, e, ben presto, coll'unio-
ne verrà la forza, e con questa il coraggio che occorre
in tutte le possibili sfere ed amministrazioni; ed allo
sconfortante pensiero di un avvenire che s'intorbida
sottenderà la fede nei destini d'Italia, quella fede che
ravviva, che opera miracoli.
Ma... io mi accorgo che ho divagato , che ho bat-
tuto, come suol dirsi, la campagna; mille e mille volte
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 2)3
furono già dette queste cose ; vennero dati simili con-
sigli, e non valsero gran fatto a scuotere l'inerzia e
l'apatia. Non per questo mi sgomento , né cancello
ciò che ho scritto, e mi tengo al consiglio, al detto,
tanto antico quanto autorevole: Battete, e vi sarà aperto.
Ebbene, verrò anch'io a battere in nome di colora
che caddero, e forse qualcuno mi ascolterà. Anziché
vagare, dissertando in tesi generali, io entrerò in par-
ticolarità, e mi rivolgerò alla classe che, a mio giu-
dizio, fornisce gli elementi migliori, a quella de' cit-
tadini indipendenti, che non hanno nulla da chiedere,
nulla da temere; quella classe che, laddove fosse pe-
netrata dal sentimento del dovere che hanno tutti i
cittadini, di contribuire al rassodamento ed all'onore
della patria comune, sarebbe in grado di somministrare
il personale necessario in tutti gli uffici amministrativi
fondati sul principio elettivo e sul principio delle fun-
zioni gratuite, dal consigliere comunale al deputato al
Parlamento; dall'amministratore del patrimonio d'un
Luogo Pio, di poche migliaja di lire, a quello di mi-
lioni. Non sono cose né difficili, né nuove. In Inghil-
terra, in Germania, una persona, per quanto sia ricca,
si propone un fine, una meta alla sua operosità, per-
chè il far pompa di ricchezze che non giovano che al
possessore procura disprezzo anziché stima; ogni per-
sona che sente dignità sdegna essere un inutile paras-
sita nella grande famiglia alla quale appartiene; se
tali sentimenti divenissero popolari anche in Italia,
influirebbero ben presto a spingere quella classe di
cittadini all'attività pubblica.
Ma, per conseguir questo fine, per arrivare a ren-
2)4 CAPITOLO DICIASETTESIMO.
der popolare queste idee, occorrono fatti, le moltitu-
dini si persuadono solo cogli esempi; poco giovano le
teorie. Al merito speciale di servire il proprio paese ,
in qualunque ufficio o grado, che pur richiedesse an-
che un piccolo sacrificio, aggiungeranno quello di mi-
gliorare , sotto tale rapporto , l'opinione pubblica in
Italia sulla ricchezza privata; perchè, se fra noi si ri-
spetterà forse ancora per lungo tempo più di quanto
merita il ricco ozioso, si considererà almeno come un
ideale il ricco occupato ed utile al paese.
L'Italia ha bisogno della considerazione e della
stima delle altre nazioni. Se v'ha questione nella quale
l'illudersi e l'incensarsi sarebbe proprio ridicolo, è si-
curamente quella relativa alla stima delle altre nazioni.
La risposta al quesito: Cosa vale l'Italia? non deve
partir da noi, ma sibbene dobbiamo fornir noi gli ele-
menti. L'estero (e chiamo con questo nome chi non
è italiano), sa benissimo che una gran parte del suc-
cesso dell'Italia non si deve agli Italiani, e nell'asse-
gnargli la sua parte, è più severo di noi; e chi lo
spinge a quella severità sono le tendenze manifestate
da taluni, e non pochi, di voler menomare il soccorso
prestato da altre nazioni all'Italia, e sopratutto, par-
liamoci ben chiaro, il grande servizio che ci venne
reso dalla Francia.
Quanto più alta non sarebbe certo la stima per
l'Italia se avesse conquistato da sé sola la sua condi-
zione attuale; ma, dacché ciò non era tampoco fra le
cose possibili, non dobbiamo cercare dì menomare il
merito altrui , perchè , in luogo di far crescere il no-
stro, lo si diminuirebbe per l'ingrato senso che desta
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 255
anche nelle nazioni che furono neutrali, ogni idea di
ingratitudine. L'Italia conta abbastanza fatti splendidi
ed annovera tal numero di vittime per attestare che
non fu piccola anche la sua parte nella grande opera,
€ ne converranno tanto più facilmente anche gli estra-
nei, quanto più noi rispetteremo il merito altrui. Ad
ogni modo, la questione è finita; su questo campo
non vi sono più allori da cogliere ; e quanto al saper
conservare, occorrendo, colle armi, la posizione attuale
è questione dell'organizzazione del nostro esercito ,
nella quale non voglio, né è questo il luogo d'entrare.
Ma se l'Italia, oggigiorno, per via delle armi, non
può cambiare quella qualsiasi opinione che essa gode
presso gli altri popoli, e solo può prepararsi perchè,
all'occasione, le sia dato di mostrarsi vera potenza;
ben può misurarsi seco loro e cogliere allori sopra
altri campi, quelli delle scienze, delle industrie e delle
arti, il che dipende solo da lei. Trent'anni or sono,
un uomo, che l'Italia annovera giustamente fra le sue
celebrità, il Gioberti, scriveva un'opera sul Primato
morale e civile degli Italiani. Io non oserei sottoscri-
vere a tutti gli elogi; e forse il valent'uomo stimò
opportuno eccitare anche in quel modo l'amor proprio
degli Italiani per spingerli a propugnar quella causa,
che poi trionfò; ma, oggigiorno, si troverebbe mai
uno scrittore che ardisse sostenere che gl'Italiani man-
tengono ancora quel primato morale e civile ? Chi ose-
rebbe discendere a sì stolta adulazione?
Trent'anni è lo spazio di tempo assegnato ad una
generazione; quella che l'Italia annoverò fra il 1840
ed il 1870, non seppe mantenere il posto assegnatole
256 CAPITOLO DICIASETTESIMO.
dal Gioberti: ma essa non ha da vergognarsi avanti
ai posteri; per essa vale in. tutta l'estensione del ter-
mine la ragione vera e reale che la grande impresa
nazionale assorbì tutta la sua attività e deviò le menti
da studi severi, salvo lodevolissime eccezioni. Se non
ha prodotto scritti immortali, ha fatto l'Italia; non
la fece da sé sola, ma la fece. Non è dunque in via
di rimprovero che si dice che non si tenne a paro
delle altre nazioni nel grande progresso delle scienze ;
lo si dice per citare un fatto che ha la sua giustifi-
cazione, un fatto che ora dovrebbe cessare. Dove ed
in qual classe d'uomini si possono riporre le speranze
le più fondate, se non in quella classe che non è preoc-
cupata dal bisogno di lavorare per vivere ? Milano non
ha bisogno di uscire dalle proprie mura per trovare
esempì da imitare. Verso la fine dello scorso secolo
essa contò un numero non piccolo di uomini, insigni
tutti, appartenenti alla classe elevata, indipendente; e
taluni sono e rimarranno vere celebrità, come il Bec-
caria, i due Verri, il Frisi, il Giulini, ed altri.
Quella classe l'abbiamo ancora, né accennando a
lei, si vuol esprimere una minor stima pel concorso
che viene dalle altre, delle quali devesi anzi fare mag-
gior conto per le difficoltà che debbono vincere; e
quanti non riescono a superarle, quanti uomini d'in-
gegno non rimangono soffocati in quella lotta col bi-
sogno? Se la classe che non conosce quegli ostacoli
studiasse, come pur studiarono i valentissimi che ho
citato, non è egli vero che mentre procurerebbe mag-
gior lustro a sé stessa, gioverebbe ai meno fortunati,
poiché più facilmente si scoprirebbero e si ajuterebbero
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 257
i giovani d'ingegno? Di questi fatti ve n'ha pure
larga dovizia. I mecenati nel senso più nobile del ter-
mine, ossia coloro che accoppiando intelligenza e ric-
chezza porsero la mano a giovani ricchi d' ingegno, ma
poveri di fortuna e li ajutarono a divenir uomini utili
e di onore al paese , non furono rari in passato. Più
si spande l'intelligenza nelle alte e doviziose classi,
più si aumenta la probabilità che si svolgano gli in-
gegni nelle altre classi. In Inghilterra vi sono ricchi
signori che mantengono a loro spese astronomi, chi-
mici , fisici e meccanici. Una scoperta, un passo an-
che modesto nella scienza, che presero a coltivare od
amare e proteggere, è il loro premio, quand'anche
non vi abbiano contribuito che indirettamente. Per
qual ragione non potrà avvenire che si faccia qualcosa
di simile anche in Italia ? Non mancano fra noi le for-
tune colossali, se anche non vi siano in numero così
grande come in Inghilterra; ciò che manca è lo spi-
rito che anima l'alta classe, è l'ambizione di dire, vo-
glio esser qualcosa, non per le mie ricchezze, ma per
l'uso che ne saprò fare. Io non credo con questo di
far una censura, direi, generale a tutta la classe ricca
in Italia; certo come vi furono in passato non man-
cano anche oggi individui che rispondono a quell'ideale
di un ricco indipendente che lavora pel bene del suo
paese senza secondi fini; ma vorrei far comprendere
che se questo fu sempre utile, lo è assai più nelle
condizioni nostre e nell'organizzazione della nostra
società quale ora si trova colla sua base nella costi-
tuzione. Le vie sono aperte a tutti, la parola privilegio
ha ormai perduto il suo significato, ma quale spetta-
Ricordi, ecc. 17
2 $8 CAPITOLO DICIASETTESIMO.
colo vede oggi l'Italia? Una ressa, una fretta di voler
essere ricchi ed influenti a qualunque costo; quindi
caccie a posti in tutte le gradazioni di amministrazioni
possibili, di cui molte non vanno bene; gli scandali
si fanno frequenti; il pubblico, il grandissimo numero
de' cittadini comincia a sfiduciarsi nel vedere che il
bene pubblico non è il fine , ma il mezzo per saziar
vanità o cupidigie. Dove trovar il rimedio a questo
stato di cose? Nella classe cólta ed indipendente, nei
cittadini stessi, nel senso di abnegazione di volersi
imporre un peso pel bene pubblico, ai che ora rifug-
gono troppi assai di coloro che lo potrebbero fare.
Fate che gli uomini disinteressati ed istrutti prendano
in mano le redini delle amministrazioni e cammine-
ranno. Le due qualità vogliono essere unite , perchè
l'onestà senza il sapere è presto vittima del sapere
senza onestà. Quando l'Italia prima del 1848, frasta-
gliata com'era, inceppata in tutti i suoi movimenti
produceva qualche scritto, qualche opera d'importanza
esclamavasi e dentro e fuori : Che non darebbe l'Italia
se fosse libera? Da 15 anni essa è libera nella gran-
dissima sua parte , e da un quinquennio lo è nella
totalità; or bene come ha corrisposto a quella speranza?
Eppure in Italia come in qualsiasi altro paese, il primo
bisogno sarà sempre quello d'aver uomini leali ed
istrutti ad un tempo nella maggior copia possibile.
Perchè mai nella gioventù della classe indipendente
non sorge l' ambizione così giusta , così legittima di
voler guidar essa gli affari, spingendo pure lo sguardo
sino all'ultima meta ora libera a tutti, quella di rap-
presentante della nazione? Leggendo un giorno la bio-
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 259
grafia d'uno dei più grandi uomini politici dell'Inghil-
terra, appresi che giovine ancora ei vagheggiava l' i-
dea di entrare a suo tempo nel Parlamento; ei si ac-
cinse quindi a studiare tutto quel complesso di scienze,
che sono indispensabili ad un uomo politico: la storia,
le scienze economiche, la legislazione speciale del pro-
prio paese, i grandi oratori che ebbero influenza sui
destini dell'Inghilterra, quanto infine può aumentare il
tesoro intellettuale di un uomo che si propone di far
anch'esso da legislatore. Lunghi anni prima che l'età
stessa gli permettesse di entrare in Parlamento si pro-
vava a declamare avanti ad uno specchio, volendo edu-
carsi anche nel modo di porgere. Venne il suo giorno,
entrò nell'ambita aula e divenne uno dei più grandi
uomini di Stato. Il fatto è certo, quand'anche io non
rammento il nome di quel personaggio; ma è ben
lungi dall'essere unico e raro esempio; il fatto si sarà
ripetuto e si ripetè forse spesso non solo in Inghil-
terra, ma presso tutte le nazioni, ove le classi agiate
e le aristocrazie storiche hanno la nobile ambizione di
servire il loro paese, di avere in mano gli alti uffici
dello Stato.
Perchè tale sentimento non si diffonderebbe anche
in Italia in quelle classi? La stessa prescrizione così
assennata dello Statuto che dichiara gratuita la fun-
zione di deputato e di senatore, non è dessa un in-
vito a sì nobile missione?
Se in ogni tempo gli Stati ebbero bisogno di es-
sere governati da uomini istrutti, forse non fu mai
si grande tal necessità quanto oggi che vediamo sor-
gere sull'orizzonte e farsi giganti questioni inattese,
2Ó0 CAPITOLO DICIASETTESIMO.
della più alta gravità per l'ordine sociale, questioni
che avvolgono non uno o pochi, ma tutti gli Stati
che si chiamano civili. Chi mai, or sono trentanni
avrebbe detto che nella capitale d' uno de' popoli più
còlti, che a Parigi, i cui titoli di benemerenza pel
progresso sono innumerevoli e grandi, doveva domi-
nare per più di due mesi la reazione la più selvag-
gia contro ogni principio di società, contro la pro-
prietà, la religione, la famiglia ? Come non vedere
che quel fatto non fu isolato, non fu il parto di for-
tuite circostanze, ma frutto di una elaborazione di
lunga mano che generò tanti elementi sovversivi che
si appoggiano alle più brutali passioni dell'uomo; pas-
sioni che si trovano ovunque, ed in determinate cir-
costanze possono suscitare i medesimi imbarazzi, tro-
vandosi ovunque apostoli di quelle empie dottrine ?
Sono vere e grandi questioni internazionali, che si
devono prendere sul serio e non illudersi, credendo
che possano vincersi senza lotta morale e fors'anche
materiale; sono questioni che non si devono studiar
solo in fugaci articoli di giornali, ma nella loro es-
senza e nelle cause che vi diedero origine e ne pre-
pararono lo svolgimento. Alle molte questioni intri-
cate e speciali d'ogni Stato, d'ogni luogo, or si ag-
giungono queste minacciose per tutti, ed ogni nazione
deve trovar uomini energici che abbiano il coraggio
ed il sapere di rintuzzar quel nemico che prepara e
vuol far trionfare una barbarie d'un nuovo genere
uscita dalla civiltà degenerata. L'Italia non deve star
addietro alle altre nazioni in questa coalizione che
viene imposta dai sovvertitori d'ogni ordine. I migliori
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 2ÓI
elementi sì troveranno ancora nella classe che ha
molto da perdere; ma i sacrifici de' singoli sono un
nulla in confronto del sovvertimento dell'ordine so-
ciale; epperò ia questione non deve rimaner indivi-
duale, né considerarsi in rispetto ai solo interessati,
ma deve elevarsi al vero naturale suo livello, cioè
d'una delle più gravi che agitar possono la società.
L'Italia e libera-, ma non lo è da tutte le tirannie.
E libera dalla tirannia politica che dava ad un indi-
viduo, sotto qualsiasi nome o titolo, l'autorità di co-
mandare a suo talento. Era un gran male e ci vol-
lero nullameno di 22 anni per liberarsene interamente,
ma la libertà politica che si ottenne generò forse an-
che le altre che si attendevano le popolazioni, quella
del libero svolgimento di tutte le opinioni, il rispetto
all'onore dei cittadini, alle sue convinzioni politiche e
religiose ? Sarebbe un'amara derisione il voler soste-
nere in senso affermativo una tesi simile! Tirannun-
coli d'ogni specie si impossessarono della libertà ed a
forza di intimidazioni fanno violenza e trascinano altri,
anche contro le proprie convinzioni, ed impediscono
di fatto che usino dei loro diritti. Da che proviene
questo ? Dalla mancanza di coraggio della propria o-
pinione ; il qual coraggio deve essere un elemento in-
dispensabile nella vita d'un popolo libero. Sta nei de-
creti della Provvidenza che una nazione non solo ha
bisogno di trovar uomini coraggiosi per redimersi se
non è indipendente, ma che anche dopo redenta non
può prosperare se non trova altri cittadini coraggiosi
che non si lasciano sopraffare ed indurre ad agire
contro le proprie convinzioni. La libertà è per tutti,
262 CAPITOLO DICIASETTESIMO.
ed appunto per questo, l'abuso degli uni si rivolge in
tirannia contro gli altri. E sono forse poche le parti
in Italia nelle quali si esercitano pressioni tiranniche,
intimidazioni ed abusi ? Si invocano leggi, si grida
contro la loro impotenza; ma non vi elegge che non
divenga impotente, quando i cittadini volontariamente
abdicano alla propria indipendenza e fingono rispettare
uomini che disprezzano e rinnegano la loro opinione,
per farsi vilmente servi dell'opinione di quelli che te-
mono. L'abuso e grande, si dice, non vi e persona per
quanto si chiami aliena dall' ingerirsi in pubblici affari,
per quanto cerchi sottrarsi àgli sguardi altrui e seppel-
lirsi fra le domestiche pareti, che sia al coperto di insulti
gratuiti, di maldicente d'una slampa che non conosce ne
moderazione, ne leggi ; or come pretendere che sen^a avere
un gran coraggio si possa esporsi a - dover lottare con
essa? Ma chi dà influenza, chi mantiene sì baldanzosa
questa stampa ? E il vostro esagerato timore, e il cre-
dere che dipende dal capriccio di chiunque il dare o
togliere definitivamente l'onore de' cittadini. Credete
voi, per venire ad una prova di fatto, che in Inghil-
terra dove havvi pure libera la stampaci cittadini si
diano gran fastidio della stampa maledica, che rispon-
dano agli attacchi de' giornali screditati? Essi comin-
ciano anzitutto col non permettergli l'entrata nelle
proprie case e tanto meno poi li comprano per non
concorrere a mantenerli in vita. Un tal procedere, di-
venuto comune, obbliga la stampa ad andar guardinga
e moralizzarsi anche nel proprio interesse. Avviene
precisamente l'opposto di quanto avviene nei paesi,
ove per timore si viene a patti coi peggiori giornali,
CAPITOLO DICIASETTESIMO. 263
fosse pur solo per averli neutrali; il che ha poi per
effetto di incoraggiare i giornali stessi ad esercitare
un terrore del quale traggono profitto. Or dubitereste
voi che se anche in Italia si imitasse l'esempio del-
l'Inghilterra, non si avrebbero le stesse conseguenze ?
Ma... io sono forse caduto un po' basso nell'opi-
nione del mio lettore! Forse taluno, nel quale aveva
destato qualche interesse, come cronista, dirà o pen-
serà che finisco male colla lezione che voglio dare.
Permetta il lettore delle ultime linee che anch' io
esprima la speranza, che non tutti, almeno, partecipe-
ranno questo giudizio. Quanto diversamente procede-
rebbe la cosa pubblica in Italia se ognuno avesse il
coraggio della propria opinione, se quando è chiamato
a- dar un voto od esprimere il proprio parere, con-
sultasse non già quale sia l'opinione di quelli che fanno
più chiasso e si chiamano o si credono i rappresen-
tanti della pubblica opinione, ma unicamente la pro-
pria convinzione! A me pare che potendo persuadere
quanto debole sia la forza dei tirannelli, che è basata
anzitutto sull'altrui timidezza od incuria, potendosi ot-
tenere un po' di coraggio nella numerosa classe dei
cittadini chiamati dalle leggi a cooperare al governo
del paese, si vada per via diritta alla radice del male
senza chieder nulla alle autorità ed alle leggi. È un
rimedio che sta nelle facoltà di ogni singolo individuo
e per questo io credo che non si possa abbastanza in-
sistere, perchè lo si raccomandi, lo si diffonda e lo si
adoperi. Ma a qual classe mai si potranno rivolgere
questi eccitamenti con maggior fiducia, se non a quella
dei cittadini indipendenti, in condizione d'aver bisogno
264 CAPITOLO DICIASETTESIMO.
di nessuno ? Ad essi faccio l'ultimo appello e lo farò
nel nome di que'tanti che caddero perchè l'Italia giun-
gesse a quella meta che pur raggiunse, ma che non
si manterrà, se ai nemici attivi, oggi più interni che
esterni e che lavorano alla sua dissoluzione* non si
contrappongono cittadini risoluti a difenderla ed a ren-
derla onorata e rispettata.
AGGIUNTE
ALLA SECONDA EDIZIONE
RITIRATA
DELL'ESERCITO PIEMONTESE
DOPO LA BATTAGLIA DI CUSTOZA.
inniiiiuniinHiiiiiiiiiiiiuiiiiiiiiiiiiiii ni ■■iiiniiiiiiiiiiiiiii ■■■■hui
CAPITOLO DICIOTTESIMO.
Corrispondenze intercettate — Piano dei nemici di dividere Tese: -
cito piemontese — Il quartier generale viene trasferito a Mar-
mirolo — Battaglia di Staffale — Battaglia di Custoza — Riti-
rata su Coito — Ripresa di Volta — Nuovo abbandono — De-
putazione inviata al campo nemico — Proposte fatte dal generale
Hess.
Ho già fatto cenno come io recatomi ai primi di
giugno all'esercito piemontese , venissi accettato qual
luogotenente nel 5 regg. Aosta fanteria, ma immedia-
tamente addetto allo Stato Maggiore Generale sotto
gli ordini del generale Salasco, comandante supremo
di quel corpo. La conoscenza della lingua tedesca con-
tribuì a procurarmi quell'onorevole destinazione , ma
mi fu anche causa di un maggior lavoro in confronto
dei colleghi ed in due riprese fu abbastanza grave. Il
18 ed il 24 giugno i nostri avamposti sorpresero il
corriere che recava la corrispondenza da Mantova a
Verona. In complesso erano da oltre 400 scritti fra
27O CAPITOLO DICIOTTESIMO.
rapporti ufficiali e lettere private, formando queste la
parte maggiore. Fino allora il nemico aveva sempre
trovato il mezzo di far pervenire la corrispondenza
dall'una all'altra fortezza. Ognuno vede qual bellissimo
colpo sia quello di poter mettere la mano su di una
massa di lettere e su rapporti scritti nella persuasione
che giungano al loro destino incolumi, e quindi senza
velo di sorta , rispetto a ciò che contengono ; se non
che quel regalo della fortuna cadde interamente sulle
mie spalle.
Non solo era importante il conoscere il contenuto
di tutto quel carteggio, ma bisognava anche far presto;
mi accinsi in entrambi i casi con tutta la buona vo-
lontà consacrandovi oltre il giorno buona parte della
notte.
I rapporti ufficiali non contenevano cose di rile-
vanza; si riferivano in gran parte a particolari di ser-
vizio, a promozioni, ad informazioni sulle nostre po-
sizioni; un solo che accennava a doversi rinforzare un
punto determinato aveva per noi un'importanza reale
e lo tradussi per esteso non facendo che un cenno
degli altri; si scorgeva che le notizie di più grave
momento si trasmettevano per altro mezzo.
Di maggior interesse al confronto era la corrispon-
denza dei privati ; erano figli che scrivevano ai geni-
tori e viceversa; amici ad amici; oltre di ciò vi erano
alcune lettere per ragioni commerciali. Feci per prima
la separazione fra queste diverse classi; fra le private
più d'una riassumeva a larghi tratti le vicende passate
dalla ritirata da Milano in poi; or bene non ve n'era
una sola che parlando di quel fatto non lo attribuisse
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 27 1
alla venuta dell'esercito piemontese, ma tal verità del
resto già per sé stessa così chiara, non potevasi dire
allora perchè gli arruffapopoli avevano persuaso i Mi-
lanesi che Radetzki erasi ritirato unicamente per la
resistenza loro, ossia in causa delle Cinque Giornate,
e con tale argomento asserivano poi anche che il più
era fatto, e questo si osò dirlo persino in un pro-
clama (25 marzo) d'un capo partito.
Pur troppo le arti delle quali individui ambiziosi si
servono per. ingannare i popoli ricadono anzitutto sui
popoli stessi. Lo slancio veramente sublime delle Cin-
que Giornate venne tosto usufruttato da faziosi per
mire parziali e non per l'utile della causa pubblica ,
la quale richiedeva che tutti mirassero all'unico scopo
della guerra, e non vi mescolassero la politica; ma
che dire se invece si lasciava credere alle popolazioni
non esservi quanto alla guerra che da cogliere i frutti.
Ma tornando al carteggio caduto nelle nostre mani,
oltre diverse nozioni speciali relative alla forza del
nemico che andava sempre ingrossando, eravi una let-
tera preziosissima di un ufficiale di Stato Maggiore
che scriveva ad un altro ufficiale a Vienna. Quella
lettera trattava del modo col quale era stata condotta
la campagna fino allora (20 giugno), e faceva acerba
critica della condotta del maresciallo Welden che aveva
perduto tempo, uomini e danari nell'impresa di Vi-
cenza, mentre se fosse marciato diritto su Verona senza
darsi fastidio di quell'esercito impotente ad attaccarlo
seriamente, avrebbe dato il mezzo a Radetzki di com-
battere Carlo Alberto, vinto il quale, ogni altra resi-
stenza seria diveniva impossibile; ma poi finiva colle
272 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
testuali parole : con tuttociò noi speriamo fermamente di
rompere la lunga linea piemontese che dalla Corona
(monte sopra Rivoli) si estende a Governolo y e battere
queir esercito.
Si vedeva chiaro che la lettera era scritta da uno
che conosceva molto bene il suo mestiere epperò la
tradussi tutta fedelmente (erano 6 pagine) e la portai
al mio capo immediato, il colonnello Cossato, facen-
done rimarcare la grande importanza; in pari tempo
proposi che annullati i rapporti ufficiali e le lettere
che contenevano notizie militari, e ciò per eccesso di
precauzione, poiché nessuna diceva cose nuove, si desse
corso alle altre assolutamente innocue. Qual conto
poi si facesse di quel rapporto si bene particolareggiato
di quell'ufficiale di Stato Maggiore, non so dirlo. Ho
voluto citare quel fatto perchè si rannoda ad altro
ben più grave per noi, ossia all'esecuzione precisa ed
esatta del piano di dividere la gran linea e poi battere
separatamente i due corpi d'armata di Carlo Alberto;
piano che ebbe principio il 18 luglio coll'attacco delle
posizioni del Monte Corona e di Rivoli, ed ebbe fine
il 4 agosto colla battaglia di Milano. Furono 18 giorni
di lotta continua che comprendono tre battaglie (Staf-
fale, Custoza e Milano), e combattimenti giornalieri
più o meno importanti, ma non vi ebbe un sol giorno
senza sangue, senza strazio di popolazioni, senza pro-
fondi dolori da parte di leali e onesti patrioti, senza
pazzie da parte di esaltati. Sono periodi del più alto
interesse nella storia dei popoli, e che meriterebbero
la preferenza su d'ogni altro di essere ben studiati,
perchè in essi si condensano , dirò, gli effetti di lunghi
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 273
anni passati e pongono in evidenza vizi e virtù, egoismi
ed abnegazioni, viltà e coraggio.
Pur troppo la storia genuina di questi periodi è dif-
ficile a scriversi; la passione si intromette sempre e
la verità è offuscata dalla vanità e presanzione di chi
si ascrive successi felici oltre la misura che gli si com-
pete, e di chi invece assolve sé stesso e getta sugli
altri le sventure. La posizione subalterna che, giovine,
io occupava allora, mi salva da ogni responsabilità di
importanti determinazioni prese; fedele esecutore di
ordini ricevuti, vidi però le cose sì davvicino che posso
narrarle con piena cognizione di causa, e come fu
trovata pienamente veritiera la mia narrazione delle
Cinque Giornate , benché circoscritta solo a quanto
poteva asserire nel modo il più sicuro, spero che in-
contrerà eguale giudizio anche questa narrazione che
comprende la ritirata dell'esercito piemontese dopo la
battaglia di Custoza, e la giornata del 5 agosto in Mi-
lano. — Ora farò ritorno al campo piemontese ed alla
terra classica delle battaglie. — Col giorno 16 luglio
erasi trasferito il quartier generale principale da Ro-
verbella a Marmirolo, che dista pochi chilometri da
Mantova. Ciò indicava che si voleva dare alle opera-
zioni d'assedio di quella fortezza una maggior vigorìa,
ed il 18 luglio aveva avuto luogo un combattimento a
Governolo, favorevole ai nostri, sotto il comando del
generale Bava. Il modo col quale venne annunciato
fu , a dir vero , un po' troppo pomposo; si sarebbe
detto ch'era stata una vera battaglia campale; ma
queste esagerazioni si comprendono pensando alla ne-
cessità di rialzare l'animo de' soldati e lo spirito pub-
Ricordi, ecc. i8
274 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
blico ambidue fiaccati dalla lunga inazione. Se il ma-
nifesto fu giudicato un po' esagerato da chi si trovava
sulla faccia dei luoghi, e poteva calcolare le conse-
guenze di quel combattimento, non che i sagrifici
che aveva costato e che erano assai limitati, non lo
si trovò tale a Milano ove lo si prese alla lettera ,
e come è uso dei pubblicisti , che vogliono essi di-
rigere l'opinione pubblica , lo si magnificò ancor più.
I cuori si aprivano alla speranza.
Correva il 22 luglio e toccava a me il turno di
guardia nella notte dal 22 al 23 nell'ufficio dello Stato
Maggiore, ch'era annesso all'abitazione del general Sa-
lasco. Io stava leggicchiando non so cosa, allorquando
verso le 2 dopo la mezzanotte entra l'ordinanza che
vegliava alla sua volta nell'anticamera, mi annuncia
l'arrivo di un ufficiale che vuol parlarmi. Io gli vado
incontro e veggo un ufficiale di cavalleria, bel giovane,
ma colla singolarità di una barba ad uso del Mosè di
Michelangelo. Era bagnato come se venisse tolto da
un pozzo perchè pioveva a diluvio. Gli dò il benve-
nuto e gli chieggo se vuole asciugarsi, ma ei risponde
che ha fretta di parlare col generale Salasco e pur
troppo mi dice ! reco cattive nuove — le cose vanno male,
abbiamo dovuto abbandonare le nostre posizioni e ritirarci
in furia e fretta. Io mi sentii rimescolare il sangue;
entrai tosto dal general Salasco al quale annunciai
l'arrivo di quell'ufficiale dicendogli che aveva affari
gravi ed urgenti da comunicargli. — Il general Sa-
lasco lo ricevette immediatamente e trattenne l'uffi-
ciale circa una mezz'ora; uscitone io lo feci sedere e
lo pregai di volermi dare qualche notizia più panico-
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 275
Prima d'allora io non aveva veduto mai
quell'ufficiale; sì cominciò col declinare reciprocamente
i nostri nomi; era desso il conte Clavesana, tenente
di cavalleria che veniva dal quartiere generale del Co-
mandante il corpo d'armata sulla destra del Mincio il
generale De Sonnaz.
L'indomani (23) di buon mattino tutti eravamo in
piedi ; il Re, chiamati i generali tenne un consiglio di
guerra, e venne deciso di abbandonare quella posizione
e di andar incontro al nemico verso Villafranca. Prima
che tutto fosse in ordine ci volle del tempo e buona
parte della giornata andò perduta sì che non si potè
partire che dopo il mezzogiorno; il caldo era si oppri-
mente che in quella marcia perdemmo più soldati per
insolazione. Marmirolo dista 26 chilometri da Villa-
franca; è una marcia che non sorte dalle ordinarie ma
fetta sotto il sole di luglio nelle ore calde abbatte più
che una marcia assai più lunga. Alla sera del 23 tutto
il corpo ch'era a Marmirolo si trovò a Villafranca.
L'indomani (24 luglio) si parti, non so per qual causa,
tardi da Villafranca, s'incontrò ben presto il nemico
nelle vicine colline, si venne alle prese in più punti,
ma il combattimento principale ebbe luogo in una lo-
calità chiamata Staffale.
Anche la battaglia di Staffale non meritava nemmeno
dessa il nome di battaglia campale, ma era però stato
un combattimento di maggiore importanza di quello
di Governolo e basti il dire che si fecero nullameno
di 800 e più prigionieri. Questo successo si dovette
ad un' abile manovra del Duca di Genova, quello fra
i Principi di Casa Savoja che aveva ereditato il genio
276 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
militare. Gli Austriaci avevano lasciato sul campo non
pochi morti e fra questi alcuni ufficiali.
Come era ben naturale venne dato tosto l'annuncio
di quella vittoria al Governo di Milano, e venne ri-
tenuta come un felice preludio della battaglia che do-
veva seguire il giorno dopo, e tutto accennava a far
ritenere che quella sarebbe stata la vera battaglia cam-
pale e decisiva. Buona parte della notte dal 24 al 25
venne passata da noi ufficiali di Stato Maggiore nello
stendere ordini e prendere disposizioni relative alla bat-
taglia dell'indomani.
Il mattino del 25 verso le ore 6 il general Salasco
mi fa chiamare, mi annuncia che sono stato prescelto a
recare un ordine importantissimo al generale De Sonnaz
a Volta al di là del Mincio, e mi presenta al gene-
ral Bava; questi mi dà istruzioni più particolareggiate,
mi dice di passar per Goito, ove doveva pure comu-
nicare certi ordini al comandante delle truppe in quel
luogo ; il general Salasco mi consegna una lettera
pel generale De Sonnaz. 11 tutto si riferiva ad un at-
tacco che il De Sonnaz doveva fare non più tardi dei
mezzogiorno sul fianco del nemico, avanzando su Bor-
ghetto, ove doveva passare il Mincio ed operare a
Valeggio la congiunzione col corpo dello stesso Bava.
Il giro ch'io doveva fare era un po' lungo (poco meno
di 30 chilometri), ma ammesso che non avessi incon-
trate difficoltà, vi era il tempo da poter arrivare fra
le 9 e le io, siche non mancasse anche quello neces-
sario perchè la truppa, che già doveva ritenersi pronta,
raggiungesse senza sforzo il vicino ponte di Borghetto
(6 chilometri da Volta). La stanza ove ci trovavamo
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 277
era immediata a quella del Re Carlo Alberto, il quale
entrò nella medesima e mi disse le precise parole. Rac-
comandi anche a mio nome al generale De Sonnai che at-
tacchi all'ora indicata. Ringraziati i generali dell'onore
che mi facevano, e fatto il mio ossequio a Sua Mae-
stà, mi occupai tosto della partenza. Essendo impos-
sibile che il mio cavallo, se l'avessi adoperato in quella
lunga corsa potessi poi adoperarlo nella battaglia, no-
leggai uno di quei leggerissimi biroccini colà in uso,
con un buon cavallo ed ingiunsi alla mia ordinanza
che allorquando la truppa sarebbe marciata su V'a-
leggio, si unisse a quella, conducendo colà il mio ca-
vallo; così disposto ogni cosa, io partii col mio con-
dottieri, un giovine di circa vent'anni. In breve io fui
a Roverbella, ma quivi trovai la via verso Goito bar-
ricata, e tutta la truppa disposta in ordine di battaglia.
Siccome temevasi che la guarnigione di Mantova
facesse una sortita per prendere il nostro esercito alle
spalle od anche solo molestarlo, si era dovuto lasciare
della forza a Roverbella. Era un reggimento e precisa-
mente il 17 con un po' d'artiglieria e cavalleria; altra
egual forza erasi lasciata a Goito per difendersi da un
attacco sulla destra del Mincio pel caso che movesse
sopra Volta.
Prendendo in mano la carta topografica ed esami-
nando la disposizione delle nostre truppe in quel me-
morabile giorno si vede che non era cattiva; il grave
errore della lunghissima linea che aveva durato fino
ai 22 luglio era stato corretto colla marcia del 23
da parte della truppa sulla sinistra del Mincio e dal
concentramento della truppa del generale De Sonnaz
278 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
sulla destra, nessun corpo era cotanto lontano l'uno
dall'altro da non potersi aiutare a vicenda; ma pur
troppo quel concentramento non era stato l'effetto d'un
piano concepito da una niente direttrice che corregge
in tempo un errore, ma era invece di già una conse-
guenza dell'errore stesso, il movimento era stato im-
posto dal nemico. Il corpo del generale De Sonnaz fa-
cendo uno sforzo inaudito di precipitosa ritirata era
bensì arrivato in luogo opportunissimo per attaccare
l'inimico, ma affranto ed in quel disordine che accom-
pagna sempre una ritirata precipitosa; certo però si è
che la disposizione del nostro esercito era buona. In-
fine il 24 luglio a sera i due eserciti il piemontese e
l'austriaco si trovavano in questa singoiar condizione
che entrambi contavano un successo ed una sconfitta,
entrambi si erano concentrati col nerbo delle loro forze
sulla sinistra del Mincio ed entrambi potevano venir
attaccati da tergo o sul fianco; il piemontese da truppe
che sortissero da Mantova, l'austriaco dal corpo del
generale De Sonnaz. Le colline che da Villafranca e
Valleggio si stendono verso Sommacampagna dovevano
vedere lo scioglimento di quel sanguinoso dramma.
Da quanto ho detto si comprende l'importanza che
aveva la mia missione e quanto ci tenessi ad eseguirla.
Sì tosto giunsi a Roverbella chiesi del comandante di
quella forza, e comunicatogli lo scopo della mia mis-
sione lo interrogai se aveva notizie degli Austriaci che
potessero venire da Mantova. Sono già a Marengo, mi
risponde, e mi attendo di essere attaccato da un momento
all'altro. La via da qui a Goito è occupata dai Tedeschi;
nulla di più impossibile di voler andare a Goito.
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 279
Marengo (l) dista 5 chilometri e non più da Rover-
bella.
A Gotto posso rinunciare, soggiunsi, ma non a Volta.
Io devo assolutamente andarvi a qualunque costo !
Ma come vuol fare ?
Prendo la carta topografica e dico al colonnello: an-
drò a Popolo e passerò colà il Mincio.
Ella farà quello che crede, ma badi che tutta la cam-
pagna, tutte le vìe da qui a Popolo sono in balia dei Te-
deschi; io ho poca truppa, non posso darle scorta.
Non importa, non ne chieggo, e forse mi sarebbe più
di danno che di utile. Io conosco un giovine di qui che
mi servirà di nuda e basterà.
Eravi a Roverbella un giovine arditissimo del quale
mi era servito altre volte per esplorazioni, ei conosceva
ogni via, ogni sentiero; lo faccio ricercare e per buona
sorte era in paese.
Senti, gli dico, mi hai servito altre volte, ma oggi devi
rendermi un servigio segnalato; tu mi devi condurre a
Popolo, ho un biroccino con un ottimo cavallo, ti darò un
bel regalo.
Ei mi fa delle difficoltà, sapeva benissimo che i
Tedeschi erano già vicini a Roverbella e potevano
essere anche a Pozzolo, ma io insisto e faccio appello
al suo amor proprio, al suo coraggio, al servizio grande
che può rendere al paese; ei pensa un po' e poi mi dice:
facendo un giro verso Villafranca e poi ripiegando verso
Popolo si può tentare.
(1) È una cascina alla quale venne dato quel nome divenuto storico, o l'aveva
orse anche prima del 1800.
280 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
Tu farai quanti giri vorrai, rispondo io, purché mi
conduca a Popolo.
Ebbene andiamo, replica esso. Il cuore mi si allarga;
ma il compito non era finito; io doveva persuadere
anche il vetturale che non era della tempra di quel
giovine, ma per esso aveva già il mio piano ben ri-
soluto. Gli annuncio la decisione presa: In bocca ai
Todeschi mi non ghe vado, mi risponde in veronese con
due occhi fuori dell'orbita per lo spavento; io cerco
persuaderlo colle buone, gli dico che viene quel gio-
vine che ci farà da guida, che conosce tutte le vie e
ci condurrà dove non vi sono Tedeschi, ma d'esso non
vuol udir ragioni e ripete di continuo in bocca ai To-
deschi mi non ghe vado.
Allora io ricorsi all'argomento decisivo. Tu sai, gli
dico, che fummo d'accordo di darti 2f Ive, ebbene te ne
dò jo, ma tu verrai e se non vuoi venire io ti sequestro
cavallo e biroccio e vado con questo giovine.
A quell'intimazione rimane muto, e siccome mi ve-
deva risolutissimo comincia ad interrogare il giovine
come farà per fuggire i Tedeschi, la guida mi asse-
conda, gli dice che anch'esso non ama per nulla an-
dar in bocca ai Tedeschi, ma che evitando la breve
.strada che da Roverbella conduce a Pozzolo sulla quale
solo era probabile incontrarli, prendendo una più lunga
in senso opposto o non si sarebbero incontrati ovvero
si era in tempo di retrocedere verso Villafranca. Pare
che quell'argomento sia stato il più decisivo, si ras-
segnò.
Quella traversata mi provò cosa vale una buona
guida; quanti giri ei facesse mi è impossibile il dirlo;
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 28 1
da una strada comunale, passava ad una consorziale, da
una larga ad una stretta; ogni volta che si arrivava
ad un crocicchio il baroccio si fermava ed ei discen-
deva ad esplorare con occhi di lince la nuova via a
percorrere ; una volta ci fece segno colla mano di non
muovere ; subito il mio conduttore esclama: / Todeschi,
andemo in drio.
Vuoi finirla, gli rispondo, sarà nulla. Era infatti una
persona che portava una falce che la guida aveva
veduto dapprima in modo confuso, ma poi riconobbe
ch'era un villico. Infine per venire alle corte noi ar-
rivammo a Pozzolo sani e salvi; la guida mi procurò
tosto, una barca per traversare il Mincio. Prima di
partire stesi per iscritto quanto aveva incarico di dire
ai comandante della truppa in Goito e l'affidai ad un
individuo che si recava colà dalla sponda destra del
Mincio ove non vi erano Tedeschi e quindi poteva
farlo con sicurezza. Pagati i miei due uomini e data
una stretta di mano e ringraziata di cuore la guida,
passai il fiume su leggerissima barchetta. Erano le 9
antimeridiane passate e faceva già un gran caldo. Poz-
zolo dista da Volta circa tre chilometri, dei quali
circa due corrono in piano ed uno in collina, ma
tanta era 1' ansia di arrivar in tempo che presa un'
accorciatoia traversai il tutto di corsa; la parte in
collina era un sentiero erto in mezzo a sassaie anne-
rite dal sole; io arrivai a Volta prima delle io, ossia
nel tempo che mi era stato prefisso, ne aveva bensì
perduto molto a Roverbella, ma evitando il giro di
Goito lo aveva riguadagnato. Contento di quel suc-
cesso chieggo ai primi soldati che trovo dove era il
282 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
quartier generale. In casa Guerrieri, mi si risponde. In
vetta al colle e nel punto il più elevato del paese
sta quella casa grande e signorile, che prospetta con
una delle sue fronti verso Valleggio.
Traversare il Borgo e giudicare a colpo d'occhio che
v'era stato qualche cosa di ben grave fu una cosa sola.
Tutte le vie erano piene di soldati, ma stesi al suolo
come persone affrante dalla fatica; non uno in piedi
od occupato. Arrivato a casa Guerrieri mi faccio an-
nunciare e vengo tosto ricevuto dal generale De Son-
naz, in una sala spaziosa, ove vi erano molti ufficiali
gli uni stesi sopra sofà, altri su sedie appaiate, essi
pure con l'impronta di una grande stanchezza. Alla
mia volta era sfigurato dalla immane fatica di quella
corsa sotto il sole e basterà il dire che aveva uni-
forme imbottita ed il sudore aveva trapassato il tutto.
Si riposi, si riposi, furono le prime parole che mi rivolse
il generale, ma io entrai tosto in argomento.
Signor Generale, gli dissi, io reco un ordine della più
alta importanza come vedrà dalla lettera, ed ho Poi inca-
rico dallo stesso Re di pregarla ad attaccare al più tardo
per mezzogiorno dalla parte di Bor ghetto. Il generale legge
la lettera e poi alza le spalle e mi dice secco è im-
possibile, -poi soggiunge, le mie truppe non possono muo-
versi per la stanchezza.
Io rimango attonito, ma poi mi permetto di ripe-
tere la calda raccomandazione da parte del Re e lì
s'impegnò un dialogo fra me ed il generale; dei molti
ufficiali presenti nessuno in sulle prime si muove, nes-
suno viene in mio aiuto, finalmente si avanza un gio-
vine biondo e con voce dolce e quasi femminile, co-
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 28 y
minoici a perorare anch'esso nel mio senso; se. non è
possibile attaccare alle 12 si attacchi all'una, alle due
ma si attacchi; il generale resiste sempre, dice ch'egli
è il giudice di quanto è possibile, ma l'intervento di
quel giovine ufficiale ha una decisa influenza, egli in-
siste, il generale rimane un po' silenzioso e poi dice
forse fra le 3 e le 4. Io respiro e dico al generale :
Senta, signor generale : io doveva recarmi da qui a
Bor ghetto colla sua truppa, perchè credeva che si eseguisse
tosto l'attacco, ma ora veggo che ho il tempo di ritornare
al campo per la stessa via p ella quale sono venuto; quanto
meno potrò dire che attaccherà se anche più tardi di quanto
si desiderava. Abbia la bontà di darmi la risposta in
iscritto ed io riparto immediatamente.
Ora mi devono servire il dejeunè, mi risponde, ed
ella mi favorirà.
Io mi rassegnai a quell' atto di gentilezza, e dico,,
mi rassegnai, perchè realmente mi pesava perder tempo;
frattanto cominciai a parlare anche con altri ufficiali
e, come è ben naturale, il discorso cadde sulla batta-
glia del giorno innanzi. Dalle finestre della gran sala
ove eravamo, vedevasi Valeggio; un ufficiale che guar-
dava con un cannocchiale, esclama ad un tratto: 1
Tedeschi sono padroni di Valeggio e stabiliscono una bat-
teria sulla collina del vecchio castello, proprio ai piedi
di quelle poetiche antiche torri. Piccola è la distanza
da Volta a Valeggio, in linea retta poco più di quattro
chilometri; tutti guardano col cannocchiale e guardo
anch'io; la batteria è pronta; si noti che dalle 9 an-
timeridiane era incominciata la battaglia. I Tedeschi a
Valeggio, vuol dire che si sono avanzati, diss'io; le
284 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
cose non vanno bene; mi si rimescola il sangue e mi
rivolgo al giovine, che, unico, aveva indovinato le mie
sofferenze, e gli dico: Per carità mi lascino andare,
prenderò un pane che mangerò per via, ma io voglio an-
dare; il giovine (ch'era Govone ma che io non cono-
sceva) esclama allora, volgendosi ai colleghi: ma oggi
Federico non ci dà più da colazione. Il povero Federico,
ch'era il cuoco, era certo innocente, poiché in quelle
circostanze non è facile l'aver tutto puntualmente, ma
infine poco dopo comparve il dejeune; il generale mi
fa sedere alla sua destra e si discorre della battaglia
<li Staffale, della quale ignoravano qualsiasi partico-
lare, finalmente finisce anche la refezione ed io prego
di nuovo il generale a volermi dare la risposta per
iscritto. Ei si ritira col suo aiutante e poco dopo ri-
torna e mi consegna una lettera diretta al general Sa-
lasco.
Io prendo commiato e parto rifacendo la stessa via
da Volta a Pozzolo; ma siccome era in discesa ed
io pienamente ristorato di forze, arrivai in breve tempo
al Mincio di fronte al villaggio suddetto ; ma non
havvi alcuna barca e non veggo anima vivente, né su
l'ima né su l'altra sponda; largo assai è colà il fiume,
io comincio a gridare ma inutilmente. Mi rimane un
sol partito, quello di traversar il Mincio a nuoto; non
solo era allora forte nuotatore, ma mi era esercitato
a nuotar anche vestito sì che non era per nulla titu-
bante, se non che nello stato nel quale mi trovava,
il tentativo aveva non solo la probabilità ma la quasi
certezza di riuscir male; si pensi in quale stato di
sudore doveva essere un uomo che nell'ora più calda,
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 28 y
ossia fra le dodici e l'una, aveva fatto una corsa da
Volta a Pozzolo. Se il tratto da traversare fosse stato
breve non avrei esitato un istante, certo che per quanto
dovessi soffrire immergendomi nell'acqua fredda, l'avrei
superato, ma invece era d'uopo rimanervi a lungo ed
allora era impossibile evitare le conseguenze di una
reazione violenta, decisi quindi di aspettare che fosse
scemato il sudore e poi tentare la traversata a nuoto ;
frattanto il cannoneggiamento si faceva più fitto e cre-
sceva in me l'ansia; di quando in quando gridava di
nuovo ma invano. Sulla sponda medesima del fiume
sulla quale mi trovava ed a poca distanza eravi una
casa agricola; entro in quella e vi trovo una donna
con quattro ragazzi.
Mia buona donna, gli dico, dovete farmi un gran pia-
cere, dovete aiutarmi perchè possa avvertire alcuno al di
là del fiume onde venga colla barca a prendermi.
Ben volentieri, mi risponde la buona donna, e sorte
con tutta la sua piccola brigata.
Posti in linea, ed io nel mezzo, ad un segnale dato
gridiamo tutti assieme con quanto fiato abbiamo in
petto, ma nessuno risponde; si riprende e finalmente
non so bene se alla quinta o sesta prova, ma certo
dopo parecchie di esse, comparve una persona sulla
sponda opposta.
Trassi allora il fazzoletto facendo segno come de-
siderava transitare e poco dopo si staccò una bar-
chetta alla nostra volta. Ringraziai la buona donna e
salii in barca. Durante la traversata il barcaiuolo mi
• narrò che i Tedeschi erano realmente venuti sino
presso Pozzolo, ragione per la quale tutti erano fug-
286 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
giti, e si erano nascosti nelle case perchè in quelle
circostanze il solo mostrarsi può costarla vita; seppi
più tardi che a poca distanza da Goito avevano sor-
preso un' ordinanza che conduceva dei cavalli di un
ufficiale superiore (Villamarina) e li presero come
preda di guerra; ma ritornando alla mia missione,
benché quella sventurata combinazione mi avesse fatto
perdere un tempo preziosissimo, io mi trovava sulla
sinistra del Mincio; mi fu facile trovar un biroccino
che mi conducesse a Villafranca, poiché si andava in
senso opposto alla direzione d'onde potevano venire i
Tedeschi. Colà arrivato trovai la mia buona ordinanza
che non si era mossa ed era molto inquieta sulla mia
sorte; gì' ingiunsi che apparecchiasse tosto il mio ca-
vallo; il cannoneggiamento continuava vivacissimo, ma
sopra linea estesa; mentre stava attendendo il mio
cavallo nella piazza di Villafranca, veggo il conte di
Castagneto, il fedele Intendente del Re. Gli narro quanto
mi era accaduto e gli chieggo se sa dirmi ove trovisi
il Re, ma ei non poteva precisar nulla; la battaglia
durava da molte ore e nessuna notizia era pervenuta
intorno al suo andamento. Data quelVincerte^a non sa-
rebbe egli prudente, dissi io, che si facesse una copia
della lettera del generale De Sonna^ e si facesse pervenire
con altro me^joì Supponga che io cada prigioniero o morto,
almeno vi è la possibilità che si sappia cosa rispose. Il
conte di Castagneto trovò giusta la mia osservazione
e copiò ei stesso la lettera e s'incaricò di cercare chi
la recasse. Frattanto il mio cavallo era pronto; presa
la lettera originale io montai a cavallo ed a gran car-
riera m'avviai a casaccio verso il luogo d'onde veniva
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 287
più forte il rumor del cannone; in breve raggiunsi i
primi soldati e chieggo loro ove si trovi il Re, più a
sinistra verso Fa leggio, essi rispondono, e sempre di
gran carriera m' avanzo verso quella parte, trovo un
corpo più forte ed il colonnello mi sa dire in modo
preciso ove è il Re collo Stato Maggior Generale.
L'uscita degli Austriaci da Mantova e la loro dimo-
strazione contro Roverbella e contro Goito, era nota
al campo, ed i miei superiori e colleghi ritenevano
per fermo che io fossi rimasto prigioniero, o morto,
talché quando io arrivai, ed erano le tre pomeridiane
o poco più, il general Salasco fece un atto di sor-
presa, e mi chiese d'onde veniva:
Da Folta!
Ma da qual parte?
Da Popolo. Del resto ecco la risposta del generale
De Sonna^ y e gli consegno la lettera. Ei la legge e
fa un atto di dispetto, ed esclama rivolgendosi a me:
Ma come! non vuol attaccare che alle cinque!
Io non posso dir altro, risposi, se non che non voleva
attaccare ne punto ne poco, lo pregai, lo scongiurai e mi
promise d'attaccare fra le tre e le quattro, allora lo richiesi
di darmi la risposta per iscritto.
Fino allora la battaglia era rimasta indecisa. Il ge-
nerale Bava sperando sempre nel sospirato attacco, te-
neva fermo, ma quando lesse la lettera del generale
De Sonnaz si decise a battere in ritirata e fu verso le
quattro pomeridiane. La ritirata venne operata in buon
ordine su Villafranca.
Gran parte della notte la consumai assieme ai miei
colleghi nel dar disposizioni per la ritirata dell'esercito
288 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
su Goito, ed alle cinque dell'indomani (26 luglio) era-
vamo in piedi di nuovo. La ritirata dopo una scon-
fitta è qualcosa di ben grave, è un fatto militare che
mette alla prova l'abilità d'un generale in capo, la sua
calma, la sua presenza di spirito, la sua previdenza.
Dipende da lui se il povero soldato è lanciato piuttosto
in una catastrofe dalla quale pochi si salvano, ovvero
se rimane ancora l'unità d'un corpo che sa farsi ri-
spettare, e conservarsi per tempi migliori.
Ei convien rendere giustizia al general Bava che fu
all'altezza della grave sua missione; la ritirata dap-
prima su Goito e quindi su Milano venne operata con
tutto quell'ordine, che le difficilissime condizioni per-
misero, ma anche gli ufficiali dello Stato Maggiore nei
gradi inferiori non vennero risparmiati; dal 26 luglio
che abbandonammo Villafranca al 3 agosto che arri-
vammo a Milano, fu un lavoro continuo di giorno e
di notte, e vi ebbero momenti assai gravi, ma per non
anticipare, io tornerò alla prima dolorosa giornata,
quella del 26 luglio.
Io e colleghi eravamo tutti intenti a dar le disposi-
zioni per la marcia delle truppe, quando udiamo delle
grida che partono da una chiesa di Villafranca, ma grida
disperate e acutissime; si accorre per vedere che cos'era,
ci si presenta una scena spaventevole; una massa di fe-
riti de' nostri soldati, tutti in un orgasmo indescrivi-
bile, supplicando e gridando per essere trasportati via
onde non cadere nelle mani dei Tedeschi, ritenendo
come cosa certa di essere massacrati. Io dichiaro tosto
che sono stolte, orribili calunnie; cerco persuaderli;
ma come mai, si dice loro, potete credere una cosa simile,
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 289
se abbiamo in mano più di mille prigionieri? Ma che ! Quei
sventurati non ascoltano ragione, il panico li ha invasi,
e rinnovano le disperate grida; che fare? Come e dove
trovare, del resto, tanti carri per tutti quei feriti, ed
erano molti, e non vi era tempo da perdere. Infine,
per tentare di acquietarli e mostrare che si fa almeno
quanto è possibile, si requisiscono alcuni grandi carri
tirati da buoi e si comincia a caricare feriti; qui nasce
una nuova scena straziante, tutti vogliono essere pre-
scelti, ma il numero è soverchiarne; si fa una scelta a
casaccio, si promette agli altri che si cercheranno nuovi
carri, e si comincia col far avviare i primi verso Goito.
Frattanto tutta la truppa è in moto; ogni quarto
d'ora il general Bava manda un ufficiale a vedere se
il nemico avanza, ei volle attorno a sé tutti gli uffi-
ciali addetti allo Stato Maggiore, credo che fra i su-
perstiti posso ancora annoverare il Minghetti, Vin-
cenzo Ricasoli ed il duca di Dino. Alle ore 7 ant. era-
vamo ancora nella piazza di Villafranca e l'ultimo atto
• che si fece fu una lettera stesa su d'un tavolino d'un
piccolo caffè nella piazza stessa, diretta al comandante
dell'esercito nemico nella quale si raccomandavano i
feriti alla sua umanità, e venne consegnata ad un im-
piegato del Municipio pel ricapito.
Non occorre dire ch'era stesa in termini tali da non
lasciar punto travedere che si dubitasse d'un buon
trattamento; e nessuno di noi dubitava davvero; ma
anche quell'atto si era dovuto fare per calmare l'ap-
prensione dei feriti che era impossibile di trasportare.
Poco dopo le sette un ufficiale mandato in ricognizione
annuncia che il nemico è in marcia; allora il general
Ricordi, ecc. i<?
29O CAPITOLO DICIOTTESIMO.
Bava e noi tutti abbandoniamo Villafranca avviandoci
verso Goito.
La marcia procedeva lenta ma regolata. Avevamo
percorsi pochi chilometri allorquando un corpo di ca-
valleria nemico di ussari, attaccò la nostra retroguardia
all'estrema destra , ch'era composta della brigata Pie-
monte.
Fatto un dietro fronte que' bravi soldati impegna-
rono un combattimento con tanta risolutezza che ste-
sero al suolo un buon numero di assalitori e dalle
relazioni che apparvero dopo si seppe che fra i morti
vi ebbe un maggiore, precisamente un Seczeny, non
sappiamo se della grande famiglia ungherese, ma il
fatto è certo.
Quei soldati in quella breve ma energica azione die-
dero proprio l'idea del leone ferito al quale il dolore
non scema ma aumenta la ferocia. Il nemico desistette
dall'attacco. — A circa mezza via raggiungemmo il
mesto convoglio de' feriti. Vi ebbe allora una sosta e
per qualche tempo io mi trovai di fianco ad uno di
quei carri; erano di quelli che colà si usano pel tra-
sporto del fieno e sono assai grandi e muniti all' in-
giro di una specie di restelliera, i feriti erano assisi
e col dorso appoggiato a quella. Il caldo era oppri-
mente ed alcuni di questi sventurati si erano levata
persino la camicia, si vedevano torsi erculei, sopratutto
di artiglieri, ma incredibili dovevano essere le sofferenze
di molti che si contorcevano sotto gli spasimi; da ogni
parte sgocciolava sangue. Per circa mezz'ora fui ob-
bligato di rimaner al fianco di que' carri di dolore,
senza poter recare il minimo sollievo e pur troppo
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 29 1
non arrivarono nemmeno tutti vivi a Goito. Allorché
si levarono da que' carri se ne trovarono due morti.
Dio solo ha contate le sofferenze di que' infelici, e se
que' tristi, che colle stolte dicerie di barbarie inven-
tate, furono la vera causa di quella morte, forse im-
matura, avessero avuto coscienza, avrebbero dovuto
sentirne rimorso, ma ben lungi da questa si può in-
vece esser certi che si saranno vantati di aver sparse
quelle voci come mezzo d'infiammare alla resistenza,
senza pensare che su ben pochi poteva produrre quel-
l'effetto, e che moltissimi invece non chiamati a com-
battere o divenuti impotenti, come precisamente i fe-
riti, si sarebbero spaventati. — Non è a dire il male
che produsse quella scellerata calunnia, che si sparse in
tutta la Lombardia.
Tornando ai nostri sventurati i più fortunati furono
quelli che non si poterono trasportare e rimasero
nelle ambulanze ove vennero trattati dai Tedeschi con
tutta umanità , precisamente come noi trattavamo i
loro feriti.
Verso le ore 3 si arrivò a Goito ma, come ripeto,
noi formavamo l'estrema retroguardia; il Re ed il
grosso dell'esercito erano arrivati molto prima. Colà
apprendemmo un fatto grave ; il giorno innanzi sì tosto
era stata decisa la ritirata, il generale in capo mandò
un ordine al generale De Sonnaz di tener fermo in
Volta onde l'esercito nostro, ossia quello sulla sinistra
del Mincio, non venisse girato da quella parte, e po-
tesse fare la sua ritirata su Goito; quell'ordine scritto
in matita venne affidato al duca di Dino perchè lo
recasse a Volta. Era questi un bravo ufficiale francese
292 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
appartenente alla più alta aristocrazia di quella nazione,
ed era venuto a far la guerra per amore all'Italia,
aveva grado di capitano ed era in ottima relazione con
tutti noi. Ei si diresse a me perchè gli spiegassi la
via che doveva tenere, ed io colla carta alla mano gli
indicai sì chiaramente la via da Villafranca a Pozzolo,
precisamente quella che aveva fatto al mio ritorno da
Volta, ch'era impossibile ogni equivoco ; per maggior
sicurezza il capo dello Stato Maggiore volle che fosse
accompagnato da una scorta di quattro carabinieri. Ei
pervenne felicemente alla sua meta, ma per sventura
quell'ordine steso in fretta e forse mal scritto venne
interpretato a rovescio, ossia come un ordine di ab-
bandonar Volta e nel mattino del 26, il generale De
Sonnaz fece la sua ritirata su Goito. — Giunto colà
il Re, sorpreso di trovarvi il corpo di quel generale,
montò in collera e gli ordinò di ritornare immediata-
mente a Volta, e riprendere quella posizione. Obbedì
esso e la truppa benché stanca rifece il cammino, e
giunse verso le sei ai piedi della collina. Quivi dopo
breve sosta il generale ordinò l'attacco e s'impegnò
una lotta vivissima col nemico che aveva il vantaggio
della posizione dominando la pianura dall'alto , ma
tale fu l'impeto dell'assalto, sopratutto della brigata
Savoja, che il nemico venne sloggiato e venne ripresa
Volta, ma con gran perdita da ambo le parti.
Fu l'ultimo fatto d'armi brillante da parte della
nostra truppa. Entrando in Goito, piccolo paese cinto
da mura che ricordano il medio evo, s'incontra a si-
nistra presso la porta una torre quadrata e tozza, io
con altri salimmo su quella e vedemmo da colà l'avan-
CAPITOLO DICIOTTESIMO. 293
zarsi dei nostri, e l'attacco proprio al cader del giorno.
Rinacque un raggio di speranza ma non doveva durare
a lungo. — Nella notte si avanzò su Volta il grosso
dell'esercito nemico ed i nostri dovettero nel mattino
del 27 abbandonar di nuovo Volta, e ripiegare ancora
su Goito, ove si trovò concentrato in quel giorno la
gran parte del nostro esercito. Carlo Alberto cre-
dette venuto il momento per trattar della pace , e
mandò al campo austriaco i generali Bes e Rossi ed
il colonnello Alfonso La Marmora ch'era capo dello
Stato Maggiore della divisione comandata dal duca di
Genova. Partirono prima del mezzodì di detto giorno
27 luglio e si recarono a Volta e quivi conferirono
col maresciallo Hess, il capo dello Stato Maggior Ge-
nerale dell'esercito austriaco. Lunga fu la conferenza
non essendo ritornati que' tre incaricati che verso le
5 pomeridiane. Frattanto Carlo Alberto attorniato da
suoi ajutanti e da tutti gli uffiziali dello Stato Mag-
giore stava attendendo l'esito in un campo a Cerlongo,
qualche chilometro più innanzi da Goito verso Volta
seduto all'ombra d'un gelso, con un caldo canicolare.
Eravamo su quel campo di battaglia che aveva veduto
sorridere la fortuna il 30 maggio, ma in quel giorno
invece tutto spirava mestizia, e ben poca speranza po-
tevasi nutrire dall'esito delle trattative.
Arrivati all'ora indicata i nostri incaricati presenta-
rono al nostro Re un progetto di armistizio elaborato
dallo stesso Hess. Si prendeva qual base, la linea del-
l'Adda, cedevasi dall'Austria a Carlo Alberto su per
giù, l'antico ducato di Milano. Si volle da taluno ne-
gare quella proposta, ma il La Marmora divenuto più
294 CAPITOLO DICIOTTESIMO.
tardi ministro della guerra, ricuperò il documento ori-
ginale colla firma del maresciallo Hess, datato da V'a-
leggio del 27 luglio, ch'era rimasto presso il ministro
Des Ambrois che accompagnava il Re qual ministro
responsabile, ed ora quel documento si trova all'Ar-
chivio di Stato in Torino. La cosa non ha più che un
interesse storico, ma valgano questi particolari a di-
mostrare il concetto che il nemico aveva dell'esercito
piemontese, se per troncare la guerra acconsentiva
ancora ad un sacrificio, qual era quello della cessione
a Carlo Alberto di quasi tutto il paese che formava
un giorno l'antico ducato di Milano.
Klllllllllllim '
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si riprende la ritirata — Sof-
ferenze dei soldati — Buone disposizioni dei Comitati — Epi-
sodio di Codogno — Fatto d'armi di Cremona — Difesa della
linea dell'Adda — Il general Sommariva si ritira su Piacenza
— Episodio di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito sotto Mi-
lano — Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale principale
viene stabilito in casa Greppi.
L'offerta del generale Hess parve troppo esigua a Carlo
Alberto che rifiutò e quindi si dovette tosto pensare a
proseguire la ritirata. Ciò avveniva verso la sera del 27
e da quel momento non fu interrotta che dalle soste
per combattimento della nostra retroguardia coll'avan-
guardia del nemico, e d'una mezza giornata per un
combattimento più lungo e serio sotto le mura di
Cremona, avvenuto il 29.
Grandi furono le sofferenze dei poveri soldati pel
disordine dei viveri e pel gran caldo; si sarebbe detto
che pioveva fuoco; si cercava far camminare i sol-
dati di preferenza nella notte, ma non sempre si
296 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
poteva, e spesso bisognava spiegarsi a destra ed a si-
nistra in attesa di un attacco; aggiungasi a questo una
polvere che avvolgeva le colonne intere della truppa
che, esausta ed arsa dalla sete doveva talvolta tolle-
rarla per lunghe ore. Per dar un'idea del caldo di
que' giorni, citerò un fatto che accadde a me, di nes-
suna importanza per sé, ma espressivo qual prova dei
caldo. Io recava a tracolla una tasca in pelle divisa
internamente da un diafragma; nell'una parte teneva il
il cannocchiaiino da campagna e la carta geografica,
nell'altra aveva una piccola scorta di cioccolatta incar-
tocciata. Un giorno volendo levare il cannocchiale sba-
glio lo scompartimento ed entro colla mano in quello
della cioccolatta e sento che le dita s'immergono in
una poltiglia, ritiro immediatamente la mano e veggo
che quella densa poltiglia altro non era che la cioc-
colatta che si era fusa precisamente come se fosse
stata posta sul fuoco; aveva rotta la carta e s'era
sparsa nella tasca di pelle. È vero ch'era a cavallo da
molte ore e nelle più calde e la borsa in pelle nera
facilitava il concentramento del calorico, ma si pensi
a qual grado doveva salire per liquefare a quel modo
la cioccolatta. Ma il caldo, si dirà, doveva pur sen-
tirlo anche il nemico, era il medesimo sole che ci saet-
tava e percorrevamo la stessa via, e ciò è verissimo;
ma se reagiva egualmente sul fisico, trovava nel mo-
rale una resistenza ben diversa. Sotto tale rapporto
noi eravamo in condizioni diametralmente opposte; il
Piemontese, vera stoffa da soldato, sentiva profonda
T influenza morale, comprendeva che più non si scon-
giurava la fortuna, ed alle sofferenze fisiche si univano
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 297
quelle dello spirito che abbattono più delle prime, e
d'altronde eravi poi anche questa differenza che quando
l'esercito austriaco voleva riposare era padrone di farlo,
ma la stessa cosa non poteva dirsi del nostro che an-
che in questo doveva subire la legge dal vincitore.
Una causa grave di sofferenze come già accennai
fu quella del disordine nella distribuzione dei viveri.
Il servizio era male organizzato ed al campo vi ebbe
sempre contemporaneamente in un luogo difetto e nel-
l'altro abbondanza, privazioni e sciupamento; la massa
viveri non mancò mai, ma così mal distribuita e so-
pratutto poi nei giorni di battaglia, che il povero sol-
dato rimase più d'una volta 24 ore senza cibo. Il vizio
veramente organico stava in ciò, che il trasporto dei
viveri si faceva da imprese private, e non da un corpo
con disciplina militare; ora que' impresari temendo
cader nelle mani del nemico e perder carri e cavalli,
si allarmavano anche per pericoli ideali e ridicoli e
trovandosi anche a grandi distanze dal nemico. Mentre
io (28 luglio) mi recava a Cremona per prendere dispo-
sizioni, incontro un piccolo convoglio di quattro o cin-
que carri, tirati da buoi che trottavano. Era nato un falso
allarme per un preteso corpo austriaco che si diceva
vicino; coloro che conducevano quel convoglio presi
dallo spavento non contenti di battere le bestie perchè
corressero, avevano aguzzato dei bastoni e pungevano
con questi i buoi a sangue, al punto, che, quando io l'in-
contrai, o per meglio dire li raggiunsi, trottavano alla
lettera , come quelli che li pungevano. Sdegnato a
quella vista mi collocai anzitutto col mio cavallo
avanti al primo carro, intimai ai conducenti che si fer-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
massero, e li apostrofai con una vera scarica di epi-
teti uno più forte dell'altro, poi gli dissi: che i Te-
deschi non avevano le ali nemmeno essi, che fra loro
e noi v'erano più di 20 chilometri ed il nostro eser-
cito di mezzo. Credesi forse che reagissero? Nulla af-
flitto; si pigliarono in buona pace quel subisso d'in-
solenze, ma siccome erano stanchissimi essi pure come
i buoi che cacciavano , quell'assicurazione del nessun
pericolo per quanto condita bruscamente fece loro pia-
cere , cominciarono a scusarsi dicendo che avevano
visto altri a fuggire , e senza cercar altro fuggivano
anch'essi; io divenni più mite e tornai sull'argomento
dimostrando loro colle buone, quanto assurdo fosse
quel panico; mi feci promettere che avrebbero conti-
nuata la loro via di passo e con tutta calma, ed io
proseguii il mio cammino. L'assicurare i viveri all'e-
sercito fu uno dei compiti più ardui che cadde sugli
ufficiali lombardi dello Stato Maggiore dal 27 luglio
al 3 agosto: io non conobbi più ciò che volesse dire
riposare su d'un letto; durante la notte procedeva sem-
pre per intendermi coi Municipii e coi Comitati, onde
non mancasse il necessario; durante il giorno doveva
portar ordini pei movimenti militari. Una cosa dolo-
rosa che mi dava non poca pena erano le inevitabili
dimande che mi facevano sulle probabili sorti della
guerra , tutti speravano che si facesse resistenza e si
desse battaglia, in modo che il loro paese non cadesse
nelle mani dei Tedeschi; io non voleva illuderli, ma
nemmeno spaventarli, stava quindi sulle generali, ma
coloro che conservavano ancora calma di spirito, ben
comprendevano che la speranza di vincere non era
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 299
grande. Ben potrei però accennare ad onore di più
d'un Municipio e d'un Comitato quanta premura e
quanta buona volontà vi mettessero. A Cremona , per
esempio, ove io giunsi il 28 a notte avanzata trovai
al Municipio il Comitato ancora riunito, e non è a
dire con quanta prontezza e benevolenza annuisse ad
una dimanda assai forte per razioni di viveri; ma chi
mai ricorda ora, chi apprezza que' meriti ? Eppure quei
servici resi in circostanze cotanto difficili e sventurate
esser dovrebbero i più ricordati. Per essere almeno io
fedele a questa massima non vogli tacere un fatto
che mi avvenne in quei giorni e che torna ad onore
del clero e dei cittadini di Codogno.
Era il 28 luglio verso il cader del giorno ed io mi re-
cava in quel paese portando ordini; lungo la via in-
contro un corpo di truppa che camminava stanco, spos-
sato ; cavalco per qualche tempo a suoi fianchi e veggo
che un soldato che camminava in riva al fosso stra-
dale lascia cadere un pane che rotola nel fosso ma
di poca profondità ed asciutto, e né esso né altro
fra i soldati si danno il fastidio di raccoglierlo. Mi ri-
volgo al primo ufficiale che trovo e gli narro l'acca-
duto. Che vuole, mi risponde d'esso, io ho dei soldati che
non digeriscono più il pane, tanto hanno lo stomaco alte-
rato e quindi non mi reca meraviglia quanto ella mi dice;
tale poi è la stancherà generale che nessuno avrà voluto
far la fatica di discendere nel fosso per raccogliere quel
pane. Codogno è famoso pei suoi latticini, è un gran
centro produttore di burro e formaggi; mi viene in
mente di trar partito di quella sua ricchezza ed arri-
vato indi a poco colà, dopo esaurito il compito affi-
300 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
datomi, vado diritto dal parroco, gli dico che arriverà
quanto prima un corpo esausto dalla fatica e tanto che
a molti ripugna perfino il pane; in un paese con tanti
ricchi fittabili si potevano fare delle polente ed unirvi
un po' del famoso burro o del formaggio, era persuaso
che quel cibo caldo ed omogeneo ai soldati li avrebbe
ristorati. Il buon parroco chiamò tosto un suo coa-
diutore, gli ordinò che cercasse subito tre o quattro
altri sacerdoti e si spargessero per Codogno esortando
la popolazione a far polente accompagnandole poi con
un po' di burro o di formaggio che i soldati sarebbero
venuti a prenderle.
Alla prontezza del parroco e dei sacerdoti da lui
chiamati in aiuto, corrispose la bontà d'animo di quegli
abitanti; in meno di due ore si erano preparate po-
lente in ogni parte di quei grosso borgo. Frattanto
era arrivato anche il corpo di truppa e si era accam-
pato fuori del paese. Mandai ad avvertire il coman-
dante come gli abitanti di Codogno avessero preparato
una sorpresa pei soldati con polente e burro, volesse
mandare buon numero di soldati onde trasportarle al
campo. Il comandante non si fece pregare, e si videro
file di soldati guidati da sacerdoti e cittadini alle di-
verse case, che a due a due portarono quelle polente,
alcune delle quali erano di grandi dimensioni e tutte
avevano del burro e del formaggio. I soldati fecero
gran festa a quel regalo. Molti anni dopo trovandomi
io in Firenze in una società ed essendo caduto il di-
scorso sul buon umore del soldato piemontese, un uf-
ficiale di artiglieria volendo addurne un esempio narrò :
come essendo egli ufficiale d' artiglieria in una bat-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 301
teria di campagna che nella ritirata del 1848, sopra
Milano erasi fermata a Codogno, quegli abitanti aves-
sero preparate delle polente con burro e formaggio,
del che era stata partecipe anche la sua batteria, e che
egli aveva dovuto fare le meraviglie vedendo come quel
piccolo avvenimento avesse tosto cambiato l'umore dei
soldati, alcuni dei quali facevano dei brindisi colla po-
lenta agli abitanti di Codogno. Quando si pensa alle
enormi fatiche che avevano sostenuto, alla prostra-
zione d'animo che generalmente dominava, non si può
a meno di convenire nella sentenza di quell'ufficiale,
che poco basta per eccitare il buon umore nel sol-
dato piemontese. Ma perchè mai non dedicheremo due
righe di lode anche ai buoni cittadini di Codogno se
anche solo dopo 35 anni? Quei slanci svelano la buona
natura della popolazione; ma perchè si avesse a giu-
dicare come merita, converrebbe potersi trasportare col
pensiero a quei giorni. Universale, come ripeto, era
lo spavento per le asserte calunniose crudeltà com-
messe dagli Austriaci contro inermi cittadini.
Lo stato della nostra armata diceva chiaro, come
pur troppo passati forse anche solo due giorni Codogno
sarebbe stata occupata dai Tedeschi; non pertanto si
adoperavano con tanto zelo ed amore verso i nostri
poveri soldati. Certo fu ben piccola risorsa rapporto
al numero che poterono parteciparvi in confronto al-
l'esercito intero, ma fu di vero sollievo per quelli a
cui toccò ed il contegno di quegli abitanti merita esser
ricordato poiché verranno indubbiamente altri tempi,
fosse anche solo in avvenire lontano, nei quali la ca-
rità cittadina potrà essere di sollievo a soldati affranti
5 02 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
dalle fatiche come quelli della ritirata del 1848. Augu-
riamo pur sempre che la fortuna secondi le nostre
armi, ma non illudiamoci al punto da non ammettere
come cosa possibile anche rovesci e sventure. Ulti-
mate le mie incombenze tornai a Cremona.
Il 29 luglio ebbimo a sostenere presso quella città
un attacco da parte del nemico, vi ebbe un combatti-
mento che durò più ore; l'esercito nostro benché già
sconnesso tuttavia era però ancora abbastanza compatto
ed ordinato, che quantunque ceder dovesse a fronte
della gran superiorità di numero del nemico, non per-
dette nella ritirata né prigionieri né un pezzo d'arti-
glieria.
Un grosso temporale venne anche in quel giorno a
rinfrescare alquanto l'aria infuocata.
Dopo l'abbandono di Cremona non rimaneva più
che la linea dell'Adda che ancora poteva prestarsi ad
un piano di difesa, e realmente il 31 luglio il gene-
rale Bava aveva impartito istruzioni in proposito. Ei
contava sulla cooperazione del Comandante della i a Di-
visione, il generale Sommariva D'Aix, il quale formava
l'estrema sinistra, ed il 31 stesso mese aveva passato
il fiume a Grotta d'Adda, ma il i° agosto sopraffatto
dal nemico che aveva gettato un ponte in quelle vici-
nanze, il generale Sommariva lungi dal poter dar la
mano al generale Bava, erasi recato a Piacenza con
tutto il suo corpo; quello sconcertò il piano della di-
fesa dell'Adda al quale si rinunciò, e si dovettero con-
tromandare tutti gli ordini. Incaricato di una di quelle
missioni, e precisamente presso il generale Ferrerò che si
trovava in vicinanza di Pizzighettone mi avvenne di es-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3O3
sere presente ad uno di quei spettacoli che difficilmente
si ripetono, perchè prodotti da combinazioni fortuite, e
da determinazioni instantanee. Io andava in cerca del
generale Ferrerò per recargli l'ordine di cambiare di
direzione ; giunto a poca distanza da quella fortezza in-
contro il generale Passalacqua che colla sua brigata
seguiva la via tracciatagli in forza del piano di difesa
che dovevasi abbandonare, lo fermai e lo pregai so-
spendere la marcia e di voler prender cognizione di
quell'ordine che recavo al generale Ferrerò. Ei stava
leggendo quell'ordine allorquando si ode un colpo come
di tuono cupo, ma tuttavia si forte da far tremare la
terra, in pari tempo dal centro di Pizzighettone s'alza
un'enorme colonna di fumo, ma del diametro di più
diecine di metri, e questa si slancia ad un'altezza non
minore di 50 o 60 metri poi ad un tratto si ferma, la
cima si trasforma in un enorme ombrello che ricade
su sé stesso formando gran vortici di fumo ed av-
volge dilatandosi tutta la fortezza; il generale Passa-
lacqua sospende la lettura ed attonito al pari di me e
degli ufficiali che lo circondavano contempla quello spet-
tacolo sì imponente ma che non durò che pochi mi-
nuti.
Ecco qual'era la causa; a Pizzighettone v'era una
grande provvisione di polvere, più centinaia di barili;
venuto l'ordine di sgombrare la fortezza non volevasi
che quella preziosa provvista cadesse in mano del ne-
mico, e d'altronde non eravi il tempo di trasportarla,
si cominciò a gettarne una grande quantità nell'Adda,
ma quel mezzo di distruzione non riuscendo abba-
stanza celere, venne il pensiero di accatastarne una
304 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
gran massa nella piazza centrale e darvi il fuoco,
dopo prese le debite precauzioni perchè tutti si allon-
tanassero. La polvere non trovando resistenza non pro-
dusse che quello scoppio cupo che ho menzionato, ma
la grande quantità generò quella sterminata colonna
di fumo che dapprima produsse l'effetto di un torrente
che andava dal basso all'alto, e finita la spinta si rove-
sciò sopra sé stesso, si allargò dapprima a forma d'om-
brello, e poi cadde generando una specie di nebbia nera
che avvolse tutta la fortezza; centinaia di mila lire an-
darono distrutte in pochi momenti, eppure era ancora
l'unico partito che potevasi prendere. Salutato il ge-
nerale Passalacqua, raggiunsi in breve il generale Fer-
rerò che diede tosto le disposizioni per la nuova via a
prendersi; ciò avveniva il i° agosto e qua ido il quar-
tier generale era in Codogno. Colà si dovette il Re
decidere, o ad andare su Piacenza, ovvero su Milano;
ragioni militari avrebbero consigliato la prima via, ma
Carlo Alberto dichiarò che voleva difendere Milano,
che del resto era sempre stata la sua idea e l'esercito
mosse alla volta di quella città. Il 2 agosto verso sera
ebbimo ancora qualche scaramuccia col nemico nella
vicinanza di Lodi, ma di poca importanza, ed il 3 agó-
sto dopo il mezzogiorno arrivammo sotto Milano.
Dal 22 luglio, giorno della partenza da Marmirolo
a quello menzionato, non aveva più avuto notizia al-
cuna diretta da quella città. Durante la breve fermata
di Goito dopo la battaglia di Custoza, io che non mi
faceva illusioni di quanto era probabile, aveva scritto
a mia moglie che si ritirasse in Piemonte, ma poi non
avevo più avuto notizia di lei né della famiglia. Alle
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 305
preoccupazioni per ciò che riguardava la cosa pubblica,
aggiungevansi anche quelle relative alle affezioni pri-
vate. Sì tosto arrivato chiesi quindi al mio capo il per-
messo di potermi recare a casa mia, al che acconsentì
pregandomi però di ritornare il più presto possibile.
Fra tre ore sarò qui infallibilmente di ritorno. Giunto
a casa mia appresi che mia moglie era andata a No-
vara, il che mi fece gran piacere. A custodia dell'ap-
partamento era rimasta solo una servente tutta spa-
ventata per le dicerie che correvano, sicché cominciai
col rassicurarla intorno alla falsità di quelle; sì tosto
i vicini di casa appresero il mio arrivo, vennero a
trovarmi avidi di avere notizie dell' esercito. Alla mia
volta io non era meno ansioso di conoscere cosa era
avvenuto in Milano. Come è facile l'indovinare fu un
vero incrociarsi fra le loro dimande e le mie, e le re-
ciproche risposte; ciò ch'io poteva dir loro il lettore
lo sa; io cercherò riassumere in breve ciò ch'io ap-
presi in quel primo colloquio famigliare coi vicini fra
i quali eranvi persone distinte, compreso un alto impie-
gato dello stesso Governo provvisorio.
La notizia del fatto d'armi di Governolo del 18 luglio,
elevato al rango di battaglia, nonché di quello più impor-
tante di Staffale del 24 dello stesso mese, aveva elettriz-
zato la popolazione ; l'ultimo in modo speciale era stato
annunciato come una splendida vittoria, ed i fogli pub-
blici erano pieni delle notizie più rassicuranti. Non
essendovi allora il telegrafo, richiedevasi più tempo
perchè le notizie potessero giungere, ed il pubblico
non veniva in cognizione che circa ventiquattro ore
dopo ed anche più. Il 25 luglio, giorno della nostra
Ricordi, ecc. 20
306 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
sconfitta toccata a Custoza, era stato un giorno di
grande allegria per Milano che festeggiava la vittoria
di Staffale. Alla sera vi ebbe illuminazione in più luo-
ghi della città. Ma ritorniamo sul teatro della guerra.
La sera stessa della battaglia di Custoza, non che gran
parte della notte successiva, fummo tutti occupati a
dar provvedimenti per la ritirata, e credo che nessuno
si assumesse Y ingrato incarico di partecipare al Go-
verno la perdita della battaglia stessa. Si potrebbe os-
servare che non fu cosa molto regolare, ma in quei
momenti si pensa dai capi anzitutto all'armata, ed era
poi tanto più perdonabile la poca premura di dare quella
notizia, in quanto che ignorandosi dal maggior numero
la sorte del corpo del generale De Sonnaz, eravi pur
sempre ancora la speranza di poter prendere qualche ri-
vincita. Solo il 26 luglio da Goito si cominciò a parteci
pare ufficialmente al Governo provvisorio la nostra sven-
tura. Ma come sempre avviene in simili circostanze, le
notizie date dai privati avevano preceduto le ufficiali;
già durante il giorno 26 qualche voce sinistra ha do-
vuto circolare in Milano. Tuttavolta, siccome ira pri-
vato non fa sempre impunemente lo spargitore di no-
tizie infauste, è molto probabile che le prime fossero
avvolte in frasi dubbiose; certo si è che il 26 la gran
massa del pubblico ignorava completamente il rovescio
toccato il 25. Siccome però gli avvenimenti non da-
vano tregua, cosi la realtà ha dovuto farsi strada ben
presto, con che le notizie sfavorevoli finirono ad ac-
cavallarsi alle fortunate; entro la susseguente giornata
del 27 cominciavano ad arrivare in Milano fuggitivi, non
dell'armata, ma di quella massa di privati, che o per
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 307
ragione di contratti ed appalti per sussistenze militari o
per altra qualsiasi causa seguivano l'esercito. Allora la
verità si fece palese in tutta la sua realtà e siccome è
impossibile che non venga anche esagerata, per il che
i fuggitivi sono sempre stati famosi, ovunque ed in tutti
i tempi, così accadde che Milano passò bruscamente
dall'esultanza per il trionfo ottenuto, allo spavento per
la successiva disfatta. Il 28 luglio fu la giornata nella
quale ebbe principio la triste fase di confusione e di
spavento. Le notizie dell'esercito si succedevano ma
tutte sfavorevoli; si era in piena ritirata. Il 28 sud-
detto si annuncia che stava per cadere Cremona e quan-
tunque, militarmente parlando, non poteva avere grande
importanza, non essendo città fortificata da potere of-
frire un punto d'appoggio per una resistenza; non è
a dire quanto nel pubblico e sulla massa dei cittadini
dovesse far senso quell'annuncio che venne tosto di-
vulgato come fatto compito colle parole sono già a Cre-
mona — è occupala Cremona — Cremona è caduta. I cit-
tadini se la presero col Governo provvisorio al quale
il giorno 29 luglio la piazza impose un triumvirato
che assunse il nome di Comitato di pubblica difesa e
cominciò a dare provvedimenti in suo nome.
Queste furono le notizie più essenziali che potei
avere in quel primo colloquio coi vicini di casa; fui
obbligato a troncarlo presto, volendo essere esatto e
ritornare al mio posto prima che spirassero le tre ore
che mi erano state accordate. Giunto al Quartier ge-
nerale ch'era in un'osteria fuori porta Romana, detta
di San Giorgio, mi venne assegnato un alloggio in una
delle più vicine case. Le ore vespertine di quel giorno
308 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
vennero impiegate in preparativi per la battaglia dive-
nuta inevitabile per 1' indomani. Le truppe vennero
collocate fuori della città in gran cerchio che appog-
giavasi colla dritta al Naviglio di Pavia; aveva il suo
centro a Vigentino, Boffalora e Gamboloita, e colla
sinistra si avanzava oltre porta Orientale. La truppa
era però affranta dalla fatica e dalle sofferenze per il
gran caldo.
Venuta la notte ebbi un po' di libertà e passai al-
cune ore con due amici che mi vennero a trovare e
con ottimo consiglio avevano preparato un po' di pranzo
in un'osteria vicina. Nel breve colloquio a casa mia
non aveva potuto avere conoscenza che delle notizie
le più essenziali intorno a quanto era avvenuto a Mi-
lano; ma con quei amici, uno dei quali era ufficiale
della Guardia Nazionale e l'altro persona dell'alta so-
cietà, vi ebbe un reciproco sfogo di notizie intorno
agli avvenimenti, non solo di que' ultimi giorni, ma
rimontando anche addietro. Essi mi narrarono come
nei due mesi passati i partiti avessero sconvolto Mi-
lano, come si fossero imposti alla popolazione con
una stampa la cui sfrenatezza non aveva nome, come
molte famiglie civili fossero andate in campagna per
sottrarsi a quella tirannia. Si predicava apertamente la
necessità della Repubblica; ben prima di quei giorni,
il Mazzini aveva trovato modo d'influire direttamente
sul Governo dominando uno dei suoi membri. La piazza
s'era fatta onnipotente; si univano quindici o venti,
si recavano in piazza S. Fedele avanti al palazzo Ma-
rino ove sedeva il Governo, e cominciavano a gridare
ad alta voce, fuori il Governo provvisorio e volevano no-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 309
tizie dell'esercito e delle intenzioni del Governo. Come
potesse camminare l'amministrazione pubblica, in si-
mili condizioni, è facile immaginarlo ; si facevano piani
di campagna, e si discutevano, nei giornali i più esal-
tati; si criticavano le operazioni dell'esercito ed obbli-
gava talvolta lo stesso Governo provvisorio ad inge-
rirsi con consigli che provenivano da loro, nei piani
di guerra. Quanto al futuro regime da darsi alle Pro-
vincie liberate dal dominio straniero, doveva basarsi
sopra libertà ben altrimenti più larghe ancora di quella
che godevano e della quale tanto abusavano; la stampa
infine si era convertita in vera reale tirannia per i
tranquilli cittadini, minacciati sempre di venire denun-
ciati di Pkmontesismo o di poco liberali, e perfino di
aderenti in segreto all'Austria. Segnalato sopra tutti
ne andò il giornale detto L'Operaio, redatto da certo
Perego, era divenuto un vero flagello pei cittadini ;
entrava nelle domestiche pareti mettendo a repentaglio
l'onoratezza e la buona fama di oneste persone M.
Infine sarebbe cosa impossibile il descrivere la con-
fusione che tutto quell'insieme aveva generato nelle
menti, e voler rappresentare lo stato morale della città di
Milano nel giugno e luglio del 1848. Non occorre tam-
poco accennare come gli autori principali di quei disor-
(1) Il nominato Perego, che si atteggiava a vera potenza nel campo della stampa,
al ritorno degli Austriaci si pose al loro soldo. Se lo fosse anche prima non sa-
prei, poiché né io lo conobbi, né mi occupai gran fatto di lui; so di certo che
aveva la sfrontatezza di mettere ih ridicolo il gran tentativo dei 1848 ogni qualvolta
gli veniva il destro. Ei finì coll'essere redattore di un foglio ufficiale che si pubbli-
cava a Verona. Un giorno (credo nel 185S) si udì che assalito da atrocissimi dolori
era morto repentinamente. Nessuno lo compianse né più si parlò di lui.
3 IO CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
dini, sì tosto pervennero le notizie sfavorevoli, si Lin-
ciassero contro il Governo provvisorio reclamando la
sua rimozione, dichiarandolo inetto e non al livello
dei tempi e delle gravi circostanze; se nonché allor-
quando il pencolo si fece maggiore e gli Austriaci si
avvicinavano a Milano, tutti quei caporioni se ne fug-
girono ed i più andarono a Lugano per sorvegliare,
come dicevano, gli avvenimenti.
Venni assicurato che la confusione in Milano dal 30
luglio al i° agosto, ossia quando si sparse la notizia
che i Tedeschi aveano ' passato l'Adda, fu qualcosa
d'indescrivibile. Chiunque poteva, voleva fuggire dalla
città, ma altri volevano invece che s'impedisse dicendo
che questo spaventava vieppiù coloro che non pote-
vano assentarsi ; prevalse il partito più sano di lasciare
che ognuno facesse quello che voleva ed una massa
veramente considerevole abbandonò Milano, e real-
mente quando si giunse coli' esercito, si trovò assai
squallida. Pur troppo però quei giorni di grande esal-
tazione non andarono privi di gravi sventure. Si parlò
ancora di spie,, di tradimenti, d'intelligenze col nemico,
e si volle trovare i colpevoli. I più esposti alle violenze
erano gli stranieri; uno di questi, trovato a contem-
plare il castello, venne circondato da popolo che lo
qualificò senz'altro da spia; lo sventurato si smarrì
ed allora gli furono addosso con calci e con pugni;
alcuni cittadini più calmi ed umani accorsi a quella
scena s'intromisero e protestando che lo volevano con-
durre all' ufficio di Sicurezza Pubblica, lo presero di
mezzo, se non che, durante il tragitto i più esaltati si
lanciavano contro di lui dandogli pugni nel ventre e
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3 1 1
nello stomaco, sicché allorquando arrivato all' ufficio
venne introdotto nella camera stessa del Direttore get-
tatosi su di una sedia, spirò. Venne poi riconosciuto
che era un Ticinese, appaltatore di opere stradali, ot-
timo uomo che non avea mai fatto male a nessuno.
Citai questo fatto, fra i non pochi che funestarono quei
giorni, perchè questo mi venne narrato dallo stesso
Direttore, l'illustre Fava, che fu presente alla morte
dello sventurato. Così in quella città, ove nel marzo
dello stesso anno il popolo aveva rispettato un Bolza,
ossia uno dei capi più esecrati della Polizia austriaca,
si inveiva anche per lontani sospetti contro innocenti;
tanto influisce anche sulle masse la fortuna favorevole
o contraria. La vittoria del marzo aveva elevato il sen-
timento della popolazione, l'aveva inalzato alla gene-
rosità ed al perdono e fu atto veramente nobilissimo
quando si pensa che il Bolza aveva tiranneggiato per
lunghi anni, sicché il suo nome godeva di triste cele-
brità; all'opposto in quei giorni la sventura avea offuscato
le menti ed accesi gli sdegni che chiedevano uno sfogo
che cadde sopra innocenti. Nella popolazione vi era
però sempre una parte buona, umana e calma, come
lo provò il tentativo per salvare l' infelice Ticinese e
come lo provarono molti dei nostri soldati. Da circa
due settimane nessuno aveva potuto cambiarsi, taluni
erano laceri; l'indomani dell'arrivo, ossia il giorno
4 agosto di buon mattino, vedevansi i cittadini distri-
buir camicie ai soldati e recarne carri interi ai campi;
i soldati che per una ragione o altra entravano in città,
venivano accarezzati e si porgevano loro cibi e be-
vande; la gran massa dei cittadini mostrava infine il
|I2 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
suo buon cuore e capiva, col suo retto senso, che
quei poveri soldati erano ancora l'ultima loro speranza.
Nelle relazioni che trovansi stampate intorno a quei
giorni nefasti, si accenna in non poche di esse a fatti
diametralmente opposti, ad ufficiali ed a soldati insul-
tati, non solo, ma contro i quali si tirarono fucilate e
vi ebbero dei feriti. Non credasi però che questo in-
cluda una contraddizione. È vero l'uno e l'altro fatto,
havvi fra i due questa differenza, che quelli che io ho
citati sono del 4 mattina, e li posso garantire in tutta
l'estensione del termine, poiché fui presente io stesso
alla distribuzione di biancheria, laddove i fatti narrati
di ostilità appartengono al 5 agosto, ossia quando, per-
duta anche la battaglia sotto Milano, più non eravi
speranza alcuna, e solo i più esaltati dominavano nelle
vie. Ma ritornando ora al convegno coi miei amici, se
io aveva chièsto molto a loro, non era poco nemmeno
quello che essi chiesero a me. Come è ben naturale,
ciò che più d'ogni cosa gli interessava, era di cono-
scere il vero stato dell' esercito, e quale affidamento
potevasi ancor fare sul medesimo per l'inevitabile bat-
taglia che doveva aver luogo l' indomani. Io non po-
teva ascondere i miei dubbi e parlava con persone
troppo franche per non usare anch'io di egual fran-
chezza; il fatto più grave che dovetti dir loro era la
sottrazione al nostro esercito di una divisione intiera,
quella del generale Sommariva che era andato a Pia-
cenza; faceva parte di quella divisione una delle bri-
gate che più si erano segnalate nella campagna, la
brigata Aosta, e quanto dovesse influire quella sottra-
zione era facile immaginarlo. Oltre di questo non pò-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 313
teva ascondere lo stato veramente deplorevole in ge-
nerale del nostro esercito; ma, come suol dirsi, finché
havvi vita, havvi speranza, e non potevasi escludere
una possibilità di combattimento felice; si calcolava
inoltre su certe inondazioni che dovevano aver luogo
e che avrebbero rese difficili le mosse del nemico; se
ne parlava di già a Lodi di questo piano di allaga-
mento. Soverchiarne era il numero dei nemici, ma si
sperava anche qualche aiuto nella Guardia Nazionale,
infine qualche speranza potevasi pure ammettere. Tardi
ci congedammo poiché e dall' una e dall' altra parte
eravi sempre qualcosa da chiedere.
L'indomani, 4 agosto, io mi trovava all'alba all'oste-
ria di S. Giorgio agli ordini del mio capo. Il re Carlo
Alberto aveva colà passata la notte. Le notizie del ne-
mico confermavano sempre più che avrebbe in breve
attaccato; tuttavia se si fa astrazione di fucilate d'avam-
posti, l'attacco formale che segnalò il principio della
battaglia non ebbe luogo che poco prima del mezzo-
giorno.
Il Re si trovava sulla via che conduce a Lodi, fuori
di porta Romana ed a circa mezzo chilometro, se pure,
dalle mura della città. I Tedeschi fecero lo sforzo prin-
cipale su di un punto intermedio fra porta Romana e
porta Vicentina, detto Gamboloita; verso l'una l'azione
era divenuta generale; vi ebbe più di un morto e fe-
rito a poca distanza dal Re, e posso anzi narrare un
fatto del quale fui testimonio. Il Re si trovava in
prima linea, ossia avanti tutto il suo seguito, e dietro
ad esso stavano due aiutanti ed il generale Salasco, e
vicino a questi mi trovava io; alquanto più addietro
314 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
eranvi altri ufficiali ed addetti allo Stato Maggior Ge-
nerale, fra i quali uu colonnello polacco.
Or bene una palla da cannone venne, facendo tal giro
così singolare, deviata probabilmente dall'aver battuto
contro piante che entrò nel gruppo degli ufficiali, che
stavano dietro il generale Salasco, portò via netto la
testa del cavallo del colonnello polacco ed andò a fe-
rire un cavallo del Re, che uno staffiere teneva a mano
come scorta e gli fece sì profonda ferita che si dovette
ammazzare tosto onde por fine alle sue sofferenze.
L'inondazione sulla quale si faceva assegno non ebbe
luogo. La Guardia nazionale però intervenne in nu-
mero non molto grande, ma di certo vi era. Verso
le tre sopravvenne un temporale con tal violenza che
sospese per qualche tempo la battaglia. Le sorti si de-
cisero a Gambaloita ove i Tedeschi presero due can-
noni e dopo le quattro venne ordinata la ritirata, ed il
Re Carlo Alberto entrò in città.
Chi fosse che ebbe l'idea di suggerire la scelta del
palazzo Greppi, per stabilirvi il Quartier generale non sa-
prei dirlo. Certo si è che fu un' idea infelicissima e
forse devesi a quella scelta se l'indomani si ebbero a
lamentare quei disordini che resero così segnalato il
giorno 5 agosto. Colà sceso anch' io dovetti pensare
un po' anche ai casi miei, e però presentatomi al ge~
naie Salasco lo pregai che mi permettesse di andare a
casa mia e potervi rimanere anche il mattino del giorno
dopo, trattandosi che era certo di dovere espatriare,
ma non sapeva se e quando avrei potuto ritornare; il
generale acconsentendo volle che indicassi io stesso
l'ora che sarei tornato. Non più tardi delle 9 antime-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3 I 5
ridiane. Qui risparmio al lettore i particolari di quella
notte sì triste per me, dirò solo che la passai in bona
parte raccogliendo quanto potei in documenti e valori,
mettendo un orribile scompiglio in tutte le mie carte,
assistito unicamente dalla servente che piangeva com-
prendendo benissimo eh' io doveva partire per sempre
ed essa rimaneva incerta della sua sorte; in mezzo al-
l'ansia che me pure opprimeva mi toccava a farle co-
raggio di continuo e la tranquillizzai poi dicendole, che
giammai sarebbe stata licenziata in simili circostanze e
poteva sempre calcolare sul mio appoggio ovunque
fossi. Riunito che ebbi le mie carte a notte già bene
avanzata presi un po' di riposo. L'indomani di buon
mattino era già in piedi, completai alcune disposizioni
prese la notte ed ordinai alla mia ordinanza che per le
8 ip tenesse pronto il cavallo volendo essere esattis-
simo alla mia promessa.
Poco prima delle 9 antimeridiane del 5 agosto ab-
bandonai la mia casa per avviarmi al quartier generale
principale in casa Greppi.
Lungo il corso di Porta Orientale (ora corso Ve-
nezia) vidi gruppi di cittadini che parlavano con grande
animazione, altri procedevano mestissimi; allorché ar-
rivai presso la piazza del tempio di S. Carlo due cit-
tadini mi si avvicinarono e coi modi i più gentili, co-
minciando col chiedere scusa se si permettevano di
fermarmi mi interpellarono : se era vero che si era con-
chiuso un armistizio e l'indomani dovessero entrare i Te-
deschi. Il loro aspetto esprimeva dolore profondo ed
aspettavano con ansietà la mia risposta. La parola ar-
mistizio mi era di già giunta all' orecchio partita da
3 l6 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
uno dei crocchi incontrati ove si declamava ad alta
voce; io aveva già tanta esperienza e conosceva si
bene lo stato dell' esercito da giudicar tosto come la
cosa esser dovesse non solo possibile ma inevita-
bile ; tuttavia siccome io ignorava in realtà quel
che fosse seguito mi limitai a risponder loro : io non
so nulla, esco in questo istante da casa e vado al Ouartier
generale. Fui contento di non dovere aggravare il loro
dolore con una risposta positiva, né eravi ragione di
dir loro cosa io ne pensava. Oggi vuole essere una gior-
nata seria, dissi però a me stesso: Oggi più che mai
occorre prudenza e calma, e feci proponimento di man-
tenerla.
Punto" io pure dal desiderio di conoscere la verità
spinsi il cavallo al trotto e presa k via di S. Paolo ed
il vicolo di S. Fedele entrai nella via di S. Giovanni
alle case rotte che sbocca sulla corsia detta allora del
Giardino (ora via Alessandro Manzoni) dove havvi casa
Greppi.
Io mi trovava di già vicino all'ingresso in quella via,
allorquando odo il rumore di grida confuse ed un in-
dividuo armato di fucile mi viene incontro e gestico-
lando e movendo il fucile come fosse un bastone pro-
rompe in ingiurie e gridando confusamente ripete spesso
la parola casa Greppi. La via di S. Giovanni alle case
rotte continuava allora sino alla corsia fiancheggiata a
destra dalle case, che sussistono ancora, ed a sinistra
dalla cinta di un giardino ed era anzi piuttosto stretta ;
l'energumeno essendosi piantato nel mezzo e movendo
furiosamente in ogni senso il fucile la sbarrava lette-
ralmente. Io che non capiva nulla di quel suo schia-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 317
mazzo, signore, gli dissi senza scomporrai, io non so*
cosa ella voglia, io vado precisamente a casa 'Greppi e
non ho bisogno che nessuno mi insegni ov e, faccia il favore
di sgombrarmi la via. Queste parole le pronunciai in
tuono risoluto ma senza ira, quell'individuo rimase come
paralizzato, non replicò verbo, si ritirò da un lato ed
io che non era più lontano di un centinaio di metri
da quella casa ben presto la raggiunsi. La corsia del
Giardino era zeppa di gente che faceva un chiasso
enorme, entrai nel cortile di casa Greppi pieno di sol-
dati, consegnai il mio cavallo ad un carabiniere e salii
all'appartamento dov'eravi il Re Carlo Alberto e l'uf-
ficio dello Stato Maggior Generale, e mi presentai al
mio capo il generale Salasco. Oh era ben sicuro, mi disse,
della stia puntualità, e poi soggiunse. Oggi è probabile
che noi avremo bisogno dei nostri bravi ufficiali lombardi.
Può contarvi con sicurezza, risposi io e fatto il mio in-
chino ritornai nella sala attigua dove vi erano i miei
compagni. Appresi da loro cose gravi, l'armistizio era
stato conchiuso durante la notte e recava che entro il
mezzodì del giorno appresso (6 agosto) tutto l'esercita
Sardo avrebbe abbandonato Milano ritirandosi in Pie-
monte; quell'armistizio era stato communicato al Mu-
nicipio non che al Comitato che fungeva da Governo,
la voce era corsa e tutta Milano era piena di quella
notizia. Era naturale che il primo effetto esser dovesse
quello dello spavento; le voci per quanto false anzi pret-
tamente calunniose di crudeltà commesse contro prigio-
nieri e sevizie contro cittadini erano penetrate anche
in Milano. Cadere nelle loro mani oggi che sono tanto
irritati questo pò: no, si disse da molti ed in ogni parte
3 l8 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
della città; il ricordo delle Cinque Giornate era sempre
fresco; le condizioni totalmente mutate dell'esercito au-
striaco erano ignorate dai più ed altri nel loro esalta-
mento non si davano per intesi ed il grido alle barricate,
alle barricate risuonò di nuovo in Milano. Frattanto al-
cuni fra i più esaltati si erano recati al palazzo Greppi
e volevano sapere netto e chiaro cosa era vi di vero; im-
pediti di salire cominciarono a gridare nella via e poi
si fissarono in capo di voler tenere come prigionieri
quanti si trovavano entro quel palazzo compreso il Re.
Si fu precisamente in quel momento di primo impeto
che sopravvenni anch'io ignaro di tutto e per questo
non aveva compreso nulla di ciò che volesse 1' indi-
viduo clie mi aveva fermato presso lo sbocco della via
di S. Giovanni alle case rotte. Anche in palazzo Greppi
non si era però tranquilli, cominciarono taluni a dire
che dovendoci battere era ben meglio batterci contro i
Tedeschi che contro i propri cittadini e come avviene
che una corrente d'idee generosa nel suo fondo seb-
bene d'impossibile esecuzione, prima di essere abban-
donata conviene che faccia il suo corso, perchè non si
trova chi abbia il coraggio di opporvisi, così a poco
a poco s'impadronì dei presenti l'idea della resistenza
che più di tutti sorrideva a Carlo Alberto. Si era sotto
il dominio di questa idea allorquando a darle l'ultima
spinta decisiva, avvenne uno di quei fatti che sono ca-
ratteristici in quei momenti di esaltamento.
Si annuncia una deputazione di cittadini appartenenti
a ceto civile, vengono non armati e chieggono di par-
lare a Carlo Alberto; egli ordina di lasciarla passare
e viene egli stesso nella sala maggiore piena di uffi-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 319
ciali d' ogni grado. La folla si apre, compare da un
lato la grande, la maestosa ffgura di Carlo Alberto, dal-
l'altro si avanzano tre o quattro cittadini che vengono
a parlare a nome del popolo milanese. A capo era un
individuo grande, tarchiato, un uomo sulla quarantina;
giunto alla presenza del Re si getta in ginocchio ed
aprendo le braccia: Ah ! Maestà, esclama con voce sten-
torea, salvi la sventurata Milano, e continuò di quel tuono;
ma non volendo riferire che quanto rammento in modo
esattissimo mi limito a rammentare il preambolo del
suo discorso. Io era fra coloro che facevano spalliera
fra il Re e quei cittadini, e posso dire che fu spettacolo
imponente il vedere queir individuo di forme atletiche
iti ginocchio colle braccia stese davanti a Carlo Al-
berto, ritto, gigantesco, immobile. Certo quanti ancor
vivono fra coloro che furono presenti ricorderanno
quella scena colla precisione che la ricordo io. Quando
l'individuo ebbe finito, si al^i y disse Carlo Alberto, ci
penserò. Si ritirò con alcuni generali, ricevette ancora
una deputazione e si decise di difendersi. L'oratore che
si era calmato corse coi compagni a dare ai Milanesi la
buona notizia.
La parola era data; non parve a quelli che contor-
navano il Re e fors' anche a lui stesso che ciò ba-
stasse per far conoscere la sua intenzione; conveniva
farlo in modo solenne e si deliberò farlo mediante un
manifesto.
Confuso coi miei compagni me ne stava ancora nella
sala ove aveva avuto luogo la scena che ho descritta al-
lorquando mi si avvicina un ufficiale e mi dice che il
general Salasco desiderava parlarmi. Entro in un lo-
320 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
cale vicino pieno anch' esso di ufficiali ed il generale
Sala.sco mi dice favorisca s fender lei il manifesto. Si può
facilmente immaginare l'impressione che doveva farmi
simile incarico. Signor generale, risposi io, obbedisco ma
voglia avere la compiacenza ài spiegarmi bene il concetto
che devo esprimere.
Ha udito che il Re vuol seguitare a difendersi, rispose
d' esso, e poi soggiunse: Caro Torelli, vegga di far presto.
Mi portarono un foglio di carta ed un calamaio; riti-
ratomi in un canto della stessa stanza in mezzo ai ru-
more di discorsi vivacissimi, lì sui due piedi, dovetti
stendere quel manifesto che fu poi il grand'atto di accusa
contro Carlo Alberto, che per puro atto cavalleresco, ac-
carezzando l'ultimo filo di speranza, aveva voluto recarsi
a Milano anziché a Piacenza ben fortificata e dove po-
teva riposare e ricomporre 1' esercito. Ma era detto che
solo i posteri dovevano rendere giustizia al Re Martire.
Nel breve tempo che impiegai a stendere quel ma-
nifesto mi venne vicino il generale mio capo, per ve-
dere se avrei presto finito, tanto era impaziente. Non
molti di certo si trovarono si pressati ed in momenti sì
difficili e solenni a dover stendere un atto di tanta im-
portanza in nome d' un sovrano. Finito che ebbi di
stenderlo lo lessi al generale Salasco, ma accortomi
che qualche frase meritava di esser corretta. Permetta, gli
dissi, che 'lo ritocchi e lo copii. Ah no, va bene rispose e
corse a mostrarlo a Carlo Alberto che 1' approvò pie-
namente. Allora più non vidi quel foglio che doveva
avere esso pure le sue vicende 0). Venne recato alla
(0 Vedi Allegato 111.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 3 21
stamperia più vicina, stampato, ed immediatamente dif-
fuso in tutta Milano.
Il dado era gettato, conveniva pensar seriamente alla
difesa.
Gli ufficiali lombardi vengono requisiti per andare
in giro a portare gli ordini relativi ed io fra questi
sono incaricato di andare nelle parti più lontane di
Porta Romana. Monto a cavallo e mi presento alla
porta di uscita, la via è sempre ingombra di persone
che si agitano, che gridano, che spiegano la cosa a
nuovi che sopravvengono con intenzioni ostili non co-
noscendo ancora la determinazione della decretata di-
fesa; infine tale era la folla che io dovetti alzar la
voce e spinsi il cavallo in quella folla, questa si aprì
e mi lasciò passare.
In luogo di prendere la diagonale, che mi obbligava
a traversar strade centrali, preferii andare diritto per la
Corsia del Giardino e quindi presi la via lungo il na-
viglio meno frequentata, ma dove poteva spingere il
cavallo anche al galoppo. Tralascio di descrivere la
sorpresa degli ufficiali superiori ai quali recai quegli or-
dini. Essi ignoravano completamente ciò che era av-
venuto in casa Greppi, né sapevano comprendere la
possibilità di una difesa che avesse probabilità di riu-
scita. Quella missione mi procurò la conoscenza delle
condizioni della città anche nei luoghi lontani dal cen-
tro — chiuse la gran parte delle botteghe; la popola-
zione a capannelli, ma scarsa; regnava ovunque la de-
solazione o lo spavento. Il collegio Calchi Taeggi ove
dovetti portar ordini fu l'ultima meta. Compiuta la
mia missione ripresi il mio cammino, se non che ve-
Ricordi, ecc. 2I
322 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
dendo come qua e là s'inalzavano barricate stimai non
essere prudenza il tornare al mio posto a cavallo, poi-
ché era molto probabile che o non vi potessi arrivare
od arrivato non potessi più uscire. Giunto al ponte di
Porta Orientale mi recai a casa mia colà vicina, vi lasciai
il mio cavallo e per la via la più breve mi ricondussi
a casa Greppi. Nella via Monte Napoleone ed in quella
di S. Vittore Quaranta Martiri (ora Pietro Verri), nella
via dei Bigli che sbocca sulla via del Giardino, si erano
già costrutte barricate, ma qual differenza col marzo
dello stesso anno! Mancava l'entusiasmo, mancava la
fede nel successo ; non mancava per piccolezza d'animo,
ma perchè ognuno sentiva che ben altre erano le con-
dizioni rapporto al nemico. Per quanto ognuno cer-
casse di illudersi era troppo chiaro che l'esercito au-
striaco nulla aveva che fare con quello del marzo pas-
sato; moltiplicato al decuplo e forse più, compatto ed
ebbro di vittoria, cosa mai aveva a che fare con quello
che era stato sorpreso a Milano dalla rivoluzione?
L' esercito piemontese, si era battuto gagliardamente,
ma era stato vinto, la ritirata era stata disastrosa, Mi-
lano aveva veduto il 3 agosto arrivare i soldati affranti
dalla stanchezza e taluni ridotti come mummie ed istu-
piditi, eppure quell'esercito così rotto dalle fatiche si
era ancor battuto il giorno innanzi, aveva lasciato sul
terreno più di un bravo ufficiale e non pochi soldati,
ma era stato soccombente. L'esercito austriaco accer-
chiava sempre più da vicino la città e vasto si esten-
deva il suo campo con innumerevole artiglieria; se
anche i cittadini non sapevano enumerare distintamente
tutte quelle cause esse reagivano colla potenza della
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 323
realtà. Allorché giunsi di nuovo a casa Greppi trovai
la via ancor sempre stipata da gente e continuava il
gridio, mi presento al mio superiore, rendo conto della
mia missione, ma tosto mi accorgo che la scena è cam-
biata di nuovo. Più d'uno dei comandanti di corpo era
già arrivato e convien dire che giudicassero della pos-
sibilità di una difesa come la giudicavano coloro ai
quali aveva recato io gli ordini. A togliere ogni spe-
ranza, a dare si direbbe l'ultimo colpo venne un gene-
rale d'artiglieria il quale dichiarò che il gran parco a
quell'ora poteva già essere ben prossimo al Ticino. Or
come si fa a difendersi senza munizioni?
Ma come mai, chiederà forse taluno, ignoravasi que-
sto allo Stato Maggior Generale?
Guai, rispondo io, se chi è riposato e tranquillo ed
in epoca di calma ed andamento regolare della cosa
pubblica, vuol giudicare di epoche e momenti cotanto
eccezionali colla stregua dei tempi normali; la prima
condizione è il sapersi investire di quelle circostanze
e di quei momenti cotanto critici, ed allora molte cose
che sembrano impossibili diventano spiegabili. La spie-
gazione più ovvia che si potrebbe dare si è il dire:
che oggi, assai più che in allora, la storia registrò
fatti ancor più gravi, quali conseguenze di confusioni
in momenti difficili. Per qualche tempo fu un continuo
arrivo al palazzo Greppi di ufficiali superiori, di aiu-
tanti per chiedere spiegazioni. Frattanto anche nel pub-
blico cominciava a trapelare la verità, ossia come la
difesa fosse cosa impossibile. Il proclama avea destato
in alcuni entusiasmo, ma in altri spavento; molti si
chiesero se quella resistenza non avrebbe potuto co-
324 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
star assai cara a Milano, ed in capo a questi eravi il
Podestà ossia la persona la più competente per parlare
in nome della città; quella carica cotanto importante
iti quei momenti era coperta dal nobile Paolo Bassi,
distinto patriotta, e ne diede allora solenne prova. Piene
erano le sale di casa Greppi di ufficiali d'ogni grado
mesti e silenziosi; io mi trovava nella maggiore di
esse, allorquando quasi ad interrompere quella mono-
tona dolorosa situazione, si annuncia l'arrivo del Po-
destà di Milano con due altri Assessori. S' informa
immediatamente il Re che viene incontro e si ferma
precisamente in quella sala, e direi quasi all'identico
posto ove poche ore prima avea avuto luogo la scena
che ho descritto di quello che implorò pietà per Mi-
lano; si preparava allora una scena opposta, ma quanto
più sublime! Nel primo caso era il dolore che accie-
cava la ragione, nel secondo era invece la ragione che
imponeva silenzio al dolore. Il podestà Bassi, piccolo
di statura ma d'una figura nobile piena di espressione,
s'avanza calmo, s'inchina avanti Carlo Alberto, e poi
con voce commossa chiede se si sono ben considerati
anche i pericoli di quella lotta! Che non esprimeva la
sua maschia fisonomia in quel momento! Qual sacri-
ficio ha dovuto fare! Nessuno più di lui doveva desi-
derare la difesa se fosse stata fra le cose possibili; ma
a lui, il capo della città, non era lecito il chiudere gli
occhi alla realtà. Ei sapeva che questo gli poteva an-
che costar caro, perchè vi erano esaltati che non vo-
levano udir ragione, ma egli, il vero patriotta, posponeva
la sua persona al bene del paese e veniva a compiere
un atto doloroso ma che gli era imposto dal suo do-
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 525
vere; il Bassi in quel momento fu veramente sublime
per la sua abnegazione.
Pur troppo la difesa non è possibile, fu la risposta di
Carlo Alberto, altro non disse e salutato il Podestà si
ritirò. Il Bassi rimase alcun poco con noi, io lo co-
nosceva personalmente perchè ei faceva parte di quella
Commissione per la legge elettorale alla quale apparte-
neva anch'io prima di andare al campo; tosto ritira-
tosi Carlo Alberto mi stese la mano : caro Torelli, mi
disse, ci conoscemmo in tempi migliori. Quella Commis-
sione avea seduto nell'aprile e maggio, i mesi delle
più belle speranze; strinsi la mano all'ottimo uomo,
ma non fui capace di aprir bocca, ero commosso di
quella scena, di quella lotta che lacerava il petto a
quell'uomo virtuoso.
Partito anche il Podestà si pensò seriamente a ve-
nire ad accordi definitivi col nemico, a riprendere le
trattative per l'armistizio che era stato conchiuso la
notte prima, ma poi disdetto ; in pari tempo conveniva
avvertire di nuovo i comandanti, che non erano venuti
a casa Greppi, che sospendessero ogni ostilità. Per
questo furono di nuovo messi in moto gli ufficiali
lombardi dello Stato Maggiore; si pensi con quale di-
sposizione d'animo, affranti ed affaticati anche noi, do-
vevamo comunicare questi ordini; e notisi che in
causa delle barricate non era più possibile valersi del
cavallo. Allorquando finito anche quel compito, io ri-
tornai al Quartier Generale, mi trovai nella assoluta
impossibilità di rompere la folla; arrivai quando du-
rava ancora quella scena stranissima fra il popolo nella
vìa e gli oratori al balcone di casa Greppi ; il popolo,
326 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
ossia quella frazione minima del popolo milanese che
pretendeva rappresentarlo, voleva spiegazioni intorno
all'armistizio; taluno insisteva ancora sulla possibilità
della difesa; si invocavano le Cinque Giornate, si ammo-
niva contro la prepotenza degli Austriaci che non
avrebbero mantenuti i patti, si citava l'esempio di Vi-
cenza; tutto questo come se non dipendesse che dal
volere di chi comandava il riprendere le ostilità. Tutta-
volta io che aveva veduto ed era stato nel mezzo della
folla del mattino, trovai che la violenza era scemata
di molto; si succedettero più oratori cercando spie-
gare la necessità di sottomettersi, ed insistendo so-
pratutto sulla garanzia pattuita delle persone e delle
proprietà.
Finalmente cominciò a diradarsi la folla ed allora
io entrai per la terza volta in casa Greppi per non più
uscire che a notte avanzata. Tralascio di soffermarmi
su quelle tristi ore, e dirò solo come fattosi notte co-
minciarono a ricomparire di nuovo alcuni esaltati che
ripresero a gridare ed insultare, e si udì anche qual-
che colpo di fucile. Si tollerò, ma forse il vedere che
non si reagiva indusse l'idea che si aveva timore. Però
anche quel gridìo, quello schiamazzo non era conti-
nuo, ma ad intervalli, talvolta si faceva più forte ed
udivasi qualche insolenza più distintamente come da
persona che voleva dimostrare che aveva più coraggio
degli altri, talvolta cessava anche interamente ogni ru-
more. Gli attori si cambiavano, discorrevano fra di
loro e ad alta voce, e vi ebbero anche soliloqui, era
un continuo via vai che durò più ore. Finalmente si
decise di farla finita. Io me ne stava presso l'apertura
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 327
di una finestra, che pel gran caldo che faceva erano
tutte spalancate, allorquando un ufficiale mi avvisa che
vuol parlarmi il primo aiutante di Sua Maestà. Copriva
quell'alta carica il generale marchese Carlo La Mar-
mora, principe di Masserano ; egli era ciò che si di-
rebbe un vero tipo di gentiluomo, ma in pari tempo
franco come un soldato che va ritto al suo scopo. En-
trando immediatamente in argomento, mi chiede se io
voleva assumermi di andare a prendere e condurre colà
due battaglioni delle guardie e disperdere quella ciur-
maglia che rumoreggiava intorno alla casa; ma con un
tatto della più squisita delicatezza mi fece compren-
dere che sapeva di darmi una missione che non era
senza pericoli.
Signor generale, gli risposi, io parto immediatamente,
abbia solo la bontà di dirmi dove sono accampate le guardie.
— Fuori di Porta Romana, mi rispose d'esso.
Disceso all'istante nel cortile ed entrato nell'atrio
che mette alla via e che era pieno di carabinieri chieggo
al capo-posto che mi apra. — Egli esita — ma..'. Si-
gnor Ufficiale... mi dice... Signor Ufficiale!... Io com-
prendo benissimo la ragione della sua esitanza; ei cre-
deva che uscire ed esser fatto a pezzi dovesse esser
la stessa cosa, ma io non divideva quel timore e gli
dissi: apra pure; io ho molta premura. — Allora co-
minciò ad aprire a poco a poco e solo tanto che io
potessi passare per isbieco e quindi chiuse immediata-
mente.
Nessuno mi fece il menomo insulto; m'incamminai
senza affrettarmi verso la via Monte Napoleone e poi
studiai il passo, e per il Borgo Monforte ed il bastione
328 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
di Porta Tosa e quello di Porta Romana mi recai
all'accampamento delle guardie che era un breve tratto
ancora fuori di quella porta. Ne informai tosto il mag-
giore anziano, che fece mettere in armi due battaglioni
il che però richiese qualche tempo. Calcolando che se
io li avessi condotti per le vie più brevi doveva at-
traversare non poche barricate il che mi avrebbe fatto
perdere gran tempo deliberai condurli lungo i ba-
stioni sino all'altura della Zecca con che percorreva
bensì un cammino assai più lungo ma guadagnava
tempo, potendo far marciare la truppa per frazioni
spiegate.
Giunto coi battaglioni al bastione di Porta Orien-
tale mi si fece incontro il Duca di Savoja che era
accampato precisamente colà e mi chiede la ragione
di quel movimento di truppa — io non aveva avuto
ancora l'onore di parlare col Duca di Savoja Vittorio
Emanuele, allora principe ereditario ed al quale la
Provvidenza riservava sì alti destini. Gli spiegai lo
scopo della mia missione, e preso commiato, conti-
nuai sino alla Zecca e discesi lungo il fabbricato della
medesima, nella via detta allora della Cavalchina (ora
via Manin), mi avviai difilato a casa Greppi, ma allor-
quando giunsi presso la chiesa di S. Bartolomeo ^
e quindi vicinissimo ai portoni di Porta Nuova vidi
avanzarsi un corpo di truppa.
Faccio fermare quella che conduceva io, e grido:
chi va là?
(1) Quella chiesa è ora distrutta e sorgeva nel luogo ove si incontrano le prime
case della via Principe Umberto a sinistra venendo dai Portoni sopra menzionati.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 329
Mi si risponde, Savoja, e si ferma anche quella.
Io mi avanzo ed apprendo ivi essere il Re che
usciva da casa Greppi, con quella scorta s'avviava verso
i bastioni (l ); chieggo tosto del primo ajutante e gli
dico come non mi era stato possibile l'arrivar prima
per la grande distanza alla quale fui obbligato di an-
dare.
Ella ha fatto benissimo il suo dovere, mi risponde e
la ringrazio.
Ma ora, riprendo io, che faccio di questa truppa ; deve
tornare al suo accampamento ?
No, replica il generale, mi viene opportunissima. Ella
vada a casa Greppi, la circondi e vi rimanga finche tutti
siano usciti.
In meno di dieci minuti fui colà, posi un cordone
a tutti gli sbocchi delle vie che fanno capo a quella
del Giardino isolando così casa Greppi. — Tuttavolta
raccomandai di non far violenza che in caso di pro-
vocazione e se taluno si presentava persuaderlo colle
buone ad andarsene; lo scopo era ottenuto, il Re era
in salvo, io non voleva con uno zelo intempestivo
guastar l'opera e d'altronde anche a me non era stata
usata violenza di sorta; ciò fatto salii di nuovo e per
l'ultima volta in casa Greppi; vi erano alcuni inser-
vienti di Corte affaccendati a raccogliere oggetti della
real Casa, ma siccome nessuno aveva voglia di pro-
lungare oltre il necessario quel soggiorno, si sbrigavano
presto. Io feci ancora una corsa lungo l'appartamento
(1) Seppi poi che andò a riposarsi per poche ore al Collegio Convitto Calchi-
Taeggi, prossimo a Porta Romana, ed ove era alloggiato il generale Bava.
330 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
verso la via, tutto era silenzio come silenziosa era la
via, strano contrasto colle scene che avevano avuto
luogo durante la giornata. Verso la mezzanotte abban-
donai quella casa colla truppa, e preso commiato dal
comandante della medesima che ritornò all'accampa-
mento io mi avviai verso casa mia affranto non tanto
per le fatiche di corpo benché non fossero state leg-
geri, quanto per l'amarezza d'animo per tante e sì di-
verse scene dolorose delle quali era stato spettatore
ed in alcune anche attore.
Fra le ragioni che mi tormentavano eravi anche
quella dell' inatteso scioglimento della mia ultima mis-
sione. Fallire lo scopo per dieci minuti, era doloroso!
Chi aveva liberato il Re prima di me? Ben si com-
prende che in quella notte io aveva ben altro da fare
che di occuparmi a venire in chiaro di quel fatto,
ma lo seppi dappoi ed ecco cosa era avvenuto.
Fra gli ufficiali che si trovavano in casa Greppi,
nella notte del 5 agosto, eravi il colonnello Alfonso
La Marmora, capo di Stato Maggiore della divisione
comandata dal Duca di Genova, il medesimo del quale
ho già fatto parola, citando il fatto dei tre ufficiali
superiori inviati a Volta il 27 luglio. Ei conviene pre-
mettere che il Re Carlo Alberto aveva ordinato che si
evitasse possibilmente ogni violenza. Il La Marmora
conosceva quell'ordine; evidentemente si dovette poi
recedere e la stessa missione a me affidata ne è la
prova. Il La Marmora, stanco di tollerare più oltre
quel chiasso e quelle insolenze, deliberò di andare a
chiamar truppa, ma confidò a nessuno la sua risolu-
zione ed ignorava poi completamente V incarico che
CAPITOLO DICIANNOVESIMO. 33 I
io aveva avuto dal suo fratello primogenito, il prin-
cipe di Masserano. Egli uscì solo e come mi disse
quando anni dopo (l ) ci narrammo i nostri reciproci
avvenimenti di quella memorabile notte, incontrò le
medesime difficoltà da parte dei bravi carabinieri; non
volevano aprire nemmeno a lui ed esso pure fu ob-
bligato a passar per isbieco dalla porta aperta solo
quanto era necessario perchè uscir potesse in quel
modo. Ei pure non venne molestato. Non avendo ob-
bligo alcuno di chiamare una truppa piuttosto che
un'altra e sapendo che la brigata Piemonte era accam-
(1) Questa frase, anni dopo, può riuscir oscura, taluno può chiedere come si atte-
sero anni ? Voglio dar la ragione perchè torna a lode di quell'uomo impareggiabile
per lealtà, franchezza, nobiltà di carattere e servigi resi che fu Alfonso La Marmora.
11 lettore conosce ora le vicende toccate ad ambidue in quella notte. — Avevamo
corso i medesimi pericoli ma dtsso era stato il fortunato. Benché divenissi amico
già nel 1848 e periìno collega nel Ministero Perrone S. Martino (il penultimo del
re Carlo Alberto), non toccai giammai quell'argomento. Se vuol parlarne , diceva
fra me, prenderà lui l'iniziativa; 10, lo sventurato, potrei aver l'aria di sentir do-
lore che altri mi abbia resi frustranei i pericoli e le fatiche ? e posso dire che non
furono poche. Si arrivò fino al 1872 allorquando il marchese Federico Corradini
pubblicò una biografia del general Fami. — Ei cita il fatto della liberazione del
re Carlo Alberto, da casa Greppi, come dovuta a noi due in comune. — / due ar-
diti (sono sue parole) si lanciarono da una finestra nel giardino interno del palalo
e da questo scavalcando un muro riescono in un remoto viottolo.
Era una credenza generale che erasi propagata. — Ritenni mio dovere rettificare
que' fatti così narrati e lo feci perchè non venisse punto menomato il merito del
La Marmora che non era stato condiviso con nessun altro. La lettera diretta al-
l' Opinione, riprodotta dai fogli principali cadde sotto gli occhi di La Marmora che
cascò dalle nubi, ignorava quel fatto. Ei volle ravvisare un atto di delicatezza nel
mio silenzio ed altro non minore nella rettifica e sotto questa impressione mi scrisse
una lettera la più espansiva che si possa imaginare, il silenzio reciproco intorno a
quel fatto aveva durato trent'anni, ma non gli bastò e si sfogò in altra sua diretta
al bravo capitano Chiala che la rese di ragione- pubblica.
Veramente non posso a meno di dire che va oltre il segno, si vede l'uomo che
ha bisogno di sfogarsi e 1' argomento tocca un caro amico e di questo me ne vanto.
L'amicizia sincera di non pochi che furono fra i più insigni attori della redenzione
dell'Italia fu la più dolce delle mie soddisfazioni, e fra i carissimi fu La Marmora.
332 CAPITOLO DICIANNOVESIMO.
pata a Porta Orientale, ossia in luogo ben altrimenti
più vicino della lontana Porta Romana, si diresse colà
e preso seco un battaglione, s'avviò verso casa Greppi.
Cammin facendo incontrò un bersagliere, al quale
chiese ove era acquartierata la sua compagnia — qui
vicino, rispose d'esso; allora il La Marmora andò colà
prese anche quella, la pose in testa al battaglione ed
andò difilato a casa Greppi. Il Re con quanti erano
seco lui uscì immediatamente scortato da quella truppa
e dopo pochi minuti ci incontrammo, come narrai,
presso i portoni di Porta Nuova. Io era uscito molto
prima di lui, poiché mentre non vi ebbe che la diffe-
renza di pochi minuti nell'arrivo, io aveva dovuto
fare il quadruplo o quintuplo e forse ancor più di
cammino. Fu un brutto tiro della fortuna, ma se lo
perdono a quella volubile Dea egli è perchè volle che
il premio toccasse ad un uomo quale si era Alfonso
La Marmora, uno dei più benemeriti d'Italia e del
quale doveva ben presto divenire sincerissimo ed affe-
zionato amico.
ALLEGATI
. , !::::!i:::ìiì!ìi: , ;!!!:;ì:ìì!j!;:i!:!I!ìh
Allegato I
LA QUESTIONE DELLA BANDIERA.
Quando pubblicai questi miei ricordi nel 1876 era
persuaso che non mi sarebbero mancate anche critiche;
furono minori di quanto mi attendeva, ma fra le poche
una ve n' ebbe che non posso lasciar passare sotto si-
lenzio, ed è quella relativa alla bandiera da me recata
sul Duomo la mattina del 20 marzo.
Il testo di questa seconda edizione è letteralmente
eguale al primo che fu oggetto di critica. Come scor-
gesi io non dava grande importanza a quel fatto e non
la darei nemmeno ora col dedicargli un' appendice se
la questione fosse sempre la medesima, ma la critica
gli cambiò natura non trattandosi più di sapere se fu
un fatto d'un' importanza più o meno mediocre, ma se
può ammettersi che io abbia usurpato sui meriti altrui.
Se non vi fosse di mezzo quell'atto ufficiale del Go-
verno provvisorio che accordò la cittadinanza al sig. Du-
3^6 ALLEGATO I.
nant, ginevrino, in seguito a molti titoli enunciati
nella sua istanza, fra i quali quello di aver portata sul
Duomo la prima bandiera tricolore, potrei anche dispen-
sarmi di questa appendice, ma io non posso pretendere
che altri si occupino di questo punto storico proprio
microscopico e cerchino d' essi la verità. Tocca a me
il metterla in evidenza e mostrare il valore di quel
decreto nella parte che risguarda la bandiera tricolore
da lui collocata in me^jo alla mitraglia dell' inimico.
Si comprenderà come dopo 35 anni si possa facil-
mente essere disposti ad una difesa pacata e senza fiele,
ma resa necessaria dalla ragione accennata.
Il primo argomento lo somministra lo stesso sig. Du-
nant. Nella relazione che fa ei confessa che già vi
era una bandiera allorché ei portò la sua, ma asserisce
che quella era una bandiera bicolore. Non potendo ne-
gare che pur ve n' era già una, e volendo sostenere
che aveva desso portata la prima tricolore, dovette cam-
biare il numero dei colori della prima senza, ben inteso,
accennare quali fossero i due colori. Cominciamo dun-
que a dire che d 5 esso non fu il primo che sia andato
sul Duomo ; altri vi era stato. Per poco che si voglia
calcolare il pericolo di incontrarvi i Tedeschi, se non
altro la possibilità vi era e quella non V affrontò egli
di certo ; ma ei sentiva perfettamente che andarvi dopo
che altri aveva constatato che realmente i Tedeschi erano
partiti non poteva costituire un merito e cosa ideò egli
allora ? Di narrare che l'aveva piantata fra la mitraglia
dell' inimico. Ora ciò era impossibile ; la mitraglia del-
l' inimico non poteva arrivare al quinto e meno ancora
della via che avrebbe dovuto percorrere dal punto più
ALLEGATO I. 337
vicino che si trovavano i Tedeschi ed era il bastione
di Porta Tosa. Ma come mai, si dirà, ha potuto il Go-
verno provvisorio convalidare quel fatto ammettendo
quel merito? I titoli ai quali appoggiò la dimanda di
avere la nazionalità furono diversi ed io sono ben lon-
tano dal voler toccare agli altri, ma quanto a quello
della bandiera, a proposito della quale tutto il merito si
concentra nel fatto del pericolo corso, rimane un as-
surdo anche a fronte del decreto. Che direbbesi d'un
decreto che dichiarasse che la cupola del Duomo è
alta 150 metri? La cupola non s'alzerebbe d'un
millimetro a fronte di quel decreto. Orbene rap-
porto alla possibilità fisica è egualmente assurdo il sup-
porre che il Duomo si possa fare alzare con un decreto,
come il voler far credere che la mitraglia lanciata dai
Tedeschi nelle Cinque Giornate potesse arrivare sulla
guglia del Duomo; ammessa quell'impossibilità cosa
mai rimane al signor Dunant ?
Venendo poi all'asserta qualità di bicolore della prima
bandiera, credesi forse che sia probabile che fosse tale ?
La signora che me la porse doveva ingannarsi d' essa
per la prima; io e quelli che erano meco, dovevamo
del pari ingannarsi; io la sventolava, faceva molinelli
per aria, fui trattenuto un istante dalla folla che gri-
dava no, no per carità, e un tradimento, la mina, la mina.
Come mai nessuno fece attenzione che non era una
bandiera tricolore ?
Del resto già nel 1848 si tosto venni in cognizione
dell' asserto da parte del signor Dunant, scrissi dal
campo piemontese, ove mi trovava e precisamente da
Valeggio, al presidente del Comitato di Pubblica Si-
Ricordi, ecc. 22
33^ ALLEGATO I.
curezza, l'illustre Angelo Fava, pregandolo di voler ret-
tificare d' ufficio queir asserzione e ciò per la ragione
che l'annuncio non era partito da me, ma dal Comi-
tato di Guerra.
Nel 1876 vivendo egli ancora in Milano, ove ed
« a vicenda eragli ispiratore Giuseppe Torelli, datogli ad aiutante,
« anime ambedue degne d'intendersi, intelletti degni d'associarsi
« alla liberazione di questa carissima patria. » Questo io scriveva,
non conoscendovi allora di volto, e solo sapendo del vostro ca-
sato, tanto che trascorsi a battezzarvi per Giuseppe, mentre il vo-
stro nome è Luigi. Era però pienamente consapevole di tutto ciò
che avevate fatto in quei giorni memorabili di conserva con l'An-
fossi, e dell' esservi con lui indettato d'andare a piantare sul Duomo
la bandiera tricolore, intanto eh' egli traeva a raccertarsi, se gli
Austriaci avevano sgombro il fabbricato della Polizia. La chiara
notizia che avevo di tutto ciò, fece sì che v' appaiassi con quel
vero martire della nostra liberazione, e vi rendessi un omaggio
che avrebbe solleticato chiunque fosse stato vago d'applausi, poiché
nessun nome era allora più popolare fra noi di quello dell'Anfossi.
Ma voi, come non menaste scalpore dell'impresa del Duomo, così
non accennaste aver sentore del giusto merito che vi era tributato,
e nemmeno vi deste pensiero di rettificare l'errore corso circa il
vostro nome. Furono conoscenti vostri che si portarono all'uffìzio
del 22 marxp ad avvertire lo svarione, e perciò nel foglio del 3
aprile successivo del giornale medesimo fu indicato che « l'aiutante
« dell' esimio Anfossi chiamasi Luigi Torelli e non Giuseppe. »
Dopo la lettera del Fava io credo che nessuno oserà metter
dubbio sul fatto a che essa si riferisce. Lasciate che vi ringrazii
di nuovo d'avermela comunicata, anche perchè m' ha porta occa-
sione di rinfrescarmi nella mente de' ricordi che pur in questi miei
tardi anni mi riescono salutevoli, e giovano a scemarmi lo scon-
forto, onde mi stringono assai casi di questi giorni.
Conservatemi la vostra preziosa benevolenza, e tenetemi
Vostro affezionai, amico e collega
Achille Mauri.
WSillIffl
Allegato II
LETTERA AL COMMENDATORE MAURIZIO FARINA, pub-
blicata da Angelo Br offerto nel 1865, nella storia del
Parlamento Subalpino — Milano {Voi, I, pag. 444).
Milano, 8 marzo 1848.
Carissimo amico,
Gli avvenimenti incalzano e diventano preziosi i minuti. Ieri
l'altro partirono apertamente e senza mistero otto altri cannoni
per Pavia; ieri altri sei, per cui calcolati i 18 del 27 febbraio,
sommano a 32 quelli spediti alla frontiera, senza calcolare tutti
quelli che già vi erano a Pavia.
Corrono voci contrarie intorno ai disegni dell'Austria. Non è
che siano senza fondamento quantunque opposte, ma si è, che
altro avevano in mente prima della rivoluzione di Francia ed altro
dopo quell'importante avvenimento.
Si diceva cosa positiva che fosse venuto ordine da Vienna di
attaccare e come tutti si consolassero non è a dire: ma conosciuta
a Vienna la rivoluzione di Parigi, furono mandati contro-ordini
con ingiunzione però di preparar tutto ancora come se attaccar si
dovesse.
Dire che non sanno più quello che si facciano è dir poco.
3-J.6 ALLEGATO II.
Tre giorni sono vi fu consiglio fra il Vice-Re, il Governatore,
Fiquelmont, Radetzky e Torresani — si disputò molto, e si con-
cluse nulla. — Spaur parte domani lasciando le redini ad O' Don-
nei. — Fiquelmont parte oggi. — Ei (tee visita a persona di mia
conoscenza e disse che trovava impossibile sortire dalla situazione
attuale senza guerra — fu l'unico motto politico: il resto furono
discorsi inutili. Il governatore Spaur nel mandare agli impiegati
la circolare che annunziava la sua partenza, disse che voleva con-
certarsi a Vienna intorno alle dimande della Congregazione Cen-
trale. Domani in seduta della Congregazione Centrale si legge la
risposta data da S. M. agli indirizzi della Centrale e Provinciale,
la quale dice in sostanza che non si accorderà nulla di tutto
quello che potrebbe alterare i vincoli del Regno L. V. col rima-
nente dell' Impero, ma solo qualche riforma amministrativa. Ho
saputo che furono già spedite diverse copie di quella risposta per
cui non ne mando io. Osservo però come si giuoca ridicolmente
da questi signori dicendosi dall'uno che va a Vienna per concer-
tare sopra dimande, i 9/10 delle quali sono già reiette.
L'unica concessione che si teme assai è quella del sale (0.
Io ti ho già fatto osservare nella mia infelice gita, dalla quale
sono tornato così mortificato ( 2 ), come fosse della massima ur-
genza che il vostro Re prevenisse il governo austriaco nel met-
tere in attività la legge sul sale. La cosa non ammette ragione
contraria; poiché o l'Austria non ribassa ed egli innonda i con-
fini lombardi del suo sale e guadagna assai più che il procrasti-
nare sino a luglio e poi il vantaggio continua; o l'Austria ribassa
realmente, ed allora nessuno crederà che lo abbia fatto volonta-
(1) Questo passo merita maggior spiegazione. — In Lombardia si era sparsa la
voce che il governo austriaco voleva ribassare il prezzo del sale; io n' ebbi sgo-
mento, poiché vedeva che questo gli avrebbe procurato popolarità e tosto scrissi in
Piemonte che si facesse altrettanto, ma presto. Ora sia che venisse accolto il mio
consiglio o sia che già fosse prima determinata quella misura, il fatto sta che mi
venne risposto che col i° luglio si sarebbe recato in atto il ribasso, lo dimostrava
in quella lettera i pericoli del rilardo e la necessità di prevenire 1' Austria. — Gli
avvenimenti che ben presto dovevano succedere (io giorni dopo la data di quella
lettera) fecero dimenticare e pur troppo resero impossibile quella misura.
(2) In causa d'aver riconosciuto il Piemonte non ben preparato alla guerra.
ALLEGATO II. 347
riamente, ma che venne obbligata dal Piemonte; lascia poi fare
a noi a spiegar questo ai paesani; ma ribassi tosto, altrimenti
avverrà il contrario, e non mi farebbe meraviglia che sino al lu-
glio si facesse il contrabbando dalla Lombardia al Piemonte se
l'Austria precede.
Le calunnie che la Polizia sparge contro il tuo paese e contro
il Re sono incredibili per la loro sfrontatezza. Essa (tee spargere
che si era proclamata la Repubblica e ch'egli era fuggito; magni-
ficò que' moti anti-gesuitici come cose di Stato, e poi ne disse
tante così ridicole che non meritano essere ripetute. Essa crede
con tal modo di paralizzare quella popolarità che gli procacciano
le sue generose concessioni e che i suoi partigiani, ossia tutti
quelli che amano l'Italia, vanno spargendo; ma per carità non ci
abbandoni, ne si lasci imporre dalle dimostrazioni di Russia e
Prussia che sono spaventatissime delia nuova repubblica francese.
Che ei venga, ma il più presto possibile mentre adesso tutto è
confusione in Austria. Si parlava che Metternich si fosse dimesso:
questo non sarebbe bene, perchè come ha cagionato il male, nes-
suno meglio di lui sa mantenerlo; ma senza curarsi di sapere se
sia vera o no tal nuova, è certo che hanno perduto la bussola e
se loro sì dà tempo di rimettersi, si peggiora la condizione attuale.
L'interno della Lombardia comincia ad essere sollevato dalla pre-
senza di truppa che si concentra al confine, tenendo una linea
lunghissima che da Modena e Piacenza si estende sino a Sesto
Calende.
La profondità dalle parti del confine che pare il più minac-
ciato, cioè quello del Ticino, è al momento assai forte perchè
arriva da quel punto a Saronno ossia io miglia, e sono sparpa-
gliati a 300 a 400 per villaggio.
Di uomini di valore e di nota capacità, non si conta che il
generale Schònhals, che dicono capo dello stato maggiore.
Raccomando per carità quella tal risposta al N. S., altrimenti
si è obbligati a rompere ogni trattativa e la cosa era pure di
somma importanza (0.
(1) Si riferiva ai disertori.
348 ALLEGATO II.
Insomma non posso che ripetere che il momento non può es-
sere più propizio; gli animi dei Lombardi meglio disposti, le teste
austriache più confuse. L' Europa è sbalordita dalla Francia; che il
vostro Re piombi in Italia, ed in tre mesi non vi è più austriaco
nel Regno. La guerra dopo sarà universale e nessuno teme più
né Russia, né Austria, che s'avrà a rompersi con Francia e Italia
e vi bastano e sono di soverchio. Addio; dammi nuove della sa-
lute del Re.
L. Torelli.
PIHDÌIII|||||}!llllll!ll!IIIIllll!llllllIlin
Allegato III
VICENDE DELL'ORIGINALE DEL MANIFESTO 5 AGOST0 1848
DEL RE CARLO ALBERTO IN MILANO.
Nella narrazione del modo col quale venne da me
redatto il manifesto del re Carlo Alberto in Milano
del 5 agosto 1848, ossia in furia e fretta, in mezzo ad
un gran tramestìo, in piedi, appoggiato ad un tavolo,
aggiunsi che quell'originale stesso doveva avere le sue
vicende.
Or bene mi sia permesso accennarle. Può forse so-
spettarsi che si mescoli un po' di vanità? Credo di no;
credo aver diritto di dire che è una legittima compia-
cenza. Sono passati trentacinque anni da quel giorno
che posso qualificare di terribile, ma già dopo l'unde-
cimo anno si verificava quel fatto che io sto per nar-
rare, ne corsero dunque altri ventiquattro senza che
mi affrettassi a farlo conoscere e par che basti per dire
che non fui spinto da vanità.
Narrando que' fatti così dolorosi nella loro origine.
3 50 ALLEGATO III.
ma che ebbero la loro riparazione dalla campagna
del 1859, deve ben esser lecito anche a me il parlar
della mia speciale riparazione, il partecipare agli amici
che sopravviveranno, e se n' avrò, a qualche lettore,
anche un po' di quella soddisfazione che provai quando
toccò anche a me la mia parte d'indennizzo.
Io sono qui obbligato a chiamar in scena uno degli
uomini i più rispettabili e simpatici che annovera l'I-
talia, anzi una delle sue glorie, Alessandro Manzoni.
Fra le fortune della mia vita e precisamente fra
quelle che dovetti all'emigrazione, che ebbe il suo pas-
sivo, ma ebbe anche il suo attivo, annovero la conoscenza
di Alessandro Manzoni. Ne fu una conoscenza fugace,
che mi autorizzasse solo poter dire: Vho conosciuto an-
ch'io; non si rimase stranieri l'un l'altro, fu conoscenza
che nata nel 1855, alimentata per più anni dal tro-
varsi assieme più giorni ogni anno, si converti in fa-
migliarità, sì che mi onorava del dolce titolo di caro.
Io dovetti questa fortuna al marchese Giuseppe Arco-
nati- Visconti, patriotta fra i celebri. Questi, assai più
innanzi di me negli anni, talché aveva potuto essere
condannato a morte nel 1821 per ragione politica, ma
sottrattosi in tempo, padrone di vasti possessi nel Bel-
gio, aveva colà passato tutto il periodo che corse dal
1821 al 1847. All'annuncio dell'amnistia di Carlo Al-
berto, volò l'ottimo patriotta in Piemonte, ponendo to-
sto la sua influenza e le sue ricchezze al servizio della
causa nazionale. Io lo conobbi nel 1848, dopo i rove-
sci di Lombardia, a Torino, ov' erasi stabilito e dove
fissai io pure il mio domicilio. Entrati ambidue nel
Parlamento, egli come deputato di Vigevano ed io di
ALLEGATO III. 35 I
Arona, divenimmo ben presto amici. Ei soleva passare
l'autunno in un suo vasto possesso nel Comune di
Cassolnovo in vicinanza di Vigevano. Nell'ampia casa
signorile convenivano colà amici e parenti. Fra questi
e precisamente nella doppia qualità di amico e parente
veniva ogni anno a passar qualche settimana l'illustre
Alessandro Manzoni. Amico dell'Arconati prima del 1821
era entrato più tardi in parentela seco lui, poiché un
fratello della moglie dell' Arconati stesso, il marchese
Lodovico Trotti, aveva Sposato una figlia di Manzoni.
L'ottimo Arconati non mancava ogni anno d'invitare
me pure a passar qualche tempo alla sua campagna.
Ora è facile l' immaginare come non dovessi farmi
pregare quando sopratutto mi disse qual ospite avrei
colà trovato. Il primo nostro incontro fu nel 1854. Ci
voleva il suo tempo prima che divenisse famigliare con
una persona che non conosceva, ma uomo del quale
è realmente impossibile il dire se erano in lui supe-
riori le qualità della mente o del cuore, quando co-
minciava ad aver simpatia, ad entrare in dimestichezza
era la più cara persona che è possibile l' immaginare.
Di fondo ilare, era talvolta inesauribile nel raccontare
aneddoti, sopratutto della rivoluzione di Francia della
quale aveva conosciuto taluno dei corifei, e si può
immaginare di quanto interesse era la sua conversa-
zione, poiché alla vastissima dottrina, accoppiava un
retto giudizio, uno spirito di osservazione caratteristico
anche nelle sue opere. Ora la mia relazione con casa
Arconati essendo intima, non durò a lungo che as-
sunse questa natura anche quella con Manzoni.
L 5 illustre uomo aveva le sue abitudini, fra le quali
3 52 ALLEGATO III.
talune per rispetti igienici, e fra queste la sua passeg-
giata di un'ora precisa prima del pranzo, e di solito in
Cassolnuovo si faceva dalle 3 alle 4. Ei doveva esser
sempre accompagnato, era una necessità, solo non po-
teva andare, ma non occorre il dire che non vi era
mai difetto di accompagnatori. Io non mancava mai,
di solito eravamo tre; rado di più, ma talvolta mi tro-
vava esser solo. Quei giorni erano per me i più fe-
lici. Oggi è tutto mio, diceva fra me e me.
Or egli avvenne che nel terzo o quarto anno che ci
trovammo e quando già si era in una relazione d'una
amicizia famigliare, benevola, un giorno fossi solo ad
accompagnarlo. Il territorio di Cassolnuovo è attraver-
sato da un canale irrigatorio detto della Sforzesca perchè
fatto scavare da uno dei duchi Sforza di Milano. Deriva
l'acqua dal Ticino poco al disopra del gran ponte che
un giorno costituiva il confine fra il regno Lombardo-
Veneto ed il Piemonte. Quel canale reca la fertilità
nel Vigevanasco. La passeggiata lungo il medesimo era
una delle più favorite e quel giorno ci avviammo lungo
le sue sponde.
Il discosro cadde sugli avvenimenti del 5 agosto 1848
in Milano. Conviene premettere che Manzoni era avi-
dissimo de' particolari, anche i più minuti, di un fatto
che molto l' interessasse. La parte che il dovere, il
caso e la fortuna mi aveva imposto in quel giorno era
stata piuttosto larga ; posso dire che dalle 9 del mat-
tino a mezzanotte passata una commissione con inca-
rico era succeduta all'altra, era passato per emozioni
le più diverse, aveva visto scene e spettacoli strazianti
ed ogni ora della terribil giornata, era rimasta profon-
ALLEGATO III. 353
damente impressa nella mia mente e parlava di quei
fatti come fossero avvenuti pochi giorni prima ; fra gli
altri, nella mia narrazione venni a quello cotanto ca-
ratteristico, anzi il più grave, quello del Manifesto per
riprendere le ostilità... Ma cosa mi dice? esclama desso
quando gli narrai come l'avessi steso io ed in quali
condizioni. Quando passeggiando seco si arrivava ad
un punto del discorso che richiamava in modo spe-
ciale la sua attenzione, si fermava, ed allora fu preci-
samente il caso. Si fermò sui due piedi: Che mi dice?
ripetè ancora una volta, scuotendo il capo e sorridendo
per qualche istante; ma poi venne con una vera tem-
pesta di interrogazioni intorno a quel Manifesto. Ri-
messi in cammino continuammo a parlar sempre di
quell'argomento.
La cosa non mi fece allora gran senso, attesa come
dissi la sua insaziabilità dei minuti particolari, tutta-
volta mi pareva che quel racconto gli avesse fatto più
impressione degli altri, e di quando in quando sorri-
deva scuotendo la testa.
La campagna del 1859 procurò, come è ben noto,
la cessione della Lombardia al Piemonte. Io aveva ac-
cettato d'andar a reggere la provincia di Sondrio e mi
trovava colà verso la fine di quello stesso anno, al-
lorché un giorno mi perviene una lettera da Milano
che apro sbadatamente e mi casca sul tavolo un mez-
zofoglio scritto ed anzi piuttosto sudicio ; parmi la mia
scrittura, osservo meglio, ma questo, esclamo fra me r
è il Manifesto del 5 agosto di Milano! allora guardo
tosto da chi vien la lettera e vi trovo — Alessandro
Manzoni; la lettera è tutta autografa.
Ricordi, ecc. 23
3 54 ALLEGATO III.
Cosa provassi allora non saprei esprimere, divoro
con febbrile impazienza la lettera. — Cominciava col
rammentare come in una delle amene passeggiate di
Cassolnuovo io gli narrassi la storia del Manifesto. Or
bene quel manifesto era nelle sue mani, ed ecco come
ne era venuto al possesso.
Convien premettere che tosto che il 5 agósto 1848
circa le io ant. ebbi consegnato al generale, mio su-
periore quello scritto, fu immediatamente portato alla
stamperia più vicina che era quella del noto Redaelli,
in relazione con Manzoni anzi l'editore dei Promessi
Sposi, illustrati. Per far presto a stampare divisero il
foglio in due; la parte superiore andò perduta, ma l'in-
feriore e più importante la conservò il Redaelli stesso
che la regalò al Manzoni. — Ecco per qual via sem-
plice e breve ei venne in possesso di quel foglio che
alla sua volta egli regalava a me.
Ora prego il lettore a considerare quale e quanta
delicatezza vi era in quell'uomo e vi fu in quell'atto.
Io non rammento bene se la nostra passeggiata
avesse luogo piuttosto nel 1856 che 1857, certo in
uno dei due anni. Nulla lasciò allora trapelare che
fosse in possesso di quel foglio, benché mi tempestasse
in quel modo di dimande, ed infatti qual valore aveva
desso? Mi richiamava un momento dolorosissimo di
una giornata terribile. Ma sì tosto la fortuna d'Italia
cambiò le sorti della Lombardia, anche quei fatti, quei
dolori cambiarono per così dire natura ; si potevano
richiamare senza che il pensiero si arrestasse a loro,
si confondesse colla nostra sconfitta coli' insuccesso
del primo gran tentativo del 1848.
ALLEGATO III, 35$
Ora questo foglio, pensò l'uomo dall'ottimo cuore,
deve far piacere a Torelli e me lo invia con una let-
tera che è uno dei più preziosi giojelli che si lasciano
a' propri figli.
Qui il lettore deve permettere che mi soffermi un
istante anch'io sulla mia riparazione.
L'atto delicatissimo del Manzoni e la sua lettera
mi fecero una grande impressione.
Non vi era punto preparato. Rammento che essendo
in piedi dovetti sedermi; quivi come evocate a rassegna
sfilarono avanti di me le rimembranze di quella fatai
giornata, ma con altra veste, facendo diversa impres-
sione delle tante volte che l'imaginazione anche suo
malgrado aveva dovuto soffermarsi su di essa; rividi
la scena pazza del mattino sulla via al mio arrivo in
casa Greppi, la desolazione di Milano quando la prima
volta traversai gran parte della città per recar ordini
a Porta Romana per la ripresa d'ostilità del cui esito
io non mi faceva illusione ; la scena sublime, ma su-
blime quanto valore si può dare a questa parola, del
podestà Bassi che si presenta a Carlo Alberto col volto
alterato dal dolore perchè si pensasse bene se quella
determinazione era possibile; sfilarono le scene succes-
sive; quella della notte, la lunga corsa che stanco ed
affranto mi toccò fare fuori di Porta Romana, tutto sfilò
dirò ancora avanti a miei occhi; ma campeggiava su
tutto quel Manifesto redatto con tanta buona fede, non
parliamo da parte del compilatore ch'altro non era che
un istrumento, un soldato obbediente come un monaco,
ma del re Carlo Alberto che credeva possibile la di-
fesa ed al quale si rinfacciò come un inganno. Quel
3)6 ALLEGATO III.
Re, martire della libertà ed indipendenza dell'Italia
era spirato nel lontano esiglio del Portogallo senza
che una speranza confortasse i suoi ultimi giorni. —
Tutto quel cumulo di ricordi colla loro tinta sempre
oscura in passato, già mi apparivano modificati dal
gran fatto che aveva cambiato le condizioni della Lom-
bardia, l'elemento vivificatore si era esteso a tutti ; ma
per me pur eravi qualcosa di speciale; io poteva dire
di aver sofferto più degli altri; qualche riparazione lo
doveva anche a me la fortuna e si servì di Manzoni.
Lessi, rilessi, contemplai a lungo que' cari caratteri le
sue espressioni così benevoli, così sincere, e poi mi
dissi: — Ebbi anch'io la mia riparazione.
Oh perchè mai nulla di consimile potè avere quel
grande sventurato che morì in Oporto?
Ebbe avversa la fortuna, trovò ingiusti i suoi con-
temporanei. — Quando la morte avrà spazzato anche
gli ultimi di que' falsi patriotti che tanto amareggia-
rono i suoi giorni e non rimarranno che posteri neu-
trali, rammentino questi di tenere tanto più sacra e
rispettata la sua memoria in quanto che hanno da ri-
parare l'ingiustizia di molti dei loro padri.
FINE.
3 0112 099019496
Milano — FRATELLI DUMOLARD — Milano
ALTRE OPERE DI PROPRIA EDIZIONE
Bazzero Ambrogio. Le armi antiche nel museo patrio di
archeologia in Milano. Seconda edizione. Milano 1882,
1 voi. in- 16 di 32 pag L. 1 —
De Castro Giovanni. Milano e la repubblica cisalpina giu-
sta le poesie, le caricature ed altre testimonianze dei tempi.
Milano 1879, 1 voi. in- 16 di 412 pag. con incisioni . . » 4 —
— Milano durante la dominazione napoleonica giusta
le poesie, le caricature ed altre testimonianze dei tempi.
Milano 1880, 1 voi. in- 16 di 394 pag » 4 —
Gavazzi-Spech Giovanni. Sulla libertà di stampa. Me noria
premiata con medaglia d'oro al concorso Ravizza. Milano
1881, 1 voi. in- 16 di viri- 3 63 pag » 3 50
Locatelli Paolo. Sorveglianti e Sorvegliati. Appunti di fi-
siologia sociale presi dal vero. Seconda riveduta
con aggiunte. Milano 1878, 1 voi. in- 16 di 281 pag. » 3 —
— Miseria e Beneficenza. Ricordi di un f io di
pubblica sicurezza. Milano 1878, 1 voi. in- 16 di 293 pag. » | —
Lolli D. L'amore dal lato fisiologico e sociale. Milano,
1883. 1 voi. in- 16 » 3 —
Lucrezio Tito Caro. Della natura delle cose. Traduzione
di Francesco Deantonio. Milano 1883. 1 voi. in- 16 di 296
pagine ...» 3 —
Manzoni Alessandro. Diverse lei; Icaco
degli autografi di lui, trovati nel suo stu
1 voi. in -16 di xii- 38 pag » 2 —
MarsiNach Gioachino. Riccardo \V: ;gio biografico
critico, versione dallo spagnolo e ae di Daniele
Rubbi. — Secondo viaggio nelle regioni dell'avvenire,
note ed appendice del dott. Filippo Filippi. Milano 1881,
1 voi. in- 16 di xxiii- 304 pag. col ritratto di R. Wagner. »
Montefredini Francesco. La vita e le opere di Giacomo
Leopardi. Milano 1881, 1 voi. in- 16 di vili- 69 5 pag. » 6 —
Negri Gaetano. La crisi religiosa. Seconda edizione am-
pliata e corretta. Milano 1878, 1 voi. in- 16 di vii- 172
pagine . . » 2 50
Vernon Lee. Il settecento in Italia. Letteratura, — Teatro.
— . Musica. Edizione italiana. Milano T 882, 2 voi. in- 18
di complessive xxm-635 pag » 6 —
Vigno!! Tito. Delle condizioni morali e civili d'Italia.
Note. Milano 1876, 1 voi. in -8 di 146 pag. ...» 3 —
— Delle condizioni intellettuali d'Italia. Milano 1878,
1 voi. in- 16 di 207 pag » 3 —
6